L’addio a Philip. Qualche dettaglio, qualche risposta.

Il giorno dopo la tristezza e la commozione è il momento di dedicare la nostra attenzione ai dettagli. A partire da quelli che non abbiamo visto: sembra che la Regina avesse con sé in borsa una fotografia dei tempi felici: lei e Philip giovani, all’inizio di quel viaggio straordinario che è stato il loro matrimonio. E sembra che abbia usato come fazzoletto una delle pochette bianche che il principe portava nel taschino realizzate per lui dai suoi sarti di Savile Row, Kent & Haste.

La Regina e la Richmond Brooch

È una delle domande che si sono posti tutti, perché Sua Maestà abbia scelto una spilla che, al contrario di altre, non ha un legame diretto col marito scomparso. Provo a dare una risposta: alcune di quelle più strettamente legate a Philip, come la Sapphire Chrysanthemum, indossata in viaggio di nozze e spesso negli anniversari del matrimonio, o magari la Grima Ruby, che lui le donò per i 40 anni, hanno pietre colorate – zaffiri l’una, rubini l’altra – e il lutto non ne consente l’uso (la seconda poi è in oro giallo, totalmente inadatta). Altre, come la Six Petal Diamond Flower, indossata per l’annuncio del fidanzamento ufficiale, sarebbero andate bene, ma io penso che Her Majesty abbia voluto onorare il consorte scomparso con un pezzo indossato sempre in occasioni di grande importanza, molte delle quali legate alle forze armate come il Festival of Remebrance, ma anche la cerimonia per i suoi 90, l’udienza con Papa Giovanni Paolo II nel 2000 o il matrimonio dei Sussex. La spilla è composta da diamanti con una perla centrale (che può essere sostituita da un altro diamante) più una perla a pera come pendente che può essere rimosso, come in questo caso. Fu donata dalla città di Richmond a Mary di Teck, che andava sposa all’allora Duca di York, all’epoca secondo nella successione. Un gioiello che celebra un riuscito matrimonio reale e il ruolo di consorte del sovrano, ma porta con sé un dettaglio particolarmente significativo.

Quel 6 luglio 1893, il giorno in cui sposò George, Mary aveva dieci damigelle; una delle quali era Alice di Battenberg, la madre di Philip (è la prima bambina as inistra, in seconda fila, seduta su una sedia). Ed ecco che il cerchio si chiude.

Catherine e il choker di perle

Perle e diamanti anche per la Duchessa di Cambridge, che ieri ha incantato un po’ tutti, per l’aspetto – bello il cappottino di Catherine Walker fermato da un nodo obliquo, e il cappellino che dava alla sua mise un’aria vagamente anni ’40 – ma soprattutto per il comportamento, da vera futura regina. Al suo collo brillava un choker: quattro fili di perle coltivate, dono del Governo giapponese, fermati da una favolosa chiusura di diamanti. Il collier appartiene alla Regina, che lo ha indossato poche volte, non amando particolarmente questo modello; molti lo ricordano indosso a Diana nel novembre 1982, alla gala dinner offerto da Beatrice d’Olanda, in visita nel Regno Unito insieme al marito Claus. Ma anche Catherine lo ha già indossato, nel 2017, per i 70 anni di matrimonio tra Elizabeth e Philip. Perle e diamanti anche per gli orecchini, i Bahrain Pearl Drop. Per il matrimonio di Elizabeth e Philip arrivò in dono dal Bahrein una madreperla contenente ben sette perle; due furono usate per questi orecchini, che la Regina ha prestato spesso sia a Catherine sia a Sophie di Wessex. E altri cerchi si chiudono.

Camilla e il badge militare

Per la Duchessa di Cornovaglia né perle né diamanti; lei ha onorato il suocero indossando un badge militare in argento. La spilla evoca il corno che nel XIX secolo sostituì il tamburo per dare ordini sul campo di battaglia. È uno dei simboli della fanteria leggera e del corpo dei fucilieri, The Rifles, di cui Camilla è diventata Colonel-in-Chief la scorsa estate al posto di Philip, che in quella occasione comparve in pubblico per l’ultima volta. Tutti i fucilieri presenti indossavano lo stesso badge, come la duchessa. Un omaggio che il vecchio soldato avrebbe gradito sicuramente.

Le calze!

Scivolata delle sorelle York, che alle canoniche hanno preferito delle calze chiare. Molto chiare, troppo! Ragazze, superati i 30 dovet stare più attente. Menzione d’onore per i due mariti, Edoardo e Jack, affettuosamente impeccabili. Calze chiare anche per la signora in alto a destra, che dovrebbe essere la Contessa Mountbatten of Burma. Pazienza.

Quercia o lana?

Il corpo di Philip riposa in una bara di quercia foderata di piombo, come deciso da molti anni, secondo l’uso reale britannico. La quercia è l’albero che rappresentala sovranità, terrestre e celeste, e il suo legno è particolarmente resistente, tanto che l’origine del termine “robusto” si fa risalire a quercus robur, la specie di quercia più diffusa in Europa. Prima del funerale però, si è diffusa la voce che le spoglie del principe potessero venire custodite recuperando un’altra vecchia tradizione inglese: la bara di lana. Un sistema che sta tornando attuale in ossequio alla moda che ricerca prodotti biodegradabili, e sembra che uno dei principali fornitori sia la stessa fabbrica che fornisce il panno per le uniformi, almeno quelle reali. La tradizione delle sepolture nella lana risale a una legge del 1660, che per favorirne il mercato, così tipicamente British, imponeva che le salme fossero avvolte in sudari di questo materiale, pena multe pesanti. Naturalmente l’aspetto ecologico in questo caso sarebbe inutile, dato che Philip verrà sepolto con Elizabeth all’interno della St George’s Chapel, ma come potete immaginare ha già destato l’attenzione del futuro re, Charles, appassionato sostenitore di cause ambientali, dunque nel caso sappiamo già cosa potremmo aspettarci.

