La Queen en rose

L’ultima volta che l’abbiamo vista in pubblico (più o meno) era il 17 luglio, giorno del matrimonio della nipote Beatrice con Edoardo Mapelli Mozzi, quando aveva anche ricevuto nel cortile di Windsor Castle l’eroe di guerra e filantropo Capitano Tom Moore, per investirlo del titolo di Sir.

Temevamo di non vederla ancora a lungo, e di doverci accontentare di qualche fotografia rubata, magari durante una delle amate cavalcate nel parco di una delle sue residenze, e invece Her Majesty oggi ha sorpreso tutti, comparendo scortata dal nipote William per una visita al Defence Science and Technology Laboratory (Dstl), dove ha inaugurato il nuovo Energetics Analysis Centre.

Social distancing rispettato più o meno rigorosamente, ma con sorpresa di tutti nessuno portava la mascherina. Buckingham Palace ha precisato che tutti i presenti erano stati sottoposti a test covid e risultati negativi, ma le critiche sono piovute abbondanti. Dall’alto delle sue royal connections ha voluto generosamente offrirci il proprio illuminato parere anche Omid Scobie, autore di Finding Freedom storia del gran rifiuto che fecero i Sussex: secondo lui vedere la sovrana mascherata avrebbe avuto un “forte impatto”. Lady Violet confessa la propria perplessità ma ormai è fatta, magari capiremo di più nei prossimi giorni; intanto godiamoci l’espressione di divertito interesse con cui Sua Maestà ha osservato la dimostrazione di uno dei cani antiterrorismo.

Per la sua rentrée la Regina si dimostra una vera trend setter, con un cappottino di Stewart Parvin in quel rosa polvere che è proprio uno dei colori della stagione, con cappellino en pendant di Rachel Trevor Morgan, decorato con un mazzolino di assai autunnali fiorellini. Il tutto già indossato, perché lei è troppo avanti!

Se pensate che questa mise abbia un che di romantico, date un’occhiata alla spilla appuntata sul soprabito; è la Grima Ruby Brooch, creata dal gioielliere Andrew Grima, nato a Roma da famiglia italomaltese e cresciuto nel Regno Unito, autore di molti lavori per la Royal Family. Realizzata in oro, rubini e diamanti, è un dono che il marito Philip le fece nel 1966. Tra cinque settimane esatte la coppia reale festeggerà insieme, a Windsor, 73 anni di matrimonio; direi che Sua Maestà è già pronta. Troppo avanti!

Two queens and their earrings

Oggi vi va un po’ di leggerezza?

Come probabilmente avrete capito, oltre alla passione per i royals – che nel caso di Her Majesty assume i toni della venerazione – Lady Violet nutre un profondo interesse per molte di quelle donne che con la loro storia, il loro lavoro, il loro stile hanno contribuito a definire i nostri. Come dunque non adorare la divina Iris Apfel?

Con la sublime irriverenza che la contraddistingue lei si definisce starlet geriatrica, ma il resto del mondo considera questa interior designer, consulente di molte First Ladies una volta arrivate alla White House, l’ultima vera icona di stile. La si ami o la si odi – noi la adoriamo – non si può comunque fare a meno di apprezzarne lo humour, l’energia, e perché no il coraggio nel creare quei mix-and-match unici. Né evitare di chiedersi come faccia a portare quella quintalata di bijoux che sono il suo marchio di fabbrica, lei così minuta e pure coetanea del Principe Philip.

Bene, una decina di giorni fa mi trovavo su una delle sue pagine social, quando mi sono imbattuta in loro.

Diavolo di una Iris, ho pensato, si è fatta fare addirittura degli orecchini col suo ritratto, questa donna è un genio. Naturalmente ho cercato di saperne di più, e alla fine ho trovato un link.

Ora sedetevi perché diventa interessante. Dove mi porta il link? In Italia! E più precisamente a Torino, chez Flavia, un’artigiana che lavora il plexiglas con una creatività che incanta e diverte, molto. La cosa incredibile è che a tutt’oggi Flavia non ha ancora capito come i suoi orecchini siano arrivati sulle pagine della divina Iris; potenza del caso, della legge di attrazione o del Made in Italy? Nel frattempo Lady Violet ha iniziato a spulciare tra le sue creazioni, finché non si è imbattuta in loro.

