Royal chic shock e boh

È domenica, ed è anche l’ultimo giorno di luglio; quale occasione migliore per una puntata della nostra rubrica sui royal look del mese?

Regno Unito

(Ph: David Ramos/Getty Images)

Partiamo dall’evento più recente, i Giochi del Commonwealth, inaugurati il 28 a Birmingham dal Principe di Galles e da sua moglie la Duchessa di Cornovaglia in rappresentanza di Sua Maestà, che se ne è andata a Balmoral iniziando le meritate vacanze. Charles e Camilla sono arrivati a bordo della celebre Aston Martin dell’erede al trono (ricordate? La usarono anche William e Catherine il giorno del matrimonio), ora alimentata da un carburante ottenuto da sottoprodotti di vino e formaggio. Caro Charles, diffondiamo questo motore così noi e la Francia diventiamo i nuovi Arabi, altro che petrolio!

(Ph: Karwai Tang/WireImage)

Quando Camilla è scesa, ha rivelato una mise veramente inattesa: ladies&gentlemen the jumpsuit, la tuta! Una creazione della fida Anna Valentine che la duchessa ha già indossato a uno degli innumerevoli eventi nel weekend del Platinum Jubilee, ma dato che le foto la ritraevano seduta non avevamo notato. Ora diciamolo, il fitting non è perfetto, il modello non mi convince del tutto, avrei evitato le scarpine décolletée in favore di un paio di stringate (anche se dopo una certa età evitiamo di criticare le scarpe, scelte magari guardando più alla comodità che all’estetica), ma questa settantacinquenne in tuta mi ha conquistato. In fondo cosa c’è di più elegante del non prendersi troppo sul serio? Chic.

Belgio

Il 21 luglio i Belgi celebrano la loro Fête Nationale nonché l’ascesa al trono di Philippe, che divenne Re in questo stesso giorno del 2013 in conseguenza dell’abdicazione del padre Albert. La giornata è iniziata col tradizionale Te Deum nella cattedrale dei Santi Michel e Gudule, alla presenza della famiglia reale al completo. Il colpo d’occhio è stato assai piacevole, con la regina e l’erede al trono vestite di due dei colori della bandiera nazionale (un tricolore a bande verticali nero giallo e rosso).

(Ph: Royalportraits Europe)

Mathilde in questa occasione sfoggia quasi sempre dei grandi cappelli di paglia e fa bene: col suo bel viso e la sua altezza le stanno un incanto (anche se questo ha una decorazione che avvolgendosi intorno alla cupola pare un serpente). E di solito, come in questo caso, sono firmati dalla belga Fabienne Delvigne. Anche per la mise si è affidata alle sua maison preferita, Natan, che ha creato per lei un abito in crêpe color giallo bouton d’or, che dovrebbe essere il ranuncolo, ma in francese fa un altro effetto. L’abito è “un modèle cape drapé de façon asymétrique” caratterizzato da un dettaglio un po’ drappeggio e un po’ mantella. L’effetto è un po’ pasticciato, né va meglio col fitting.

Sulla spalla sinistra a sottolineare il drappeggio c’è una grande spilla composta di foglie dorate, en pendant con gli orecchini, entrambi firmati Natan. Data l’importanza dell’occasione, non sarebbe stato meglio sfoggiare qualche gioia de famille? Boh.

(Ph: Utrecht Robin)

La Duchessa di Brabante ha fatto una scelta più moderna, adatta ai suoi vent’anni, e ha optato per un abito rosso in viscosa di Victoria Beckham. Sarà perché non ho più vent’anni da vari decenni, ma non mi fa impazzire, ha una lunghezza strana che le allunga un po’ troppo il busto; e mi sembra che anche il cerchietto sia fuori scala, rendendo tutto un po’ disarmonico. Lei è graziosa come sempre, ma in questo caso boh.

La giornata è proseguita con l’inevitabile parata militare, ottima occasione per ammirare le altre royal ladies. La principessa Astrid assiste alla parata indossando l’uniforme di Colonnello della Composante Médicale dell’Esercito e non compare in questa foto, ma penso (spero) che avrà evitato di parlare al cellulare come il fratello minore Laurent, cui potremmo presentare la nostra Presidente del Senato, ormai decadente, che alla parata del 2 giugno leggeva l’ipad masticando la gomma americana. Torniamo alle mise, che è meglio. La moglie di Laurent, quella santa donna della principessa Claire, è una bella signora non particolarmente elegante anche se questa volta è vestita meglio del solito, o almeno meno peggio. Non brutto ma un po’ moscetto l’abito grigio a ramages viola, abbinato a un cerchietto dello stesso colore che sembra fatto con la fascia dell’Ordine di Leopoldo. Ma che senso ha quella clutch arancione? Boh.

(Ph; Dirk Alexander)

Occhi puntati anche quest’anno sulla neocognata, Delphine Boël divenuta Principessa Delphine del Belgio dopo essere stata riconosciuta dal padre naturale, il Re Emerito Albert II. Delphine è un’artista e, forse anche per il suo complicato vissuto, usa queste occasioni per lanciare messaggi su ciò che le sta cuore. Se l’anno scorso era la cultura africana (Le foto del giorno – Principessa di ruolo), quest’anno il tema scelto è, inevitabilmente, la pace. Il suo robemanteau è una creazione del giovane stilista belga Pol Vogels. L’idea non è particolarmente originale (già me la vedo Miranda Priestly dire: una colomba? per la pace? avanguardia pura!), il modello ha dettagli interessanti, come la cintura a pieghe, ma spalle e maniche sono terribili. Come le scarpe col plateau e taccone che sembrano proprio la versione bianca delle Mary Jane Morobé indossate l’anno scorso. Shock.

Le celebrazioni per la festa nazionale erano iniziate la sera prima con un concerto dell’orchestra nazionale con la violinista Stella Chen. Presenti i sovrani e la principessa Astrid accompagnata dal marito Lorenz d’Austria-Este, che nonostante non sia un adone direi che appare come il migliore dei quattro. Tolto il re, che sembra una versione vecchia di Mattarella (nonostante abbia vent’anni di meno) neanche le signore brillano. La Reine Mathilde indossa un monospalla del belga Dries van Noten, stilista cerebralmente innovativo, che però la rende matronale, ed è banalizzato dalle scarpine dorate; insomma più che un rock una quadriglia. Astrid sfoggia un kimono firmato Essentiel Antwerp. Ora, il kimono è un capo che può essere di uno chic unico, col vantaggio di essere no size no age, cioè sta bene a qualunque età e a qualunque taglia, più stile di vita che capo di abbigliamento, e anche follemente di moda. L’unico rischio è che sbagliando modello, o materiale, o taglia, può sembrare una vestaglia. Appunto. Shock.

Monaco

Come annunciato, venerdì 8 luglio la Salle des Étoils dello Sporting-Montecarlo ha ospitato il Bal de la Rose, previsto per marzo e rinviato causa pandemia. E come previsto, Charlène brillava per la sua assenza. Dieci giorni dopo, lunedì 18, è stata la volta del Gala de la Croix Rouge che, smessi i fasti (fastosissimi) del passato è ridotto a un concerto sulla piazza del Casino, preceduto da un cocktail dînatoire – che mi sa tanto di aperitivo cenato – in terrazza.

L’incertezza nel tono della soirée si è drammaticamente ripetuta nell’abbigliamento dei padroni di casa: la rediviva Charlène era in un abito gran sera Prada, in un bellissimo color azzurro/glicine, con un pannello a fare da strascico. Mentre Albert II, che nell’occasione celebrava i suoi primi quarant’anni da Presidente della Croce Rossa monegasca, ha scelto un look tricolore, metà marinaretto alla Querelle de Brest (chi di voi ricorda il film di Fassbinder con Brad Davis?) metà atleta – va bene, diciamo tecnico – alle olimpiadi, vestito coi colori della bandiera. Che peraltro non è la sua, ma forse tutto in bianco e rosso sarebbe stato troppo pure per lui. Lei chic, lui buontempone.

Con loro la nipotina Camille Gottlieb, figlia minore della principessa Stéphanie, responsabile della sezione giovanile della Croix Rouge. La fanciulla, ventiquattro anni compiuti qualche giorno prima, sta evidentemente ancora cercando il proprio stile, ma mi sento di poter dire che l’abito Red Valentino non le rende un buon servizio, a meno che Camille non pensasse di andare a un ballo mascherato, per cui ha puntato tutto sull’Egyptian Revival e si è vestita da Joan Collins ne La regina delle Piramidi. Che però non aveva la cofana à la Moira. Sorry, shock.

Letteralmente tutta un’altra musica venerdì 8 luglio per il Bal de la Rose.

Qui la padrona di casa da quarant’anni è Caroline (dopo la morte di Grace, il 14 settembre 1982, ai due figli maggiori furono conferiti i più importanti incarichi della madre, per cui a Albert toccò la Croce Rossa e a Caroline la Fondation Princesse Grace, cui vanno i proventi del ballo).

Tema della serata i ruggenti anni Venti, maestro di cerimonie Christian Louboutin, abbigliato con un bizzarro completo percorso da nastri e coccarde, e in testa un fez en pendant. Shock (ma divertente)

(Ph: Pierre Villard / SBM)

In Chanel, ça va sans dire, Caroline, con un abito dalla gonna che si arriccia in un palloncino, per poi scendere alla caviglia. Una mise un po’ scura, un po’ cupa, rattristata dall’acconciatura – mia madre l’avrebbe definita “un quadro antico” – ma per me sempre chic, con menzione speciale per gli splendidi gioielli déco, a partire dalla spilla.