P.S. a tutte le amiche tricoteuses segnalo che esiste già una bella produzione di bare in lana handmade, con la possibilità di ricamare le iniziali del defunto. Una possibilità da tener presente coi tempi che corrono.

Save the date!

Se il pomeriggio di martedì 30 non avete impegni, o se vi piacerebbe averne ma siete in zona rossa, ho qualcosa per voi.

Mercante in Fiera – cioè la splendida realtà delle Fiere di Parma – ha invitato me insieme con grandi esperte del bijou americano ad accompagnarvi in un breve viaggio in questo magico mondo. Oltre a un po’ di storia del gioiello non prezioso si parlerà del ruolo fondamentale degli artigiani italiani immigrati negli USA, e di grandi protagonisti come Kennteh Jay Lane. Ma ci sarà anche posto per il più regale degli accessori, declinato in versione meno impegnativa, e sarà proprio Lady Violet a trattare l’argomento.

L’appuntamento è alle 17:00 del 30 marzo seguendo questo link; https://m.youtube.com/user/fierediparma

Se non foste libere, resterà disponibile la registrazione. Enjoy!

Un post su Kenneth Jay Lane ha inaugurato questo blog; lo trovate qui Jackie, Kenneth e la collana dei sogni

Tiffany perde il suo cuore

Quanto amate certi piccoli gioielli Tiffany, il cuore Open Heart definito solo dal contorno cicciotto, il fagiolo Bean trasformato in un oggetto di lusso, il bracciale Bone che avvolge il polso, o il fratellino minore, lo Split?

Quante di voi in viaggio a New York non hanno resistito al desiderio di tornare a casa una scatolina di quel particolare punto di colore che non è un colore, ma un marchio di fabbrica (Pantone lo creò su misura, e si chiama 1837 Blue, citando l’anno di fondazione della Maison)? Se siete tra queste, dovete ringraziare una donna, Elsa Peretti.

Che ha trasformato in icone forme morbide e segni semplici, e soprattutto ha portato l’argento nell’Olimpo del lusso. Un lusso contemporaneo, accessibile a (quasi) tutti, declinato in creazioni che sono ornamenti ma anche oggetti di design, talismani, compagni di viaggio. Elsa Peretti è morta oggi, dopo una vita di quelle che si leggono nei romanzi. Nata a Firenze il 1 maggio 1940, suo padre era Nando, fondatore e patron dell’API, Anonima Petroli Italiana (oggi si chiama IP); Elsa si stanca presto di riti e miti dell’alta società italiana, pur se animata dalla dolce vita, e se ne va in Svizzera, dove si mantiene dando lezioni di sci nella scicchissima Gstaad. Approda a Milano e, dotata com’è di un fisico alto e longilineo, diventa modella, scelta che rende furibonda l’assai più convenzionale famiglia; la sorella maggiore Mila ha intanto impalmato il conte Aldo Maria Brachetti, cui ha portato in dote azienda e cognome (ma questa, come diciamo sempre è un’altra storia) Dopo aver posato – in veste da suora – addirittura per Dalì, Elsa approda a New York; è il 1968, il momento più adatto del secolo. Incontra Halston, stilista giovane ma celeberrimo – è lui a creare il pillbox indossato da Jackie Kennedy all’inaugurazione della presidenza del marito – e i loro litigi allo Studio 54 diventano leggenda, raccontati perfino da Andy Warhol.

Elsa disegna la bottiglia per il profumo Halston, best seller negli USA, e per sé un ciondolo, il bottle, che diventerà famoso a sua volta. Helmut Newton la immortala in uno scatto storico con lei vestita da coniglietta, e inizia la collaborazione della vita, quella con Tiffany, e le sue collezioni vanno esaurite in un giorno. Tanti legami, nessun matrimonio, nessun figlio, tanti cani, la vita di Elsa non è dedicata solo al frivolo e all’effimero; quando arriva l’enorme eredità paterna crea una fondazione, la Nando and Elsa Peretti Foundation, che con decine di milioni di euro promuove in tutto il mondo progetti su diritti umani, ricerca scientifica, ambiente, arte e cultura.

Pian piano si stanca delle mille luci di New York, e si dedica sempre di più al borgo spagnolo di Sant Martì Vell, dove recupera un’antica struttura in pietra. Nel 2019 vince il premio Leonardo da Vinci alla carriera, e la Biennale dedica una mostra alle sue creazioni.

Una volta lessi una sua intervista in cui citava Pavese e il suo mestiere di vivere, augurarsi d’averlo imparato; ora è arrivato il momento del riposo, con un grazie per tutta la bellezza e la felicità che le sue creazioni hanno regalato e continueranno a regalare.

Da parte mia, grazie anche per l’esempio di realizzazione femminile, che ha dato semplicemente, senza mai pensare di farlo, né volerlo.

Un Commonwealth Day speciale

A Celebration for Commonwealth Day, così è intitolato lo speciale della BBC andato in onda oggi in luogo della tradizionale cerimonia a Westmister Abbey. E, nel caso qualcuno potesse mai avere dei dubbi, la Regina ha confermato la sua natura di fuoriclasse. Bellissimo lo sfondo del suo discorso – incentrato sui valori dell’amicizia e dell’unità – con le bandiere di tutti i Paesi che del Commonwealth fanno parte, e perfetta lei, as usual.