Ora dite la verità, voi che cosa avreste fatto? Il divino Oscar (Wilde) diceva “resisto a tutto tranne che alle tentazioni” poteva dunque Lady Violet ignorare il suggerimento di uno dei suoi autori preferiti, e resistere alla tentazione di avere Sua Maestà in persona a sussurrare delicatamente alle orecchie God Save The Queen? Converrete con me che l’unica risposta possibile è NO. Restava solo un piccolo dubbio: non è che per caso si può rendere questi orecchini un pochino più violet? Si può.

I’m over the moon, voi cosa ne dite?

Per conoscere Flavia e il suo lavoro: https://www.instagram.com/arkyfly/

Le foto del giorno – Distanziamento sociale

Usando un’ardita perifrasi potremmo dire che quest’anno se i sovrani regnano la pandemia governa. Come tutti, più di tutti, considerando la necessità di applicare rigidamente le direttive dei rispettivi governi, e di dare il buon esempio ai cittadini, i Royals continuano le loro attività, adeguandole e adeguandosi al tempo corrente. Alcuni si sono ammalati, come Albert de Monaco e il Principe di Galles; qualcuno è anche morto, come l’ottantaseienne Principessa Maria Teresa di Borbone Parma scomparsa a Parigi nel marzo scorso; tutti si organizzano.

Her Majesty non compare più in pubblico da febbraio, con la felice eccezione del matrimonio della nipote Beatrice, il 17 luglio, in compenso è diventata un’esperta di video call: l’ultima la settima scorsa in compagnia della nuora Sophie, prima che quest’ultima si isolasse in quarantena per essere entrata in contatto con qualcuno risultato positivo. Di altre regine e delle loro mascherine – rigorosamente chirurgica per l’algida Letizia di Spagna, abbinata alle mise per la dolce Mathilde dei Belgi – abbiamo parlato spesso, l’argomento di oggi è invece il distanziamento sociale.

I sovrani svedesi sono in procinto di visitare le 21 contee del Paese per rendersi conto degli effetti della pandemia, intanto sono andati al Teatro dell’Opera di Stoccolma per il Rigoletto; loro da soli in palco, e nel parterre altre 48 persone. Cinquanta spettatori in tutto, salutati dalla regista Birgitta Svendén che prima dello spettacolo ha spiegato come anche gli artisti in scena e i musicisti nel golfo mistico avrebbero rispettato le regole del distanziamento.

Ma se si parla di rispetto delle regole, di rigidità delle medesime, e di capacità di osservare il distanziamento nulla e nessuno batte i giapponesi. L’Imperatore Naruhito e la Consorte Masako hanno ricevuto Haruhiko Kuroda, governatore della Banca Nazionale del Giappone, per informarsi dell’impatto economico e finanziario della pandemia, e della conseguente attività della banca. Autentici protagonisti del social distancing.

E voi, vi immaginate di ricevere così il direttore della vostra banca?

Qui trovate uno spezzone della video call tra Elizabeth II, la Contessa di Wessex e medici impegnati nell’assicurare terapie oculistiche ai cittadini del Commonwealth https://twitter.com/i/status/1314676313211498499

Ulisse 0 Elizabeth 1 (2,3,4…)

Attesa da tutti i royal watcher italici, ieri sera è andata in onda la puntata di Ulisse il piacere della scoperta dedicata a Her Majesty The Queen. Confesso subito di non amare i programmi di Alberto Angela; non solo mi infastidisce il tono paternalistico spesso usato dal conduttore, ma non amo nemmeno il tipo di racconto prevalentemente aneddotico. E soprattutto io non ho mai, mai, scoperto qualcosa che non sapessi già, come invece promette il titolo. Ora, è vero che si tratta di una trasmissione che parla principalmente di arte e cultura, e con una laurea in storia dell’arte e qualche decennio di lavoro nel campo, è normale che io sappia qualcosa in più dello spettatore medio. Ma essendomi laureata quando era ancora in piedi il muro di Berlino, e siccome la ricerca è andata avanti anche in questi campi, sarebbe piacevole qualche notizia aggiornata, anche se non particolarmente approfondita, che non è questa la sede. Invece no, nada, niente.