Presenti tutti e quattro i suoi figli con relativi partner, è stata la piccola Alexandra ad attirare su di sé tutti gli sguardi grazie al ricchissimo abito in tulle di Giambattista Valli, declinato nei colori del Principato, bianco e rosso. Con i suoi 23 anni Alexandra è comunque una delizia, ma che c’entra questa meringa fragola e panna con gli anni Venti? Boh. In compenso, se il ricamo sulla scarpa del suo boyfriend Ben-Sylvester Strautmann rappresenta un corgi, Lady Violet approva deliziata

(Ph: Pierre Villard / SBM)

Scelta opposta per la sorella Charlotte, che ha sublimato la propria magrezza in un abito Chanel, bianco e leggero, che avrebbe potuto essere creato direttamente da Mademoiselle Coco con le sue sapienti manine. Frange, fiocco nero, scarpine bicolore, non manca niente. Per me la più chic.

(Ph: Pierre Villard / SBM)

Chanel sta a Charlotte come Dior a Beatrice Borromeo, e infatti la bionda moglie di Pierre Casiraghi ha scelto una mise della celebre maison: un abito grigio a ramages ton sur ton con un piccolo strascico. Guardando l’insieme gli anni ’20 non sono la prima cosa che mi viene in mente – tra l’altro Christian Dior aprì la sua maison solo nel 1946 – però è sicuramente chic.

(Ph: Pierre Villard / SBM)

Last but not least Tatiana Santo Domingo, che aspetta il quarto figlio dal marito Andrea Casiraghi. Per accogliere il pancino ha scelto un abito Temperley London in paillettes color cipria, che sicuramente rimanda agli anni folli più della cascata di capelli sciolti, più stile Veronica Lake. A me è piaciuta, chic.

(Ph: Pierre Villard / SBM)

Al contrario dei pantaloni di marito e cognato, la cui lunghezza ormai surclassa quella dei pantaloni di zio Albert. Che pazienza…

Royal chic shock e boh – Ricominciamo

Con l’arrivo della bella stagione – che dovrebbe anche allentare la morsa della pandemia – diventano sempre più numerosi gli impegni delle nostre royal ladies. Naturalmente c’è anche una guerra pericolosamente vicina, ma i reali continuano con la loro vita come sempre, più di sempre. Vi ricordate le immagine della Queen Mother, allora Queen Consort, nella Londra bombardata? In queste occasioni più che mai è importante mostrare fermezza ed equilibrio. E anche noi, nel nostro piccolo, torniamo anche noi alle nostre abitudini.

Commonwealth Day Service

Il secondo lunedì di marzo nel Regno Unito si celebra la comunità del Commonwealth, e il momento clou è sempre la cerimonia a Westminster Abbey. Come sapete quest’anno Her Majesty non ha partecipato, ed è rimasta a recuperare le forze a Windsor; in sua rappresentanza il Principe di Galles e la Duchessa di Cornovaglia. Con loro i Duchi di Cambridge e la Principessa Alexandra di Kent, ovviamente non c’era il Duca di York, e neppure i Wessex, lei a New York e lui in partenza per il Kenia, entrambi in missione per il Platinum Jubilee.

Alexandra è l’unica delle tre signore di sangue reale, nipote di George V e dunque prima cugina della regina. Ha ereditato buona parte dell’eleganza della madre Marina di Grecia ma le manca il brio, che mai ne mina l’autorevolezza, della sovrana. Per lei un completo di crêpe carta da zucchero con cappello in tinta e accessori neri. Sicuramente troppo lunga la gonna e un po’ tristi le calze grigie (che a me fanno tenerezza, riportando alla memoria quelle che indossava la mia adorata nonna Giulia) ma una signora della sua classe e della sua età – ne ha compiuti 85 il giorno di Natale – può permettersi questo e altro. Chic.

Camilla in purple: cappello riciclato Philip Treacy su soprabito – anch’esso già visto – Fiona Clare Couture, borsa Chanel nera come guanti e stivali. Il colore le dona molto e naturalmente io lo adoro ma vi stupirò: l’insieme non mi convince. Forse è troppo scuro, forse il cappello è troppo calcato in testa, insomma boh.

Catherine ha scelto una particolare tonalità di blu – che la stampa inglese definisce sapphire, zaffiro, mentre a me sembra più royal blue – per il cappotto Catherine Walker in crêpe di lana, con collo in velluto come il pillbox (Sean Barrett). Non mi piace il colore. Non mi piace il modello. Non mi piace troppo nemmeno il cappello. In generale, non mi piacciono i volumi di questa mise: il cappotto è troppo lungo e assolutamente troppo stretto tant’è che l’allacciatura va in tensione e si apre troppo camminando. Potrei dire a questo punto che i cappotti della duchessa non mi piacciono quasi mai; ho l’impressione che nonostante sia così alta e sottile insegua spesso modelli che la slancino ulteriormente, che finiscono invece col togliere armonia alla sua figura. Non lo boccio completamente perché il colore comunque le dona e lei è sempre molto piacevole, ma boh. Fatemi aggiungere una cosa: su molti giornali, anche italiani, si è voluto leggere in questa mise un gesto di sostegno all’Ukraina. Ora, a parte che va bene il blu ma il giallo della bandiera di quello sventurato Paese manca completamente. A parte che gli zaffiri alle orecchie e al collo li avrà pure indossati incontrando Zelensky e signora qualche anno fa, ma Catherine li indossa spessissimo. Il punto è che un commento del genere rivela una certa superficialità (se non ignoranza): in una occasione istituzionale di questa importanza non si fanno omaggi a un altro Paese, che peraltro non c’entra niente. Come se ci si presentasse alla parata del 2 giugno con un abito che cita la Union Jack, semplicemente non si fa.

La crisi ucraina

Chi ha cercato, con scarso successo, di evocare la loro bandiera incontrando rifugiati ucraini è Máxima d’Olanda, spesso attiva anche in questi mesi ma necessariamente meno flamboyante del solito. In questa occasione ha abbinato un completo pantalone in un poco donante giallo croco con un cappotto azzurro cielo. Io trovo l’insieme terribile, ma immagino che alle persone incontrate interessi poco. Shock. Un po’ meglio qualche giorno dopo, al lancio del sito web Refugee Help; anche qui un completo pantalone ma in un rosso scuro che le dona assai di più, anche se il taglio dei pantaloni mi lascia perplessa. Stavolta la mise è boh, ma l’impegno superchic, ed è quello che conta.

St Patrick’s Day

Mercoledì 17 è il giorno di San Patrizio, ed è tradizione che membri della Royal Family assistano alla parata delle Irish Guards. Da alcuni anni l’incombenza tocca ai Duchi di Cambridge, dato che William è colonnello del reggimento, e per il loro matrimonio ne indossava la bella uniforme con la giubba rossa. È sempre una manifestazione allegra, cui i duchi partecipano con entusiasmo. Il verde che evoca il colore dell’isola e i trifogli che ne sono il simbolo è anche il colore abitualmente scelto da Catherine per la sua mise, e anche quest’anno non fa eccezione. E qui arrivano i guai, perché la scelta è caduta su un pastrano (l’Emilia Coat di Laura Green London) in una tonalità fredda, quasi grigia, di verde scuro; colletto con punte iperboliche che neanche nei favolosi anni ’70, corpetto in stile militare e gonna godet. Abbinato a un cappello di feltro sempre verde scuro ma in una tonalità più satura (Lock and Co.), che evoca sempre i berretti militari. In questo caso l’effetto finale è un po’ ausiliaria un po’ Esercito della Salvezza. Shock.

Il Carribbean Tour

E non è finita, perché dopo gli impegni in patria i Cambridge sono in volati ai Caraibi per una visita – piuttosto contestata – in occasione del Platinum Jubilee. Prima tappa il Belize, dove Catherine è sbarcata con un completino di pizzo sempre in quella tonalità di blu che sta diventando il suo trademark; anche l’abito indossato il giorno dell’annuncio del fidanzamento con William era in una tonalità simile, un po’ più scura In questo caso la suddetta tinta – scelta assai probabilmente come omaggio alla bandiera del Paese ospite – è declinata in un total color: completino di pizzo, scarpette e una pochette rifida come un’agenda. Un’insieme che le regala almeno dieci anni e che mia madre, poco più giovane di Her Majesty, non si sarebbe messa neanche sotto tortura. Shock.

Seconda tappa, visita a una fabbrica di cioccolato, che sembra destato l’invidia dei tre golosi principini rimasti a casa. Tanto per non sbagliare il colore resto le stesso, sia come sfondo all’abitino a fiori stilizzati Tory Burch sia sugli orecchini ricoperti di cordoncino (Sézane) visti, stravisti e già dimenticati. Completano la mise le solite terribili zeppe altissime, che hanno l’aggravante di essere Stuart Weitzman, e una leziosa pochette a forma di ventaglio. Lei è deliziosa, in altre foto si vede meglio il viso radioso, ma per me francamente è shock.

La giornata per le malattie rare

Ve lo dico, a volte meno male che Letizia c’è. Martedì 15 ha partecipato a un evento in occasione del giorno dedicato alle malattie rare: pull e scarpe rosa cipria, che lei riesce perfino a crudelizzare e gonna plissé bicolore (Reiss). Capelli sciolti con qualche filo grigio e come gioiello un semplice paio di orecchini a cerchio. Chic!