Tailleur in tessuto damascato azzurro – ma esiste un colore che le stia male? – sul cui bavero brilla una spilla che ha naturalmente un significato particolarmente importante: è la Sapphire Chrysanthemum Brooch, e la su presenza sottolinea ancora una volta il legame con il marito Philip, dato che fu indossata durante il viaggio di nozze, nel lontano 1947, per le nozze di diamante nel 2007.

E ancora nel novembre scorso, quando gli anni insieme sono diventati 73.

Pensiero affettuoso per il marito in ospedale, senza dubbio, ma secondo me anche riconoscimento del ruolo di Philip nella sua vita e in quella della Nazione. Questo matrimonio celebrato nell’immediato dopoguerra, che allora fu cesura tra gli anni della guerra e il nuovo corso che si sperava ricco di pace e prosperità è esso stesso il simbolo del regno di Suo Maestà e della storia del Regno Unito contemporaneo.

Il Principe di Galles nei giorni scorsi ha registrato a Westminster Abbey il suo intervento, incentrato su tematiche a lui particolarmente care: l’impegno fondamentale dei paesi del Commonwealth nella lotta ai cambiamenti climatici nella protezione di scenari naturali unici, dell’ambiente marino e della biodiversità. L’Abbazia imbandierata ha comunque ospitato le performances di tanti cittadini dei Paesi del Commonwealth, opportunamente distanziati.

I Duchi di Cambridge sono invece comparsi dalla loro residenza di campagna nel Norfolk, impegnati in conversazioni con personale sanitario, volontari e charities nei pasi del Commonwealth; in particolare con la sudafricana dottoressa Zolelwa Sifumba, appassionata sostenitrice non solo del diritto alla salute, ma anche di quelli dei sanitario sul luogo di lavoro. Anche Catherine ha scelto il blu per questa giornata, un abito già indossato nel novembre 2019; è il Kate Dress di Emilia Wickstead, che la duchessa possiede in più colori.

E speriamo che per la celebrazione del prossimo anno tutto sia tornato alla normalità.

Le foto del giorno – Adulta e vaccinata

Sorridente come sempre, bella come il sole in un abito rosa che la fa risplendere, questa sera Her Majesty è intervenuta in una conversazione con rappresentanti del NHS, il servizio sanitario nazionale, e ha dato la sua versione sui vaccini nella lotta al covid.

La sovrana ha rassicurato che il vaccino, ricevuto insieme con il marito lo scorso 9 gennaio (Breaking News!) non le ha dato alcun problema, facendola al contrario sentire bene e più protetta. Davanti ai rischi del covid la vaccinazione è un’arma straordinaria, che può rapidamente mettere al sicuro larghe fasce della popolazione. Ora è il momento di non essere egoisti né pensare solo a sé, ma comprendere che il vaccinarsi è un gesto importante per tutta la comunità, e può aiutare a proteggere i più deboli. L’intervento della Regina ha molto colpito, perché è abitudine per i reali astenersi dal parlare di temi che riguardino la propria salute, ma il momento è straordinario, e ancora una volta Her Majesty ha dimostrato la sua capacità di adattamento e di empatia col suo popolo.

Se comunque il vostro pensiero è corso al principe Philip ancora ricoverato in ospedale, il suo sorriso sereno della sovrana dovrebbe tranquillizzarvi. Ma c’è un piccolo dettaglio che Lady Violet vuol farvi notare: sulla sua spalla sinistra brilla la Six Petal Diamond Flower Brooch: un fiore stilizzato a sei petali composti da diamanti di varie dimensioni che circondano una pietra centrale più grande. La giovane principessa Elizabeth ricevette la spilla dallo staff della casa reale per il suo ventunesimo compleanno, e la indossò felice e sorridente il giorno del fidanzamento con Philip. Tutto chiaro, direi.

Queen Rania, fifty&fabulous (parte seconda)

Il 7 febbraio 1999 è l’Ascension Day di Re Abdullah II di Giordania; nel giorno in cui il padre muore il nuovo sovrano giura davanti al Parlamento. La cerimonia di intronazione (in Giordania manca una corona vera e propria) avviene il 9 giugno dello stesso anno, e in quel giorno per la prima volta il mondo può ammirare la bellezza e l’eleganza della nuova regina; quanti si sentivano orfani di Diana e del suo glamour hanno trovato una degna sostituta.

Nonostante il trucco pesante che la invecchia un po’ e le toglie freschezza, Rania risplende in un favoloso abito di Eliee Saab ispirato al costume tradizionale mediorentale, composto da un fourreau di seta beige e un pardessous ricamato. Le cronache dell’epoca attribuivano a questa mise un valore di 2.4 milioni di dollari, ma va detto che la sovrana ha indossato l’abito anche alla cerimonia per i 10 anni di regno, il che lo qualifica ufficialmente come investimento.

Se il Re di Giordania non ha corone da indossare neanche in quel giorno, la Regina sfoggia un pezzo di grande importanza; è la tiara firmata Cartier che il suocero Re Hussein donò alla terza moglie, l’amatissima Alia, morta a soli 28 anni precipitando con un elicottero. La tiara appartiene alla Principessa Haya – moglie in fuga da Mohammed bin Rashid Al Maktoum, emiro di Dubai e Premier degli Emirati, accusato di essere un violento padre-padrone – che l’ha spesso prestata alla cognata. Un gioiello di grande effetto, di gusto forse un po’ più orientale e anche un po’ eccessivo – soprattutto in abbinamento con gli orecchini en pendant – ma insomma, in fondo sempre di un’incoronazione si parla.