Monaco Fête Nationale 2021 

Come pensavamo (e temevamo) la festa nazionale monegasca è stato un evento improntato a massima sobrietà – per non dire mestizia – culminato con i gemelli affacciati col padre al balcone di palazzo, che mostrano i loro messaggi per la madre: we miss you (ci manchi) quello di Gabriella e we love you quello di Jacques.

La giornata era iniziata prestissimo e in maniera inattesa: alle tre del mattino sull’account Instagram di Charlène è comparso un post con bandiere del Principato sventolanti sulle note dell’inno nazionale, e questa è stata la partecipazione della principessa, che prosegue la convalescenza in un luogo non lontano da Monaco, che non è stato reso noto.

Alle nove e trenta è iniziata la cerimonia ufficiale con il Te Dum in cattedrale, presenziato da Albert II accompagnato dalle due sorelle: Caroline in tailleur Chanel nero, guanti bianchi e cerchietto con piccola veletta, e Stéphanie con un ampio, e un po’ informe, cappotto grigio chiaro.

Le due principesse si sono prese grande cura dei nipotini che sono sembrati un po’ disorientati; in particolare Jacques, nella sua piccola uniforme da carabinier.

Una cosa che mi ha dato da pensare è la presenza di entrambi i fratelli di Charlène; non solo Gareth, che vive e lavora nel Principato e spesso appare in occasioni formali insieme con la famille princière, ma anche il minore, Sean, che invece risiede in Sudafrica, e a Monaco si vede meno.

Per fortuna ci hanno pensato i giovani Grimaldi ad alleggerire un po’ l’atmosfera, soprattutto i più piccoli: i tre bimbi di Andrea e Tatiana, Max India e Sasha; Raphaël, il figlio maggiore di Charlotte nato dall’amore con l’attore Gad Elmaleh; poi Francesco e Stefano, i due biondissimi e bellissimi bambini di Pierre e Beatrice Borromeo.

Beatrice, vestita Dior dalla testa ai piedi in uno stile che evoca il new look inventato dal couturier nel 1947, è senza dubbio la più chic delle signore presenti. Va sul sicuro la cognata Alexandra di Hannover con un cappottino Chanel adatto all’occasione, alla stagione e alla sua giovanissima età. Non mi piace invece Tatiana con la gonna di pizzo sotto la giacca piuttosto pesante, l’acconciatura da casalinga americana degli anni ’50 e le scarpe col laccetto che taglia la caviglia.

L’unico tocco di allegria lo porta lei, Charlotte, che sceglie Chanel come la madre e la sorella: un cappottino nel classico matelassé della maison in un’inedita tonalità oro, maxiorecchini e capelli al vento. Anche lei indossa scarpe con laccetto alla caviglia, ma essendo posto sotto il malleolo non taglia la linea della gamba (e questa è una lezione di mia madre).

Al termine della giornata, l’impressione di Lady Violet può sintetizzati con: anche questo impegno ce lo siamo tolto; ora non possiamo che restare in attesa di migliori notizie dal Principato. Speriamo.

Royal chic shock e boh

È la prima domenica d’autunno e torna la nostra rubrica, sperando che gli eventi pubblici e densi di royals siano sempre di più, testimonianza di un ritorno alla normalità mai tanto atteso.

Montecarlo

Giovedì sera il Principato ha ospitato la quinta edizione del gala Planetary Health, col supporto della fondazione del Principe Sovrano e di quella della sua consorte. La Principessa – ancora in carica ma al momento in aspettativa – è comparsa virtualmente con un messaggio, lontana come una dea degli oceani, mentre al braccio dell’allegro Albert c’era un’altra bionda, e che bionda! La divina Sharon Stone, più grande del sovrano di soli quattro giorni, è una vera diva hollywoodiana, e come tale è specialista nella fondamentale disciplina del dress to impress. In questo caso ha scelto un abito da gran sera di Dolce&Gabbana Alta Moda, in taffeta viola inchiostro (che chiamarlo viola tampone di questi tempi pare brutto); abbinato a sandali neri e a una borsa color prugna, la Devotion; tutto della maison. Nonostante il colore, la cui scelta delizia Lady Violet, la mise non ci fa impazzire, per cui per noi è boh. Però Sharon ci piace a prescindere, per la bellezza, l’intelligenza, la forza e la capacità di risorgere, novella fenice, dai tanti guai che le sono accaduti nel corso degli anni.

Accanto a lei, la pur elegantissima Caroline un po’ scompare, però il contrasto tra il rigore dell’una e l’esuberanza dell’altra è una delizia. La principessa resta fedele a Chanel Haute Couture, di cui indossa un insieme dal vago sapore orientale, caftano e pantaloni, in pizzo lavorato.

Lady Violet la adora, ma è fuori di dubbio che debba ancora perfezionare le sue scelte in funzione della nuova capigliatura nature; abbiamo già detto che il grigio è difficile da portare, ancora più del bianco, e la scelta dei colori è fondamentale per illuminare il viso che altrimenti rischia di risultare spento e invecchiato. In compenso gli orecchini sono un sogno. Chic.

Presenti alla serata anche due rapprentanti della generazione più giovane: Andrea Casiraghi che ha scortato la madre, e Pauline Ducruet, in un originale miniabito/trench rosso amaranto che mette in mostra le splendide gambe. A me è piaciuta (e non accade spesso!): chic.

Utrecht

Lo diciamo sempre, Máxima è un genere a sé, può essere tutto e il suo contrario. È anche una donna bella e fascinosa, anche se a volte (spesso) è too much – almeno per il nostro gusto – quando sembra emergere prepotente la sua anima sudamericana. Veste spesso Natan, che secondo me non le fa sempre un buon servizio. Qualche sera fa, in compagnia del sovrano marito, ha partecipato a Utrecht al concerto per i 100 anni del Nederlandse Bachvereeniging, il più antico ensemble di musica barocca del Paese, e per l’occasione ha riciclato una creazione della maison belga. Il total color, in un delicato cipria, le dona, e i capelli acconciati in uno chignon le tolgono quell’aspetto un po’ disordinato che le regala spesso la chioma lasciata allo stato brado. Dovrebbe però stare attenta ai tessuti pesanti e lucidi, come quello di questi pantaloni, che rendono monumentale la sua giunonica figura. Boh.

New York

Giovedì 23 ha preso il via il tour newyorkese dei Duchi di Sussex che, mollati i pupi a casa, sono volati sulla East Coast. Il passaggio dall’assolata California alla Grande Mela dev’essere stato scioccante per Meghan, che è apparsa sempre vestita da inverno pieno, con tanto di cappotto. Il viaggio della coppia è iniziato con una visita a Ground Zero, ospiti del sindaco Bill de Blasio e della neogovernatrice dello Stato Kathy Hochul, il che ha fatto arricciare il naso di chi ha letto nel gesto l’intento di presentarsi come (o la convinzione di essere) una sorta di royal family americana.

Anyway, per l’occasione Meghan era opportunamente abbigliata in total black (o blue, secondo Vogue US): cappottino Emporio Armani, pullover dolcevita, pantaloni di taglio maschile veramente troppo lunghi su pump dal tacco altissimo e sottile. Discreta, piuttosto scontata, boh.

In seguito c’è stato l’incontro con l’ambasciatore USA all’ONU, e in questo caso la duchessa si è vestita da vera working girl: ha mantenuto il pullover, sostituito i pantaloni con una pencil skirt (o forse è un abito intero) e cambiato il cappotto, nonostante i 27 gradi; questa volta la scelta è caduta su un classico Max Mara, il Rispoli. Italiana anche la borsa: la classica Iside Valextra. Chic, ma per carità le maniche del cappotto arrotolate no!

Altro giro all’ONU, altro incontro – questa volta col Vice-Segretario Generale Amina Mohamed – altro cappotto Max Mara, il Lilia, bellissimo, in cashmere color tabacco, mortificato da camicia e pantaloni di un beige che non ci azzecca granché, da cui spuntano le pump Manolo Blanhik in camoscio che abbiamo intravisto il giorno del suo compleanno. Sorry, non mi convince, boh.

La mise che sulla carta avrei preferito è ahimé quella che le sta peggio: un insieme giaccone più pantaloni Loro Piana in un bellissimo color bacca con dettagli a contrasto (con un altro paio di pump Manolo en pendant), indossato per visitare una scuola di Harlem ai cui studenti la duchessa ha declamato, e credo donato, la propria recente fatica letteraria: The Bench. Il che potrebbe rientrare nel reato di tortura, ancorché leggera. Veniamo alla mise: è tutto troppo grande? La giacca è troppo squadrata? I pantaloni troppo larghi? I capelli troppo spioventi? Direi tutto, e pure altro. Shock.

Finale col botto; al Global Citizen Live, dove Harry ha tenuto uno dei suoi speech, Meghan ha indossato un miniabito Valentino con ricami di cristalli all’orlo al collo e sulle brevi maniche. Un vestitino che si prende la responsabilità di evidenziare i difettucci della duchessa (anche quelli che non ha): pancino postgravidanza – ricordiamo che alla fine ha partorito da neanche 4 mesi – forma monoblocco; inoltre il girocollo non la slancia, e la pettinatura non aiuta. Terribile l’abbinamento con scarpe nere, probabilmente scelte per il cappotto, l’ennesimo, con cui è arrivata. Furbissima la borsa: è la Lady Dior, dedicata a Diana che le donò fama eterna: Style file: Diana Principessa di Galles (terza parte). éurtroppo non basta una borsa, né una firma. Shock.