Tanto questo diadema è importante, quanto è minimal un altro gioiello che abbiamo spesso visto sui capelli di Rania negli eventi formali; creato da Boucheron nel 2008, è una tiara trasformabile non in collier ma in bracciale. è questo che la regina ha abbinato al famoso abito dell’incoronazione celebrando i 10 anni di regno; una versione più misurata di grande eleganza.

Firmata Boucheron anche una terza tiara indossata dalla sovrana: un tralcio di foglie d’edera in oro nero e smeraldi: un pezzo molto particolare e non facilissimo da portare; dato che però è comparsa sul real capo solo un paio di volte, probabilmente si trattava di un prestito della maison francese.

Questo lo stile della regina hashemita: un mix di tradizione e modernità, ispirazioni etniche e grandi griffe. A me piace moltissimo con gli abiti ispirati ai costumi del suo paese, eleganti e scenografici insieme.

Abiti che noi definiamo genericamente caftani, a che hanno nomi, modelli, origini e funzioni anche molto diverse. Rania – che peraltro veramente di rado appare velata – li indossa con un tocco glam che è veramente la sua marcia in più.

Spostando lo sguardo a occidente, la regina ama affidare la sua silhouette così sottile e aggraziata a quegli stilisti dalle linee più semplici e pulite, con una predilezione per Prada e Armani, che l’ha vestita con due degli abiti da sera più belli mai visti.

E poi Valentino, Dior, Givenchy, Fendi, Balenciaga, Vuitton; scelte sicure per uno uno stile urbano e chic, e ogni tanto qualche errore qua e là, tanto per non sembrare troppo perfetta. Mise sempre interessanti, che sia il blu Vuitton indossato per un incontro sulla pace ad Assisi, l’insieme rosa chiarissimo che abbina la blusa al pantapalazzo per la visita alla White House, la gonna a raggi bianchi e neri indossati a Madrid o addirittura il completo Zara.

Con qualche coup de théâtre, tipo la kefiah indossata sul completo a righe, o il nero rigoroso ed elegante in visita a Papa Francesco, col capo coperto da una stola di chiffon bianco, un look che più Audrey non si può.

Invitata di riguardo ai tanti royal wedding degli ultimi anni, non sempre secondo me ha indovinato la mise. A Stoccolma, in lungo per le nozze tra la Principessa Ereditaria Victoria e il suo David era in viola Armani. Nonostante lo stilista (e il colore) all’epoca non mi piacque, e oggi francamente nemmeno. Dalle maniche diverse alla cofana di capelli cotonati tutto troppo pasticciato (e mi asterrò sul frac del Re). E poi perché quel plateau, se già sovrasta il marito?

Per la Boda Real che il 22 maggio unì Felipe a Letizia era veramente splendida in Givenchy Haute Coture; purtroppo aveva ignorato il dress code che prevedeva abito corto e cappello, e certo quella magnifica gonna abbinata a una semplice camicia bianca non può essere contrabbandata come abito tradizionale.

La perfezione non è di questa terra, per fortuna.

La prima parte del post dedicato a Rania lo trovate qui Queen Rania, fifty&fabulous (parte prima)

Republican chic shock e boh – Inauguration Day edition (parte seconda)

Gli artisti

Confesso di essere rimasta piuttosto colpita dalla giovanissima poetessa Amanda Gorman, che non conoscevo. Scelta dalla First Lady, donna di vasta e profonda cultura, Amanda ha portato sul palco passione e forza e speranza e unità e luce. Luce incarnata dal quel delizioso cappotto giallo limone di Prada, coraggiosamente abbinato a un bandeau rosso indossato come una corona. Amanda, la ragazzina nera che dimostra meno dei suoi 22 anni, cresciuta da una madre single, che sogna un giorno di diventare presidente e intanto partecipa a un altro giuramento: l’essenza del sogno americano.

Se guardate con attenzione la fotografia, al medio della mano destra di Amanda brilla un anello particolare: un uccellino in gabbia. È un dono di una delle sue più celebri fan, Oprah Winfrey, e in un bel gioco simbolico rimanda a Caged bird poesia di Maya Angelou, che a sua volta presenziò a una inaugurazione, quella di Bill Clinton nel 1992. Chic.

Gli ospiti musicali

Mi scuso per il titolo di tono sanremese, ma non vorrei fosse dimenticata la performance di Garth Brooks, che ha cantato a cappella Amazing Grace, il celebre inno scritto da quel John Newton che dopo aver lavorato per i trafficanti di schiavi ricevette da Dio la straordinaria grazia della conversione. Se ve lo siete perso trovate un link in fondo; sulle tv italiche Brooks, liquidato come “cantante country col tipico cappello” è stato bypassato a favore dell’inserto pubblicitario.

Tutti invece hanno visto Lady Gaga e Jennifer Lopez, che con le loro mise hanno riproposto il feroce antagonismo tra due grandi signore della moda che accese vari decenni del secolo scorso: Elsa Schiaparelli e Coco Chanel. Schiaparelli Haute Couture la scelta di Lady Gaga, che ha cantato l’inno nazionale. Il texano Daniel Roseberry, direttore artistico della maison dal 2019, ha creato per lei – in una settimana, sembra – un abito really impressive che ha deliziato alcuni, scioccato altri. Per il momento più altamente simbolico i colori scelti il rosso e il blu che col bianco compongono la bandiera Stars&Stripes: (e rappresentano i due schieramenti politici); un giacchino in cachemire blu scuro che si allungava sui fianchi fino a far esplodere un’enorme gonna in faille di seta scarlatta.