Quante spose di luglio!

Those who in July do wed, must labour for their daily bread

Chi si sposa a luglio si deve guadagnare il pane quotidiano. Probabilmente perché per loro portare il pane in tavola non è di solito un problema, luglio è un mese gettonatissimo per i royal wedding, compreso il più famoso di tutti , quello di Charles e Diana, ormi entrato negli anta.

Se Paola Ruffo di Calabria lascia Roma alla volta di Bruxelles per diventare Principessa di Liegi il 2 luglio 1959 sposando Albert – fratello del Re dei Belgi e poi re a sua volta – nel 2014, il 6, il maggiore dei nipoti della coppia, Amedeo, fa il percorso inverso e viene in una Roma torrida a sposare la deliziosa – e italianissima, nonostante il cognome – Elisabetta Rosboch Von Wolkenstein. Paola indossa un abito couture e il sontuoso velo ereditato dalla nonna (belga a sua volta) che nell’emozione del momento finisce per calpestare. Elisabetta è in Valentino dalla testa ai piedi; nel suo caso il prezioso velo di famiglia resta nel comò.

(Ph: Riccardo De Luca)

È il 3 luglio 1993, un sabato, quando la cattedrale di Vaduz addobbata a festa accoglie il principe ereditario, Alois, che sposa la duchessa Sophie in Bavaria. Nonostante la proverbiale discrezione del Liechtenstein, è un matrimonio molto interessante per più di una ragione: innanzi tutto il rango dell’aristocraticissima sposa, che non solo appartiene al casato dei Wittelsbach, ma è anche nella linea di successione giacobita, che discendendo da James II si oppone alla successione degli Hannover, quella della Royal Family regnante. In secondo luogo abbonda di scapoli d’oro più o meno alla ricerca di una consorte di rango adeguato; all’epoca qualcuno sogna un matrimonio tra l’allora venticinquenne Principe delle Asturie Felipe e Tatjana, sorella ventenne dello sposo. Philippe del Belgio, timido e riservato, ha 33 anni ed è quasi fuori tempo massimo; è l’erede apparente al trono su cui siede solidamente lo zio Baudouin: la sua situazione apparentemente tranquilla si ribalta in appena 4 settimane, con la morte dello zio e l’inattesa ascesa al trono del padre Albert. Philippe trova in seguito l’anima gemella in Mathilde d’Udekem d’Acoz che sposa nel dicembre 1999.

Lady Violet, che deve di lì a breve fare da testimone a due delle sue migliori amiche – sempre damigella e mai sposa! – cerca ispirazione per le sue mise nei reportage di questo royal wedding, ispirazione che genera un clamoroso cappello di paglia con fiocco in organza per uno dei due matrimoni, celebrato di mattina.

Se il matrimonio di Philippe e Mathilde è l’ultimo royal wedding del millennio, il penunltimo credo proprio che sia quello di Alexia di Grecia, primogenita dei deposti Costantino e Anne-Marie, che il 10 luglio sposa nella cattedrale ortodossa di Londra l’architetto spagnolo Carlos Morales. Alexia ci dà la grande, e rara in questa generazione, gioia di vedere indossata la famosa tiara del Khedivé, che per tradizione indossano le spose discendenti di Margareth di Connaught (qui trovate la storia di questo splendido diadema A Royal Calendar – A Greek royal wedding).

Same month same place per il fratello minore di Alexia, il diadoco Pavlos, che il 1 luglio 1995 impalma la graziosa Marie-Chantal Miller, di Valentino vestita, alla presenza di varie regine consorti e ben due regnanti: Her Majesty The Queen e Margrethe di Danimarca, zia dello sposo. Marie-Chantal appartiene all’aristocrazia del denaro ma non a quella del sangue, e diademi di famiglia non ne ha, per cui la suocera Anne-Marie le presta la Antique Corsage Tiara – in origine un devant de corsage appartenuto alla Regina Victoria di Svezia – che la madre Ingrid, Regina Consorte di Danimarca, le ha donato per i 18 anni.

L’altissimo profilo di queste nozze fa passare in secondo (o terzo, o quarto) piano quelle che nello stesso giorno si svolgono a Monaco, dove la principessa Stéphanie sposa con sole nozze civili il padre dei suoi due figli, Daniel Ducruet, già sua guardia del corpo. Per lei un abito corto che mette in mostra le belle gambe, realizzato da una sarta monegasca. L’espressione di papà Rainier, fiero oppositore alle nozze, è tutta un programma. Non ha tutti i torti, papà: il matrimonio dura appena quindici mesi, e finisce con Daniel fedifrago praticamente in mondovisione.

Evidentemente il fratello di Stéphanie non è superstizioso: nonostante la fine ingloriosa del matrimonio della sorella, Albert II sceglie la stessa data per sposare Charlène: nel 2011, il 1 le nozze civili e il giorno dopo quelle religiose. Come sapete, i due coniugi non hanno trascorso insieme il decimo anniversario: lui nel Principato con i figli, lei in Sudafrica convalescente da una misteriosa malattia. Solo il tempo ci dirà se la malasorte ha colpito ancora, a noi per ora non resta che riguardare le immagini di un matrimonio che al di là del glamour, delle mise della sposa – Chanel e Armani Privé – qualche nota stonata l’ha suonata da subito, come il bacio un po’ forzato dopo la cerimonia civile, o lo sposo infastidito dalle lacrime della neoconsorte.

Scelgono luglio anche due nipoti di Albert: Louis Ducruet, figlio maggiore di Stéphanie e Daniel, sposa la sua Marie Chevallier nel 2019, il 26 e il 27 (vi ricordo che nei Paesi dove non c’è concordato tra Stato e Chiesa sono necessarie due cerimonie, civile e religiosa). Un matrimonio magari privo dell’allure di raffinata eleganza della Monaco dei tempi d’oro, ma sembra felice e i due sposi davvero innamorati. L’abbiamo raccontato qui Le nozze di Louis e Marie.

Come dimenticare poi il matrimonio di un altro nipote di Albert II, Pierre Casiraghi, con Beatrice Borromeo? Siamo nel 2015, e per loro le nozze iniziano in luglio, il 25, e finiscono il 1 agosto, dal Principato all’Italia, in un tourbillon di invitati (alla cerimonia civile assistono pure Travaglio e Peter Gomez, dato che la sposa lavora per il Fatto) party, location diverse, paparazzi, ospiti vip e jeunesse dorée internazionale, e vestiti, vestiti, vestiti, con la sposa che indossa Valentino, Alberta Ferretti, Armani, solo per citare i principali. Abbiamo cercato di sintetizzare tutto in questo post: A Royal Calendar – 1 agosto 2015.

In questa rassegna non può mancare il Regno Unito, che quanto a matrimoni di luglio si piazza tranquillamente al primo posto. Il 6 luglio 1893 nella Chapel Royal, a St. James’s Palace, si celebrano le nozze tra il Duca di York George e Mary di Teck, che saliranno al trono diciotto anni dopo. Lei appartiene a una ramo minore della Royal Family ed è stata fidanzata con il fratello maggiore di lui, quel Duca di Clarence che in vita di non gode di grandissima reputazione (qualcuno lo mette pure nella rosa dei possibili Jack the Ripper) e muore sei settimane dopo il fidanzamento. Il comune dolore probabilmente avvicina i due, che finiscono per innamorarsi; sarà un matrimonio solido e felice.

(Ph: Royal Collection Trust)

Anche l’attuale Duca di York, Andrew, ha sposato Sarah Ferguson in un giorno di luglio: il 23, nel 1986. Anche il loro matrimonio è durato poco; sembra che Sarah soffrisse molto la solitudine dato che il marito, ufficiale di Marina, era lontano per buona parte dell’anno e fu protagonista di un ruspante scandaletto agli inizi degli anni ’90 che portò al divorzio. Nulla in confronto dello scanalo che ora coinvolge lui, di una gravità che potrebbe penalizzare la Corona stessa. Quel giorno di luglio li vede chiaramente innamoratissimi, e forse lo sono ancora; il loro appassionato bacio al balcone è rimasto famoso per le ragione opposte di quello tra i Principi di Monaco, compresa la scomposta interazione con la folla urlante. A quel matrimonio Lady Violet ha dedicato uno speciale chic shock e boh Royal chic shock e boh – 1986 Royal wedding edition,

Beatrice, figlia maggiore della coppia, ha sposato il suo Edo Mapelli Mozzi il 17 luglio dell’anno scorso, e ora è in attesa del primo figlio. Nozze celebrate durante la pandemia, riservate ma molto emozionanti, per il particolare momento, per l’abito della sposa, prestatole dalla nonna come la tiara, la stessa che Her Majesty aveva indossato per il suo matrimonio, e per la presenza del nonno Philip, ritratto in pubblico per l’ultima volta. Questo è uno dei post che abbiamo dedicato alle nozze di Edo e Beatrice: Le parole di un royal wedding.

La cugina di Bea, Zara Phillips, quest’anno ha festeggiato l’arrivo del figlio maschio – scodellato sul pavimento del bagno di casa – e i quarant’anni; il 31 sarà ancora festa per i dieci anni di matrimonio con Mike Tindall. Per loro nozze scozzesi, nella Canongate Kirk sul Royal Mile di Edimburgo, precedute da un party sul royal yacht Britannia, ancorato ormai in pianta stabile nel porto della capitale scozzese, e seguite da un ricevimento a Holyroodhouse, residenza ufficiale della Regina in Scozia. Zara indossa un abito creato dal sarto caro alla nonna, Stewart Parvin, che come notato anche con l’abito di Beatrice, ama sottolineare gli orli con alte fasce (Here comes the bride!). Sulla testa bionda della sposa brilla la Meander Tiara, grande favorita di Lady Violet, prestito della madre Anne che l’ha ereditata dalla nonna paterna Alice. Un gioiello che come pochi altri parla di Grecia e di classicità, di cultura.

Last but not least, il matrimonio del secolo (scorso) che incolla davanti agli schermi televisivi la bellezza di 750 milioni di spettatori: è il 29 luglio 1981, quando il principe di Galles porta all’altare la giovanissima Lady Diana Spencer. Nato come un sogno e trasformatosi rapidamente in un incubo, è stato scrutato, analizzato, radiografato da chiunque in ogni modo. La Royal Family ha deciso per il basso profilo e il quarantesimo anniversario è passato sotto un inglesissimo silenzio cui anche Lady Violet si è adeguata; se volete, questi due post ne trattano alcuni aspetti: Invitate al matrimonio del secolo e Diana the bride.

Senza Charlène

Quando Lady Violet era una ragazzina, le lunghe pigre estati adriatiche subivano un’impennata glamour all’inizio di agosto, con le riviste che si riempivano delle immagini del ballo della Croce Rossa monegasca. Abiti sontuosi, gioielli da favola, lusso e opulenza raccontavano una serata fiabesca, su cui regnava prima l’eleganza un po’ barocca della Grace degli ultimi anni, poi lo chic più contemporaneo della figlia Caroline.

Nei saloni dello Sporting passava di tutto: attori hollywoodiani e imprenditori brianzoli, bei ragazzi in cerca di fortuna, belle ragazze in cerca di contatti, vecchie glorie in cerca di un altro red carpet, come la Norma Desmond di Viale del tramonto. Crescendo, i ragazzi Casiraghi hanno portato un po’ di freschezza, poca, perché il Bal de la Croix Rouge è un rito più che un party per giovani, celebrato dal Principe Sovrano: prima il vecchio, ieratico Rainier III, poi Albert II, più giovane e easy, ma manco tanto.

Negli ultimi decenni entrambi hanno potuto contare sull’allure regale di Caroline, che tra grandi felicità e altrettanto grandi tragedie ha smesso i ridotti abiti della principessa ribelle che era in gioventù, per abbracciare quella dedizione alla causa ereditata dalla madre americana e svolta con impeccabile professionalità. Poi è arrivata Charlène, la nuotatrice olimpica che veniva dal Sudafrica, la cui vaghissima somiglianza con Grace aveva fatto sperare qualcuno in un ritorno ai giorni gloriosi del tempo che fu. Caroline abbandonò dunque il ruolo fino allora esercitato di first lady – e alla nascita del piccolo Jacques, erede del padre, anche l’idea di vedere un giorno sul trono il figlio Andrea – ma a dirla tutta Charlène non ha mai assunto fino in fondo il suo. Comunque le due cognate – i cui rapporti si dice non siano particolarmente stretti – avevano raggiunto un accordo sui due principali appuntamenti benefici, e mondani, del Principato: a Caroline il Bal de la Rose, a Charlène quello della Croix Rouge.

Nel 2020 è andata com’è andata, ma quest’anno si cerca di tornare timidamente alla normalità, e Monaco non fa eccezione. Per cui si è pensato di organizzare ugualmente una manifestazione per la Croix Rouge; non il tradizionale ballo, ma un concerto, più sobrio e più facile da gestire.

Ed ecco che venerdì sera la piazza del Casinò si è riempita di ospiti per ascoltare il jazz di Jamie Cullum. Un evento un po’ ibrido, in cui ognuno si è vestito come voleva: uomini in abito scuro, ad eccezione del sovrano che ha preferito una tenuta ispirata ai colori dell’ente: camicia e pantaloni bianchi più cravatta rossa. Completati da una giacca nera, in un look da yachtman anni settanta. Elegantissima, pure troppo, Caroline, con una mise nei toni del marrone disegnata dal mai troppo rimpianto amico Karl Lagerfeld per la collezione Chanel Primavera Estate 2016. Sicuramente chic, ma Lady Violet ha l’impressione che la principessa non abbia ancora chiarissimo quali colori donino di più ai capelli grigi che ha adottato da poco. Chanel anche per Charlotte Casiraghi – che della maison è testimonial – senza il marito Dimitri Rassam. Per lei un abito corto molto rock; d’altronde la fanciulla, nonostante i due figli e i quasi trentacinque anni, sembra un’adolescente.

Tatiana, moglie di Andrea Casiraghi, ha riproposto il suo classico stile boho chic, in un abito lungo e fluttuante nella fantasia ramage rose di Giambattista Valli, e sandali flat Gianvito Rossi. Una mise che può sembrare troppo semplice, ma lo spezzato del marito non consentiva troppo di più

Al contrario la cognata Beatrice Borromeo, moglie di Pierre, il minore dei fratelli Casiraghi, apparecchiatissima in Dior, sempre bella ed elegante. L’abito è forse eccessivo per l’occasione, tutto tempestato di elementi brillanti e ulteriormente arricchito dal collier Buccellati, ma lei è talmente un bel vedere che la perdoniamo (purtroppo però le foto che la ritraggono non sono granché).

Tutto ciò premesso, arriviamo al clou: Charlène. Che naturalmente non c’era, essendo ancora in Sudafrica Ma il punto è: tornerà a Monaco? E nel caso, quando? Per rispondere dovremmo naturalmente sapere con certezza perché la principessa riluttante sia tornata in patria. Le ipotesi sono principalmente tre: una malattia preesintente che possa essere trattata con successo in Sudafrica, godendo di assistenza e vicinanza della famiglia d’origine. Oppure la famosa infezione otorinilaringoiatrica di cui si parla senza approfondire, evento sempre possibile, anche se questa missione per il salvataggio dei rinoceronti cominciata addirittura a marzo, ben prima che si parlasse di infezione, sembra piuttosto lunghetta. O infine quello che ormai pensa la maggioranza, che si tratti cioè di prove tecniche di separazione; o come si dice tra comuni mortali, una pausa di riflessione. Confesso che pur non essendo madre mi chiedo quanto sia difficile vivere lontano dai propri figli, per giunta così piccoli, e quanto grandi debbano essere la sofferenza e il disagio se portano a un gesto del genere, ove questa si rivelasse la verità. Certo, Charlène non è mai sembrata troppo a proprio agio nei panni principeschi, né nei confini angusti del Principato; basti pensare che dopo tanti anni si esprime ancora con difficoltà in francese. E d’altra parte è noto che la corte monegasca – nonostante le dimensioni ridotte, o forse proprio per quello – non sia un luogo semplice. La stessa Grace ebbe i suoi problemi, nonostante avesse altro temperamento e altro uso di mondo della nuora che non ha mai conosciuto. Alle critiche montanti – e sempre odiose – sul non essere una buona madre, Charlène ha risposto qualche giorno fa postando su Instagram delle foto in videochiamata con i figli, senza che questo ovviamente abbia risolto alcunché.

Ora poi gira – anche in Italia, su Oggi, ripresa da vari siti – l’intervista di Christa Mayrhofer-Dukor, un’aristocratica austriaca che afferma di essere cugina della compianta Grace, e in effetti le somiglia un po’, anche se francamente non sono riuscita a trovare la linea di tale parentela. La signora, che in altre occasioni ha avuto per Charlène parole sia belle sia meno, afferma che la principessa per ora non intende tornare, e non è detto che lo faccia in futuro, avendo ormai compiuto il principale dei suoi obblighi: partorire l’erede. Ora, è vero che questo è pensiero diffuso, ma non potendo verificare vi invito a prendere con cautela questo genere di dichiarazioni; il mondo è pieno di millantatori.

Fermo restando il rispetto per condizioni di salute che possono non essere buone, Lady Violet pensa che al momento tutto sia in divenire, e la presenza al concerto, insieme alla famille princière, di Gareth Wittstock e moglie – la signora in abito verde petrolio, che poco educatamente, mostra un po’ di spalle a Caroline – indichi che al momento la versione ufficiale resta quella della malattia, negando ogni ipotesi di rottura. Vedremo il futuro cosa ci porterà.

Edit: non c’era Charlène ma c’era Nicole Coste, ex di Albert e madre di Alexandre, che compirà 18 anni il mese prossimo. Anche il giovanotto, riconosciuto dal padre nel 2005 ma fuori dalla successione al trono del Principato, ha partecipato alla serata. La Principessa Consorte non sarà contenta.

Royal chic shock e boh

Che ne dite, riprendiamo la rubrica domenicale? Lady Violet è convalescente e va ancora un po’ a rilento, ma in questi giorni ci sono state occasioni interessanti che sarebbe un peccato non commentare insieme.