Avrei evitato quella pettinatura da babushka, passata comunque quasi inosservata davanti all’enorme spilla in foggia di picassiana colomba della pace (finalmente la pace nel mondo!). Sicuramente molto grande, probabilmente troppo per la cantante, così minuta, ma sicuramente bilanciata dal volume della gonna. Certamente la mise più chiacchierata e divisiva, adorata e detestata. Lady Violet pensa intanto che se dovessimo usare come metro il gusto personale la discussione finirebbe subito; è ovvio che ciascuno consideri il proprio il migliore che c’è, e ammiri chi ne ha uno affine, anche tra chi gli abiti li crea. Ed è altrettanto ovvio che se il gusto è insindacabile ogni signora prediliga il suo e lo segua. Se vogliamo fare un passo in più, bisogna ricordare che anche gli abiti sono un codice, e i codici appartengono alla cultura che li genera; ma le culture, anche se simili, non sono uguali. Personalmente penso che quello di Lady Gaga più che un abito sia un costume, un abito di scena eccentrico quanto lei, e per questo spettacolo secondo me funzionava bene. Noi non lo metteremmo mai? Amen signore, direi che ci faremo il problema quando saremo chiamate a cantare l’inno nazionale al giuramento di un presidente. Fatemi però spendere due parole anche sulla spilla; io riconosco la massima autorevolezza nel campo a due gran dame: la prima è HM Queen Elizabeth, aiutata sia dalla signorilità regale del tratto sia dalla ricchezza inarrivabile del proprio scrigno. L’altra è Madeline Albright. Nata a Praga nel 1937 e naturalizzata statunitense, negli otto anni della presidenza Clinton è stata prima ambasciatore all’ONU, poi Segretario di Stato.

Appassionata collezionista di spille, sia preziose sia di bigiotteria, non solo ne ha indossate di ogni forma e grandezza – senza farsi mai limitare dall’altezza non proprio svettante – ma le ha usate sempre per lanciare metamessaggi, come raccontato con grande accuratezza dalla mostra Read my pins, che Lady Violet vide al Museum of Arts and Design di New York nel 2010. Indovinate? Anche in quella collezione c’è una spilla, parte di un set, molto simile a quella sfoggiata da Miss Germanotta. Qual è dunque il giudizio di Lady Violet sulla sua pari grado? Né chic, né shock, né boh, sublime.

Jennifer Lopez, in total white Chanel, è la dimostrazione che una mise uscita da una celebre maison non è condizione sufficiente per essere chic, e forse nemmeno necessaria. Un cappotto troppo grande lasciato aperto mostra una classica blusa col fiocco, pantaloni lunghissimi a coprire le scarpe con superplateau che le donano la grazia di Popeye, maniche anch’esse troppo lunghe che finiscono con l’assembrarsi coi polsini della camicia e i bracciali fitti di perle. Un insieme confuso e “sporco” nonostante il candore, senza un grammo dello chic codificato da Mademoiselle Coco. Inquietante il fondotinta color terracotta, a meno che non fosse una voluta citazione dei gloriosi capi indiani. Augh. Shock.

La First Lady uscente

Impossibile non parlare dell’uscita di scena di Melania, che ha attirato commenti adoranti e critiche severe (oltre a offese odiose, che alle donne non si risparmiano mai). I Trump se ne sono andati la mattina del 20, senza partecipare al passaggio delle consegne; scelta grave e ingiustificabile, uno sgarbo inemendabile nei confronti non solo del nuovo Presidente, ma del Paese intero. Per il suo farewell outfit, prima di raggiungere la tenuta di famiglia in Florida, Melania ha usato l’artiglieria pesante: giacchino Chanel con maniche 3/4, tubino Dolce&Gabbana, scarpe Louboutin, Birkin Hermès in coccodrillo, occhialoni da diva. Una mise très chic – secondo me più adatta al giorno inoltrato che alle otto di mattina – che oggettivamente le stava da dea. Ho sempre trovato la signora Trump statuaria, sia per la perfezione dell’aspetto sia per il marmoreo calore che emana; nel ruolo che ha appena abbandonato non credo passerà alla storia, probabilmente penalizzata anche dall’essere straniera, e dall’avere degli Stati Uniti un’immagine parziale colta da un osservatorio privilegiato. Se vogliamo anche in questo caso ricorrere ai codici di comunicazione, vedo in quest’ultima la riaffermazione di ciò che le si è sempre riconosciuto: bellezza, gusto nel vestire, un bel portamento (e diciamolo, pure la capacità di camminare con grazia su un prato col tacco 12). Inutile fare la lista della spesa, il marito è notoriamente milionario; milionario in debiti si dice da più parti, il che potrebbe in parte spiegare la necessità di un’ostentazione che francamente evitabile dato il momento e il ruolo: secondo Lady Violet anche in questo caso less is more. Due righe a parte le merita la borsa: so che è considerata di gran lusso, che è l’oggetto del desiderio di moltissime signore che purtroppo difficilmente riusciranno a possederla, ma la borsa di coccodrillo per me proprio no. Ha vissuto il suo momento d’oro negli anni ’50 e ’60, quando era uno status symbol quanto e più del visone, simbolo di prestigio e lusso a causa della difficoltà di reperirne la pelle. Ma da quando i coccodrilli sono usciti dal mito per essere allevati come fossero trote nelle paludi della Florida, si è perso il valore del lusso, rimanendo tutt’al più quello del costo. A meno che Melania, giustappunto ricollocata in Florida, voglia a sua volta impiantare qualche allevamento nella tenuta di Mar-a-Lago, nel qual caso sarebbe un’abile mossa di marketing. Personalmente non posso separare l’idea dalla borsa di coccodrillo da un ricordo d’infanzia: uno zio ingegnere trasferito da decenni in Venezuela tornò una volta in Italia portando con sé pelli di coccodrillo per le sorelle, e non so perché volle omaggiare mio padre di un piccolo coccodrillo vero, impagliato, che prima di essere spedito in cantina fu riposto sul ripiano più altro della libreria. Da dove ogni tanto mio fratello e io lo tiravamo giù per spaventare gli ospiti. Sarei disposta a un’unica eccezione: le scarpine in coccodrillo bordeaux con la punta in seta nera che una delle donne più eleganti del mondo, Consuelo Crespi, si dice indossasse sotto gli abiti da sera. Ma qui siamo davvero nel mito.