Gruppo di famiglia n°1

Sabato 15 maggio il quindicenne Christian di Danimarca, secondo in linea di successione dopo il padre Frederik, ha ricevuto la cresima. La cerimonia si è tenuta nella chiesa del Castello di Fredensborg, ed è stata l’occasione per vedere tutta la famiglia riunita: un’immagine veramente bellissima, col festeggiato e la sua famiglia in bianco e blu, e la nonna Margrethe in rosso. Elegantissima la sovrana in una mise color papavero che le illumina l’incarnato; che meraviglia queste signore agée vestite di colori brillanti, dovrebbero ispirare tutte le loro coetanee, tristi fidanzatine dei toni neutri. Sulla sua spalla brilla la spilla a forma di margherita che indossa in tutte le occasioni più importanti (l’aveva anche sull’abito da sposa). Chic.

Completo blu per i tre uomini di casa, tailleur pantaloni bianco per la quattordicenne Isabella, stile bon ton – gonna a pois e giacchina di tweed – per la piccola Josephine, 10 anni. Mise supersobria per Mary, che immaginiamo sia la regista di questa perfetta messa in scena: abito midi in seta a micropois firmato Iris&Ink, scarpe nude nella stessa tonalità della pelle (strategia infallibile per allungare le gambe) fascinator blu scuro, Più il tocco che dimostra come Mary abbia imparato a perfezione il linguaggio dei gioielli reali: sull’abito ha appuntato la Connaught Sapphire Brooch, una spilla composta da uno zaffiro contornato da diamanti con un piccolo festone di perle; diamanti e una perla anche nell’elemento pendente. Il gioiello fu donato alla principessa prussiana Luise Margarete in occasione delle sue nozze con Arthur, Duca di Connaught e Strathearn, settimo figlio della Regina Victoria. La loro figlia Margaret portò con sé la spilla andando sposa dell’erede al trono di Svezia, e alla sua morte prematura fu ereditata dall’unica figlia Ingrid, in seguito Regina Consorte di Danimarca e madre dell’attuale sovrana Margrethe II. Mary indossava la spilla il 21 gennaio del 2006, il giorno in cui Christian fu battezzato. Che vi devo dire, l’abito è un po’ triste e non mi fa impazzire ma tutto l’insieme, come avrebbe detto mia madre, mi è piaciuto molto. Chic.

Gruppo di famiglia n°2

Il 17 maggio Máxima d’Olanda compie cinquant’anni; nell’impossibilità di organizzare un gala comme il faut la pirotecnica sovrana si è dovuta accontentare di un concerto al Teatro Carré di Amsterdam, che sarà trasmesso in televisione. Con Máxima e Willem Alexander c’erano la ex Regina Beatrix (che dopo l’abdicazione ha ripreso il titolo di Principessa) e le tre figlie: l’erede al trono Catarina-Amalia, che a dicembre compirà 18 anni; Alexia, che ne avrà 16 il mese prossimo, e la quattordicenne Ariane. Tutte e tre altissime sembrano più grandi della loro età; come tutte le ragazze sperimentano per trovare il loro stile e perciò sospendiamo ogni giudizio; però sono certa che in futuro ci daranno grandi soddisfazioni, o almeno grande allegria. Vestite ognuna a modo suo – una fantasia oscura e un po’ punitiva per Amalia, stile gypsy per Alexia e effetto camicia da notte per Ariane – non potrebbero fornire un’immagine più diversa da quella della famiglia danese, ma in fondo è giusto che ognuno mostri le sue peculiarità.

(Ph: Patrick van Katwijk/WireImage)

La bionda regina ha scelto, come fa spesso, la creazione di uno stilista olandese, in questo caso la giovane Iris van Herpen. I cui abiti sono anche interessanti, ma rischiano di perdere molto del loro fascino quando scendono dalle passerelle. In questo caso si tratta di un fourreau color carne, ricoperto di tulle con un pattern azzurrognolo che sembra un ologramma, o un disegno in 3d.

Francamente lo trovo orrendo, o quanto meno non adatto alla gioiosa fisicità di Máxima. Nonostante l’impressionante demiparure di smeraldi, shock.

Gruppo di famiglia n°3

Martedì scorso Her Majesty accompagnata dal figlio Charles, poi relegato in postazione laterale, ha inaugurato il Parlamento. Di lei e della sua mise, elegantemente riciclata, abbiamo già parlato (Le foto del giorno – State Opening of Parliament 2021) ma c’è un dettaglio che rende la scelta di Sua Maestà teneramente significativa: l’abito a fiori grigi e gialli che completa l’insieme è stato indossato dalla sovrana nella fotografia che la ritrae con Philip per il suo novantanovesimo compleanno. Imbattibile.

La Duchessa di Cornovaglia, terzo e ultimo membro della Royal Family presente, pur rispettando il dress code che prevedeva una mise da giorno, ha scelto di vestire in bianco, colore tradizionalmente usato quando per l’occasione si indossa l’abito cerimoniale.

Bellissimo il cappello Philip Treacy, interessante il soprabito, giocato in due tonalità di bianco – la parte inferiore e una fila di rombi sono in un color ostrica, mentre la parte superiore e la fila di rombi a contrasto sono off white – anche se il tessuto piuttosto rigido non rende impeccabile il fitting. Perfetti gli accessori, rigorosamente in tinta, a partire dalle décolleté bicolori Chanel. Anche Camilla ha appreso a perfezione il linguaggio dei gioielli reali, e indossa una spilla appartenuta alla Queen Mother, un pezzo déco in cristallo di rocca circondato da diamanti, con diamante centrale; la trasparenza del cristallo di rocca rende il gioiello diverso a seconda del colore su cui viene appuntato; sul bianco è veramente favoloso. Chic.

Non è comparsa insieme alle altre, ma la Duchessa di Cambridge è sicuramente una delle royal ladies protagoniste dell’ultimo mese; per la grazia con cui ha affrontato il funerale del principe Philip, per la semplicità con cui ha festeggiato i dieci anni di matrimonio in famiglia, per il garbo e l’empatia con cui affronta i suoi impegni.

Tre giorni fa, in compagnia del marito, è stata a Wolverhampton, dove ha visitato tre organizzazioni che si occupano di bambini e ragazzi in difficoltà. Impeccabile il look da lavoro in total blue: sotto il cappotto lungo dei pantaloni ampia vita a lta (Jigsaw) e una blusa a pois con colletto smerlato (Tory Burch), che non mi fa impazzire ma almeno dà quel necessario tocco di luce. In più il dettaglio raffinato e very British della mascherina in tessuto Liberty. Chic.

Il 7 maggio aveva attirato l’attenzione di molti durante la visita al Royal London Hospital, seguita da quella all’archivio della National Portrait Gallery. In questo caso la scelta è caduta su un cappottino, della collezione 2018 di Eponine London, di un bellissimo rosso arancio foderato di blu elettrico. Si saranno ispirati al classico cappotto casentino? L’abbinamento col beige caramello spegne un po’ l’insieme, ma non mi dispiace. Deliziosa la borsa, la Nano Montreal di DeMellier. Anche questa volta chic.

Republican chic shock e boh – Inauguration Day edition (parte seconda)

Gli artisti

Confesso di essere rimasta piuttosto colpita dalla giovanissima poetessa Amanda Gorman, che non conoscevo. Scelta dalla First Lady, donna di vasta e profonda cultura, Amanda ha portato sul palco passione e forza e speranza e unità e luce. Luce incarnata dal quel delizioso cappotto giallo limone di Prada, coraggiosamente abbinato a un bandeau rosso indossato come una corona. Amanda, la ragazzina nera che dimostra meno dei suoi 22 anni, cresciuta da una madre single, che sogna un giorno di diventare presidente e intanto partecipa a un altro giuramento: l’essenza del sogno americano.

Se guardate con attenzione la fotografia, al medio della mano destra di Amanda brilla un anello particolare: un uccellino in gabbia. È un dono di una delle sue più celebri fan, Oprah Winfrey, e in un bel gioco simbolico rimanda a Caged bird poesia di Maya Angelou, che a sua volta presenziò a una inaugurazione, quella di Bill Clinton nel 1992. Chic.

Gli ospiti musicali

Mi scuso per il titolo di tono sanremese, ma non vorrei fosse dimenticata la performance di Garth Brooks, che ha cantato a cappella Amazing Grace, il celebre inno scritto da quel John Newton che dopo aver lavorato per i trafficanti di schiavi ricevette da Dio la straordinaria grazia della conversione. Se ve lo siete perso trovate un link in fondo; sulle tv italiche Brooks, liquidato come “cantante country col tipico cappello” è stato bypassato a favore dell’inserto pubblicitario.

Tutti invece hanno visto Lady Gaga e Jennifer Lopez, che con le loro mise hanno riproposto il feroce antagonismo tra due grandi signore della moda che accese vari decenni del secolo scorso: Elsa Schiaparelli e Coco Chanel. Schiaparelli Haute Couture la scelta di Lady Gaga, che ha cantato l’inno nazionale. Il texano Daniel Roseberry, direttore artistico della maison dal 2019, ha creato per lei – in una settimana, sembra – un abito really impressive che ha deliziato alcuni, scioccato altri. Per il momento più altamente simbolico i colori scelti il rosso e il blu che col bianco compongono la bandiera Stars&Stripes: (e rappresentano i due schieramenti politici); un giacchino in cachemire blu scuro che si allungava sui fianchi fino a far esplodere un’enorme gonna in faille di seta scarlatta.