Sbarcando dall’Air Force One in Florida, Melania ha sorpreso tutti con un radicale cambio di look: via il nero e avanti la fantasia tra l’etnico e il geometrico dell’abito Gucci, con le G del logo in bella vista, sia mai non si capisse il brand; via anche le Loboutin, al suo posto un paio di Roger Vivier quasi flat, che certo rendono diversa la camminata. Se le sarà messe per scappare da Donald, visto che non s’è fermata neanche davanti davanti ai microfoni della stampa? Vedremo. Chic ma non elegante.

Dulcis in fundo

La pandemia ha impedito lo svolgimento dei tradizionali balli che chiudono l’Inauguration Day, al loro posto uno spettacolo ricco di artisti capitanati da Tom Hanks. La nuova First Lady ha scelto un insieme di Gabriela Hearst ricchissimo di simboli (pure troppo): l’abito replica il modello di quello indossato la mattina, un tubino con sprone e maniche di chiffon ricamato di fiori, gli stessi che compaiono sull’orlo del cappottino en pendant. Non fiori a caso, ma quelli che rappresentano i 50 Stati dell’Unione. All’interno del pardessous era ricamata una famosa frase sul valore dell’insegnamento di Benjamin Franklin. Perché anche all’interno della White House Jill si sia tenuta i guanti bianchi, infilandoli sotto il delicato polsino, resta francamente un mistero.

Tutta la mise è un grande boh.

Chiudiamo con quella che per Lady Violet è l’immagine più tenera dell’Inauguration Day: il nuovo Presidente assiste allo spettacolo con in braccio il nipotino Beau, ultimo nato del figlio Hunter. Il bimbo ha lo stesso nome dello zio, il primogenito di Biden, scomparso nel 2015 per un tumore cerebrale. Era lui che nei desideri del padre avrebbe dovuto correre per la White House, e sembra che anche durante il giorno del giuramento il padre abbia detto che avrebbe voluto vedere il figlio al posto suo. Ma a volte ai genitori capita anche questo, prestare le gambe e camminare al posto di chi non c’è più.

Qui trovate il video di Garth Brooks https://www.youtube.com/watch?v=kr8H2bFzOY8

La fine di un’era – 22 gennaio 1901

Dopo un regno lungo 63 anni e mezzo, dopo essersi affacciata sul nuovo secolo, muore nell’amata Osborne House sull’isola di Wight HM Queen Victoria Empress of India. Centoventi anni dopo i suoi pronipoti siedono su molti troni europei – Norvegia, Svezia, Danimarca, Spagna, oltre naturalmente al Regno Unito – e il suo sangue continua a tingere di blu le più aristocratiche vene. Se il termine vittoriano evoca qualcosa di vecchio, bigotto e un po’ polveroso, la nostra modernità è modellata su molti dei suoi lasciti: dall’albero di Natale alla sposa in bianco, dall’anestesia durante il parto ai video (se volete vedere Sua Maestà in movimento, in uno dei primissimi filmati della storia, questo è il post: Queen Victoria, come non l’abbiamo mai vista.

La grande regina si spegne il giorno prima dell’ottantesimo anniversario della morte del padre, il Duca di Kent e Strathearn, e 11 mesi prima del quarantesimo della scomparsa dell’amatissimo marito Albert. Il loro era stato un matrimonio d’amore, e la vedovanza precipita la sovrana in un dolore che non trova pace; Victoria impone il lutto stretto a corte – lei vestirà di nero per tutta la vita – e non lo limita agli abiti ma lo estende anche agli ornamenti.

È con lei che si affermala mourning jewellery, i gioielli da lutto; i più classici sono i locket, quei ciondoli che si aprono rivelando da un lato un piccolo ritratto, dall’altro una ciocca di capelli, come in quello appartenuto proprio alla sovrana, con fotografia e capelli del consorte. Il ciondolo in oro è decorato sul fronte da un ovale di onice profilato di bianco, su cui brilla una stella a sei punte di diamanti; sulla cornice corre una frase in tedesco, realizzata in smalto blu, che il catalogo del Royal Collection Trust traduce approssimativamente: l’anima pura si innalza verso il Signore. Sul retro un’incisione, anch’essa in tedesco, che reca i nomi dei coniugi e la data della morte di lui: 14 dicembre 1861.

I locket vengono sospesi a nastri di velluto – ovviamente nero – o agganciati a collane, bracciali spille; almeno fino al 1880 per essere ammessi a Corte devono essere neri anche quelli. La mourning jewellery diventa di gran moda anche tra chi non ha perso alcun parente; le pietre nere però non si trovano con facilità.

Per la sovrana si usa il jet (in italiano giaietto): che non è un minerale ma una lignite, cioè un carbone fossile; ha un colore intenso e brillante, ma rischia di scheggiarsi durante la lavorazione, ed è dunque piuttosto costoso. I gioielli da lutto vengono dunque realizzati con varie pietre nere, più o meno belle: onice, ematite, tectite; in aiuto di chi non può permettersi neanche quelle, arrivano ingegno e tecnica, in forma di perle di vetro.

Belle, lucide, leggere e facili da usare in splendide creazioni. Prodotte in serie hanno anche prezzi assai ragionevoli: è la rivoluzione industriale, bellezze, altra gemma preziosa sulla corona di Her Majesty.

Senza volerlo, e senza neanche immaginarlo, a Queen Victoria spetta dunque di diritto un posto anche nella storia della bigiotteria. E senza voler essere impertinente, in fondo ha anticipato i Gothic Punk di un secolo.

Se però preferite qualcosa di più chiaro e luminoso, seguite il link The importance of being Victoria

Christmas broadcast 2020

Al termine di un anno così complesso, tra pandemia ancora drammaticamente attiva e l’incombente Brexit l’aspettavamo tanto e non ci ha deluso; anche quest’anno il tradizionale Christmas broadcast della Regina è stato perfetto.

Il set

Il discorso è stato registrato (qualche giorno prima com’è tradizione) nella Green Drawing Room a Windsor, spesso usata per eventi importanti o come set fotografico: in tempi recenti l’abbiamo vista in occasione del royal wedding dei Sussex, e del battesimo di Archie.

Sulla scrivania davanti a lei una sola foto, scelta che ha spiazzato quasi tutti, abituati come siamo a vedere esposte immagini di famiglia, e a cercare di leggere metamessaggi a seconda di chi vi compare. Quest’anno invece una scelta insolita quanto netta: il solo Principe Philip, in un’inedita immagine casual. Evitati così i commenti su chi c’era – e soprattutto su chi non c’era – si è riconosciuto il ruolo dell’uomo che le è accanto da decenni e che tra meno di sei mesi festeggerà il secolo; e al contempo si sono ricordate tutte le persone anziane che, se non sono state falcidiate dal covid, hanno particolarmente sofferto la solitudine da distanziamento, magari trascorrendo in solitudine anche queste feste.

La Regina

Vi lascio immaginare la delizia di Lady Violet – e della sua corgina Purple – allo scoprire la mise di Sua Maestà: un elegante abito in crêpe di lana, creazione della fidata Angela Kelly, in una favolosa sfumatura di viola. Viola tampone, direi – e naturalmente al tampone per l’inchiostro mi riferisco, non a quello così spiacevolmente in voga in questi tempi oscuri – con un scollatura rotonda che dà luce al viso e ospita con grazia i classici tre fili di perle. In molti si sono chiesti se questo viola volesse evocare quello dei paramenti liturgici usati in Quaresima, e dunque evocare più il lutto di quest’anno terribile che la gioia del Natale. Personalmente lo escludo, immagino che la sovrana, che non fa nulla a caso, abbia dato la preferenza ad una tinta più sobria e meno allegra del rosso; ma se proprio vogliamo fare un discorso simbolico – sempre rischioso quando si parla di culture più o meno differenti dalla nostra – bisogna considerare cosa questo colore rappresenta: l’unione tra il rosso della carne e il blu dello spirito, la sintesi tra terra e cielo. Per questo è associato alla regalità, in particolare ai sovrani inglesi che dopo la riforma hanno assunto su di sé il doppio ruolo di monarca e capo della Chiesa d’Inghilterra. E questa bella tonalità, più che il viola tampone della mia definizione, è proprio il royal purple (googlare per credere).

Restando nel campo dei simboli, la spilla a forma di conchiglia ha deliziato anche chi non conosca i gioielli a disposizione di Sua Maestà: simbolo di salvezza e di rinascita, scelta migliore non poteva essere fatta.

Naturalmente è assai probabile che la decisione di appuntarsi proprio questa spilla sia legata a un simbolismo familiare, importante quanto gli altri. Il gioiello, il cui nome completo è Courtauld Thomson Scallop-Shell Brooch, apparteneva alla Queen Mother, che lo ricevette in eredità dall’artista e scrittrice Winifred Hope Thompson in segno di ammirazione e rispetto. La spilla era stata disegnata dal fratello, Lord Courtauld Thomson, e realizzata nel 1919 da The Goldsmiths & Silversmiths Co Ltd. Ha la forma della valva di una capasanta, la conchiglia di Santiago di Compostela, incrostata di diamanti; alla base una singola perla, da cui partono cinque frange di diamanti di diversa lunghezza, che terminano in un diamante a goccia. La Queen Mom l’amava molto e l’ha indossata spesso, in particolare per la cerimonia del suo centesimo compleanno, e questo potrebbe essere un altro rimando al prossimo centenario, il Duca di Edimburgo.