Avrei evitato quella pettinatura da babushka, passata comunque quasi inosservata davanti all’enorme spilla in foggia di picassiana colomba della pace (finalmente la pace nel mondo!). Sicuramente molto grande, probabilmente troppo per la cantante, così minuta, ma sicuramente bilanciata dal volume della gonna. Certamente la mise più chiacchierata e divisiva, adorata e detestata. Lady Violet pensa intanto che se dovessimo usare come metro il gusto personale la discussione finirebbe subito; è ovvio che ciascuno consideri il proprio il migliore che c’è, e ammiri chi ne ha uno affine, anche tra chi gli abiti li crea. Ed è altrettanto ovvio che se il gusto è insindacabile ogni signora prediliga il suo e lo segua. Se vogliamo fare un passo in più, bisogna ricordare che anche gli abiti sono un codice, e i codici appartengono alla cultura che li genera; ma le culture, anche se simili, non sono uguali. Personalmente penso che quello di Lady Gaga più che un abito sia un costume, un abito di scena eccentrico quanto lei, e per questo spettacolo secondo me funzionava bene. Noi non lo metteremmo mai? Amen signore, direi che ci faremo il problema quando saremo chiamate a cantare l’inno nazionale al giuramento di un presidente. Fatemi però spendere due parole anche sulla spilla; io riconosco la massima autorevolezza nel campo a due gran dame: la prima è HM Queen Elizabeth, aiutata sia dalla signorilità regale del tratto sia dalla ricchezza inarrivabile del proprio scrigno. L’altra è Madeline Albright. Nata a Praga nel 1937 e naturalizzata statunitense, negli otto anni della presidenza Clinton è stata prima ambasciatore all’ONU, poi Segretario di Stato.

Appassionata collezionista di spille, sia preziose sia di bigiotteria, non solo ne ha indossate di ogni forma e grandezza – senza farsi mai limitare dall’altezza non proprio svettante – ma le ha usate sempre per lanciare metamessaggi, come raccontato con grande accuratezza dalla mostra Read my pins, che Lady Violet vide al Museum of Arts and Design di New York nel 2010. Indovinate? Anche in quella collezione c’è una spilla, parte di un set, molto simile a quella sfoggiata da Miss Germanotta. Qual è dunque il giudizio di Lady Violet sulla sua pari grado? Né chic, né shock, né boh, sublime.

Jennifer Lopez, in total white Chanel, è la dimostrazione che una mise uscita da una celebre maison non è condizione sufficiente per essere chic, e forse nemmeno necessaria. Un cappotto troppo grande lasciato aperto mostra una classica blusa col fiocco, pantaloni lunghissimi a coprire le scarpe con superplateau che le donano la grazia di Popeye, maniche anch’esse troppo lunghe che finiscono con l’assembrarsi coi polsini della camicia e i bracciali fitti di perle. Un insieme confuso e “sporco” nonostante il candore, senza un grammo dello chic codificato da Mademoiselle Coco. Inquietante il fondotinta color terracotta, a meno che non fosse una voluta citazione dei gloriosi capi indiani. Augh. Shock.

La First Lady uscente

Impossibile non parlare dell’uscita di scena di Melania, che ha attirato commenti adoranti e critiche severe (oltre a offese odiose, che alle donne non si risparmiano mai). I Trump se ne sono andati la mattina del 20, senza partecipare al passaggio delle consegne; scelta grave e ingiustificabile, uno sgarbo inemendabile nei confronti non solo del nuovo Presidente, ma del Paese intero. Per il suo farewell outfit, prima di raggiungere la tenuta di famiglia in Florida, Melania ha usato l’artiglieria pesante: giacchino Chanel con maniche 3/4, tubino Dolce&Gabbana, scarpe Louboutin, Birkin Hermès in coccodrillo, occhialoni da diva. Una mise très chic – secondo me più adatta al giorno inoltrato che alle otto di mattina – che oggettivamente le stava da dea. Ho sempre trovato la signora Trump statuaria, sia per la perfezione dell’aspetto sia per il marmoreo calore che emana; nel ruolo che ha appena abbandonato non credo passerà alla storia, probabilmente penalizzata anche dall’essere straniera, e dall’avere degli Stati Uniti un’immagine parziale colta da un osservatorio privilegiato. Se vogliamo anche in questo caso ricorrere ai codici di comunicazione, vedo in quest’ultima la riaffermazione di ciò che le si è sempre riconosciuto: bellezza, gusto nel vestire, un bel portamento (e diciamolo, pure la capacità di camminare con grazia su un prato col tacco 12). Inutile fare la lista della spesa, il marito è notoriamente milionario; milionario in debiti si dice da più parti, il che potrebbe in parte spiegare la necessità di un’ostentazione che francamente evitabile dato il momento e il ruolo: secondo Lady Violet anche in questo caso less is more. Due righe a parte le merita la borsa: so che è considerata di gran lusso, che è l’oggetto del desiderio di moltissime signore che purtroppo difficilmente riusciranno a possederla, ma la borsa di coccodrillo per me proprio no. Ha vissuto il suo momento d’oro negli anni ’50 e ’60, quando era uno status symbol quanto e più del visone, simbolo di prestigio e lusso a causa della difficoltà di reperirne la pelle. Ma da quando i coccodrilli sono usciti dal mito per essere allevati come fossero trote nelle paludi della Florida, si è perso il valore del lusso, rimanendo tutt’al più quello del costo. A meno che Melania, giustappunto ricollocata in Florida, voglia a sua volta impiantare qualche allevamento nella tenuta di Mar-a-Lago, nel qual caso sarebbe un’abile mossa di marketing. Personalmente non posso separare l’idea dalla borsa di coccodrillo da un ricordo d’infanzia: uno zio ingegnere trasferito da decenni in Venezuela tornò una volta in Italia portando con sé pelli di coccodrillo per le sorelle, e non so perché volle omaggiare mio padre di un piccolo coccodrillo vero, impagliato, che prima di essere spedito in cantina fu riposto sul ripiano più altro della libreria. Da dove ogni tanto mio fratello e io lo tiravamo giù per spaventare gli ospiti. Sarei disposta a un’unica eccezione: le scarpine in coccodrillo bordeaux con la punta in seta nera che una delle donne più eleganti del mondo, Consuelo Crespi, si dice indossasse sotto gli abiti da sera. Ma qui siamo davvero nel mito.

Sbarcando dall’Air Force One in Florida, Melania ha sorpreso tutti con un radicale cambio di look: via il nero e avanti la fantasia tra l’etnico e il geometrico dell’abito Gucci, con le G del logo in bella vista, sia mai non si capisse il brand; via anche le Loboutin, al suo posto un paio di Roger Vivier quasi flat, che certo rendono diversa la camminata. Se le sarà messe per scappare da Donald, visto che non s’è fermata neanche davanti davanti ai microfoni della stampa? Vedremo. Chic ma non elegante.

Dulcis in fundo

La pandemia ha impedito lo svolgimento dei tradizionali balli che chiudono l’Inauguration Day, al loro posto uno spettacolo ricco di artisti capitanati da Tom Hanks. La nuova First Lady ha scelto un insieme di Gabriela Hearst ricchissimo di simboli (pure troppo): l’abito replica il modello di quello indossato la mattina, un tubino con sprone e maniche di chiffon ricamato di fiori, gli stessi che compaiono sull’orlo del cappottino en pendant. Non fiori a caso, ma quelli che rappresentano i 50 Stati dell’Unione. All’interno del pardessous era ricamata una famosa frase sul valore dell’insegnamento di Benjamin Franklin. Perché anche all’interno della White House Jill si sia tenuta i guanti bianchi, infilandoli sotto il delicato polsino, resta francamente un mistero.

Tutta la mise è un grande boh.

Chiudiamo con quella che per Lady Violet è l’immagine più tenera dell’Inauguration Day: il nuovo Presidente assiste allo spettacolo con in braccio il nipotino Beau, ultimo nato del figlio Hunter. Il bimbo ha lo stesso nome dello zio, il primogenito di Biden, scomparso nel 2015 per un tumore cerebrale. Era lui che nei desideri del padre avrebbe dovuto correre per la White House, e sembra che anche durante il giorno del giuramento il padre abbia detto che avrebbe voluto vedere il figlio al posto suo. Ma a volte ai genitori capita anche questo, prestare le gambe e camminare al posto di chi non c’è più.

Qui trovate il video di Garth Brooks https://www.youtube.com/watch?v=kr8H2bFzOY8

Una novità e un ricordo

Qualche giorno prima di Natale la Maison Chanel ha annunciato di aver scelto la nuova testimonial: Charlotte Casiraghi.

Testimonial che ha l’incarico di passare definitivamente il testimone da Karl Lagerfeld, scomparso ormai quasi due anni fa (Adieu Karl) a Virginie Viard, che ha sostituito Kaiser Karl come direttore creativo Chanel. Charlotte non porta in dote solo la bellezza, ma una lunga consuetudine familiare con la maison, sigillata dalla grande amicizia tra sua madre e lo stilista tedesco.

E tutta vestita Chanel, ormai il suo marchio di fabbrica, declinato nel classico black&white, è comparsa la madre principessa sei settimane fa alla festa nazionale del Principato, un’uscita che ha fatto parlare soprattutto per i capelli, insolitamente grigi.

Poi non l’abbiamo vista più, ma oggi non possiamo fare a meno di dedicarle un pensiero, nel giorno che sarebbe stato il trentasettesimo anniversario del matrimonio con Stefano Casiraghi. Me lo ricordo bene quel giorno, quindici mesi dopo lo shock dell’improvvisa morte di Grace sulla Rocca tornava a splendere il sole; una grande felicità che finì in tragedia pochi anni dopo. Sarà per la giornata grigia e un po’ triste, ma ci penso da stamattina. Se anche voi oggi vi sentite un po’ così, questo è il post A Royal Calendar – 29 dicembre 1983.