Il discorso

(Ph: un collage di immagini da alcuni dei precedenti Christmas broadcast, dall’account twitter The Royal Family)

Speranza, solidarietà, vicinanza le parole chiave di un discorso fortemente segnato dalla pandemia ancora in atto, con alcune espressioni di rara bellezza, come quel the kindness of strangers (la gentilezza degli estranei) che è l’ultima battuta di Blanche Dubois nel dramma Un tram che si chiama Desiderio di Tennessee Williams, ed è diventata nel tempo un’espressione comunemente usata nella lingua inglese. Il Buon Samaritano, e i suoi tanti emuli che vanno per il mondo, è uno dei personaggi centrali di questo messaggio di Natale, in singolare corrispondenza con la recente enciclica di Papa Francesco, Fratelli Tutti; l’avrà letta anche Her Majesty? Non ne sarei affatto sorpresa. Per uno strano scherzo del destino, l’OMS aveva dichiarato il 2020 Anno Internazionale dell’Infermiere, e mai come in questi mesi la loro opera è stata preziosa; molti i riferimenti a colei che diede dignità e struttura a questa professione, Florence Nightingale, di cui il 12 maggio ricorreva il bicentenario della nascita (questo il post che le abbiamo dedicato The lady with the lamp). L’evento straordinario che ha segnato l’anno che sta finendo ha consentito a Sua Maestà di glissare elegantemente sulla sua famiglia, presente nei vari filmati a che scorrevano durante il suo discorso; naturalmente assenti transfughi e reietto, e chissà come ci saranno rimasti (soprattutto i primi).

In chiusura i canti di Natale eseguiti dal Lewisham and Greenwich NHS Choir, perfetta chiusura di un Christmas broadcast perfetto.

Un royal wedding di 60 anni fa

Il 15 dicembre di sessant’anni fa Bruxelles è vestita a festa: si sposa il Re.

Baudouin ha 30 anni e siede sul trono dei Belgi dal 16 luglio 1951, quando non ne aveva ancora ventuno. A cinque anni perde la madre, l’amata e giovanissima Regina Astrid, morta in un incidente stradale. Di anni ne ha nove quando scoppia la guerra; pochi mesi dopo i Tedeschi invadono il Belgio violandone la neutralità, e la famiglia reale finisce reclusa nel Castello di Laeken. Quattro anni dura la segregazione, poi finisce internata in campo di concentramento, da dove viene finalmente liberata dalla truppe alleate.

I Belgi però non perdonano a Leopold III il comportamento tenuto durante il conflitto, né il secondo matrimonio con Mary Lilian Baels; scoppia la questione reale, il Re va in esilio in Svizzera e il quindicenne Baudouin lo segue. Finalmente nel 1950 un referendum consente a Leopold III di rientrare, ma il sovrano preferisce lasciare il trono al figlio. Baudouin è un uomo timido, serio, sobrio, riservato. Ed è solo. Il ruolo di sovrano di un paese cattolico, sostenuto tra l’altro da una profonda fede religiosa, richiederebbe al suo fianco una fanciulla di sangue blu appartenente alla Chiesa di Roma, e a un certo punto all’orizzonte ne compare una. L’Infanta Pilar, figlia maggiore di Don Juan, Conte di Barcellona (padre del Rey Emérito Juan Carlos) ha vent’anni, e la sua famiglia cerca con discrezione un marito per lei.

Pilar è una ragazza volitiva, con una solida struttura fisica e il naso aristocratico ma importante dei Borbone. Viaggia spesso accompagnata da Doña Fabiola de Mora y Aragón, nobile fanciulla che ha otto anni più di lei, un aspetto e un comportamento ispirati alla sobrietà e all’understatement. Difficilmente questa potrebbe oscurare quella, ma è proprio ciò che accade: Baudouin le incontra, non resta particolarmente impressionato da Pilar ma con Fabiola è il coup de foudre. Il 22 settembre 1960 l’annuncio del fidanzamento (qui trovate il delizioso servizio della Settimana Incom https://youtu.be/VmBM5nRRYj0).

Fabiola non sembrerà una star hollywoodiana, ma sceglie uno degli abiti più belli ed eleganti di sempre. Lo crea per lei il connazionale Cristóbal Balenciaga, che usa solo tre materiali: seta, tulle per il velo ed ermellino, (sembra che la modesta sposa lo avrebbe evitato, ma la madre la convinse).

Il corpino aderente con maniche 3/4 si apre in una gonna dall’ampiezza contenuta; il punto focale è tutto nel collo, profilato dalla pelliccia che si allunga sulla spalle e borda tutto lo strascico, lungo sette metri ed evoca davvero un manto regale; un tocco di ermellino sottolinea la vita.

L’abbondante velo di tulle è fermato dalla tiara delle Nove Province, che è senz’altro un diadema piuttosto pesante; sicuramente tutto l’insieme abbia una certa pesantezza, ed è proprio questa a renderlo perfetto.

L’abito e il diadema sottolineano la trasformazione di Fabiola, che nel giro di poche ore diventa regina, donano fascino e regalità a una sposa non giovanissima (ha 32 anni, che all’epoca erano tanti) e neanche particolarmente graziosa, esaltando i suoi punti di forza: la dignità, e una signorilità che diventa regale.

Trentadue anni dura il matrimonio, fino alla morte di Baudouin, il 31 luglio 1993. Lontanissima dal fasto caciarone dei rotocalchi, sarà una coppia solidissima, che vivrà in simbiosi col collante di una fede incrollabile; supererà le difficoltà della vita e quelle della corona, il dramma della mancanza di un figlio e la tragedia dei cinque aborti spontanei.

Dimostrando che a volte gli amori da favola si trovano dove meno te li aspetti.