Jackie, la donna che visse tre volte (parte seconda)

Il 25 novembre 1963 c’è un bambino che compie tre anni, ma non li festeggia in giardino con gli amichetti. Il 25 novembre 1963 c’è una bambina che due giorni dopo ne compirà sei, ma neanche lei li festeggerà come al solito. Il 25 novembre 1963 c’è una giovane donna che invece di organizzare due compleanni ha organizzato un funerale.

Quei due bambini nei loro cappottini di tweed azzurro  danno la mano alla loro mamma vestita di nero, il cui volto pietrificato fa da contrappunto ai marmi di Washington, e con lei accompagnano il padre nel suo ultimo viaggio. Che lo traghetterà dalla cronaca alla storia. Probabilmente considerata in famiglia come il fiocco sulla scatola del prodotto JFK («Venderemo Jack come sapone» diceva il padre, il ricchissimo e spregiudicatissimo patriarca Joseph P. Kennedy) Jackie in quei giorni tragici e cruciali diventa il centro di tutto. Lei a tenere insieme la famiglia, lei a studiare nei dettagli la cerimonia.

(Ph. PH2 Aaron Peterson/U.S. Navy)

Si ispira ai funerali di Lincoln: la bara sull’affusto di cannone seguito da un cavallo con gli stivali infilati alla rovescia nelle staffe, un’immagine che resterà famosa quasi quanto quella del piccolo John che (dietro suggerimento materno) fa il saluto militare al padre. Il 29 novembre Jackie incontra Theodore White della rivista Life,  nella casa di famiglia a Hyannis Port. Gli racconta di quanto Jack amasse Artù, l’eroe idealista raccontato in un libro e in un famoso musical «Don’t let it be forgot, that for one brief, shining moment there was Camelot» (Non sia dimenticato quel breve luminoso momento che fu Camelot) gli dice. Sul sole che tramonta su  Camelot nasce il mito.

L’alba spunta su Camelot venerdì il 20 gennaio 1961, quando si insedia la presidenza Kennedy; è un giorno freddissimo e le strade di Washington sono piene di neve. The Inauguration Of President John F. KennedyTra le tante signore che assistono all’insediamento del nuovo Presidente avvolte nelle loro pellicce spicca la nuova First Lady con un semplice cappotto beige. Gli uomini invece sono in tight, con cappotto e cappello a cilindro; ma quando il Presidente giura, e poi pronuncia il celeberrimo discorso Ask not, il cappotto se lo toglie; JFK, che a 43 anni è il più giovane mai eletto a quella carica, vuol dare da subito l’idea del cambiamento suggerendo energia, salute, potenza. Purtroppo è molto meno in salute di quanto si pensi, e Jackie – che avrebbe voluto reggere la Bibbia su cui giurare, come si fa oggi – sorride enigmatica: secondo qualcuno è perché sa quanti mutandoni e maglie di lana abbia lui sotto l’abito, per sopportare il freddo.

Alla sua prima apparizione ufficiale Jacqueline fissa già i canoni del suo stile, a partire da quel cappello – il pillbox – che diventerà il suo marchio di fabbrica. Oleg Cassini, il sarto che ha scelto come compagno in quest’avventura, è praticamente perfetto: un aristocratico nato a Parigi da padre russo e madre francese che ha studiato con De Chirico, poi si è trasferito negli USA dove frequenta il jet set, lavora nel cinema e veste molte attrici. Ne sposa una (Gene Tierney) si fidanza con un’altra (Grace Kelly); ha quel gusto francese che la nuova First Lady ama tanto e la cittadinanza americana, necessaria per enfatizzare il progetto dei nuovi States, quelli della New Frontier. Jackie ha solo trentun’anni, supera appena il metro e 70, è sottile e naturalmente elegante. Nei mille giorni che dura Camelot il couturier creerà per lei circa 300 mise con uno stile ben definito e immediatamente riconoscibili: linee semplici – preferita quella ad A per gli abiti – giacche a scatola con maniche 3/4, tessuti pregiati, quasi sempre monocromi. Con loro i neonati anni ’60 inventano la donna moderna.

La sera precedente all’inaugurazione i Kennedy partecipano a un gala, e l’abito disegnato da Cassini è pura perfezione: di una semplicità quasi grafica, realizzato in un pesante satin svizzero, unica decorazione un fiore stilizzato in vita. Una volta in auto per raggiungere il gala, il Presidente chiede all’autista di accendere l’illuminazione interna della vettura, in modo che tutte le persone sulla strada possano ammirare la moglie. Un abito di transizione: porta Jackie alla White House e tra le donne meglio vestite di sempre, e traghetta la moda in una nuova fase.

La conferma che la via imboccata è quella giusta arriva qualche mese dopo: il Presidente e la First Lady visitano il vicino Canada dal 16 al 18 maggio 1961; Jackie non è sicurissima di saper affrontare ciò che il nuovo ruolo le richiede, ma le sue foto in total red tra le Giubbe Rosse fanno il giro del mondo. Jackie appunta sulla spalla sinistra una spilla che rappresenta due frutti, in diamanti e rubini; è un dono di Jack, disegnata da Jean Schlumberger per Tiffany. Anche con gioielli e bijoux la First Lady promuove il made in USA: si tratti degli amati bangles di Schlumberger, cui finirà per dare il nome, o dei favolosi bijoux creati dall’amico Kenneth Jay Lane, creatore del collier a tre fili di perle (false) che Jackie indossa spesso e volentieri, anche nelle occasioni più importanti. (Kenneth Jay Lane è una delle passioni di Lady Violet, qui trovate un post dedicato proprio a lui e a Jackie Jackie, Kenneth e la collana dei sogni).

A giugno la definitiva consacrazione: i Kennedy vanno in visita ufficiale in Francia, il Paese da dove arrivano gli antenati di Jackie, i Bouvier. Parigi è l’amatissima città degli studi giovanili alla Sorbonne, ed è naturalmente la capitale mondiale della moda. Jackie alterna creazioni di Cassini ad altre di couturier francesi, realizzate però da una sartoria americana, Chez Ninon, su disegno e con materiali originali, secondo la tecnica “line to line”. È uno Chanel realizzato da Chez Ninon anche uno dei suoi abiti più famosi, il taiilleur rosa indossato a Dallas, il giorno in cui il sogno di Camelot affoga nel sangue (Quel tailleur rosa). 

Ma la sera del gala a Versailles è Givenchy a vestirla – con un abito bianco dal corpino ricoperto di fiori – e il solitamente sobrio De Gaulle, affascinato, la paragona a un quadro di Watteau. Se insieme sono una potenza di giovinezza, bellezza, eleganza, charme, humour (a Parigi Jack si presenta come “l’uomo che accompagna Jacqueline Kennedy”) anche nelle visite in solitaria Jackie incanta.

Sublime l’undici marzo 1962 per l’udienza privata in Vaticano, accolta da Papa Giovanni XXIII, in lungo nero con mantiglia.Splendida nei mille cambi durante il viaggio in India e Pakistan, accompagnata dalla sorella Lee Radziwill, dal 12 al 21 dello stesso mese. In nove giorni la First Lady indossa almeno 22 mise diverse; le cronache del tempo riportano una collezione di abiti declinati nei colori dei fiori delle spezie e della pietre preziose del subcontinente indiano: il bianco il giallo l’arancio il verde il rosa pesca.

Il 1962 non è un anno semplice per il matrimonio Kennedy; il 5 agosto viene trovata morta nella sua casa di Los Angeles Marilyn Monroe; che un paio di mesi prima, ubriaca e vestita di un abito color carne che poco lasciava all’immaginazione aveva cantato Happy birthday to you al presidente, in una serata al Madison Square Garden cui Jackie si era ben guardata dal partecipare. La storia è nota, e come spesso accade alle persone universalmente famose  pochi dettagli intimi vengono risparmiati dalla curiosità altrui. Lady Violet pensa che alla fine anche l’antagonismo tra Jackie e Marilyn abbia contribuito alla popolarità dei Kennedy, e alla loro leggenda. La raffinatezza di Jackie, la sua cultura, gli eventi artistici ospitati per la prima volta alla White House trovavano il loro contraltare in Marilyn – e nella sua performance – in un mix di alto e basso, di élite e di popolare.

L’anno seguente Jackie è di nuovo incinta, mentre Jack comincia a fare piani per la rielezione del 1964. Il 9 agosto nasce Patrick, ma è prematuro e muore due giorni dopo. Il colpo per la First Lady è pesante, nel suo passato ci sono già un aborto spontaneo e una bimba nata morta, Arabella.

Per riposare e riprendersi, parte con la sorella per la Grecia, dove incontra la famiglia reale al palazzo Tatoi. Accetta l’invito di Aristotele Onassis per una crociera sullo yacht Christina. Lei non lo sa, ma la sua prima vita sta per finire. La seconda però è già all’orizzonte. 

Qui trovate la prima parte del post dedicato a JackieJackie, la donna che visse tre volte (parte prima)

Qui il post dedicato al figlio John F. Kennedy Jr, che oggi avrebbe compiuto 60 anni A Royal Calendar – 16 luglio 1999