Senza particolari aspettative ma con una certa curiosità mi sono dunque predisposta a una full immersion di due ore e mezzo nella vita di Sua Maestà. Poco dopo l’inizio arriva il primo colpo: il conduttore parte parlando del fatto che Elizabeth alla nascita è solo la principessa di York, diventa erede apparente a 10 anni e regina 16 anni dopo. Come voi sapete, l’allora principessa accompagnata dal marito è all’inizio di un lungo viaggio in vari paesi del Commonwealth, quando durante la prima sosta in Kenia giunge la notizia della morte del padre George VI; la nuova regina deve tornare rapidamente in patria, e l’ineffabile Alberto se ne esce con: Elisabetta ripartì ancora in blue jeans! Eh? Cos’è, un tentativo di humour britannico? Dai retta a Lady Violet, ritenta.

Si parte con la biografia della Regina, nata il 26 aprile 1926. Peccato che, come tutti sanno, la data corretta è 21 aprile. Che poi è lo stesso giorno della fondazione di Roma, non è difficile dai. Voi direte che non è un errore, magari si è solo confuso. Sì, ma il programma non è live, è registrato, ogni errore può essere corretto. Certo, sarebbe necessario che il conduttore, o qualcuno della redazione – parliamo della RAI, non di Telesgurgola – se ne accorgesse.

Non manca il racconto del grande amore tra Elizabeth e Philip, con la deliziosa fotografia del loro primo incontro, scattata nel 1939 in occasione della visita dei sovrani con le figlie al Collegio Navale di Dartmouth. Voi lettori attenti sapete però che i due si erano già incontrati cinque anni prima, al matrimonio del Duca di Kent (zio paterno di lei) con Marina di Grecia e Danimarca (cugina di lui), con la piccola principessa nel ruolo di damigella (Something old, something new, something borrowed, something blue).

Qualche banalità sulle mise di Sua Maestà non ce la vogliamo mettere? Ovvio! Ecco dunque un momento gossip dedicato all’episodio in cui la Regina e l’allora Prime Minister Margaret Thatcher si ritrovarono in un’occasione ufficiale con lo stesso abito. Naturalmente ad essere uguale era solo il colore, dato che la sovrana indossa modelli creati esclusivamente per lei. Peccato veniale per carità, ma contro logica.

Qual è la grande passione di Her Majesty? I cavalli! Altri quadrupedi amati? I corgi! Ne ha avuti una trentina, giusto? Giusto! E i progenitori della dinastia di Windsor corgi sono Dookie e Jane, giusto? Sbagliato! Dookie è il primo corgi che l’allora Duca di York regala alle sue bambine nel 1933, presto raggiunto da Jane. Nascono due cuccioli, Carol e Crackers, ma i genitori e Carol muoiono negli anni della Seconda Guerra Mondiale; Crackers continua a far compagnia alla Queen Mom. I Windsor corgi discendono da Susan, che Elizabeth riceve in dono per il diciottesimo compleanno (Dog save the Queen!). Fosse per me, potrei passarci sopra, ma Purple è indignata.

Ora voi potete commentare che in fondo si tratta di piccolezze, dettagli, cose poco importanti; nel frattempo Lady Violet ha avuto un mancamento. Perché raccontando i complessi riti dell’incoronazione del 2 giugno 1953, si dice che a un certo punto l’incoronanda siede sulla sedia di Edoardo il Confessore, risalente alla fine del ‘200. Cioè due secoli e mezzo dopo la morte di Edward the Confessor, deceduto il 5 gennaio 1066. Alberto fa confusione tra lui e il re plantageneto Edward I Longshanks (gambe lunghe) che diede ordine di realizzare una sedia che poggiasse su quattro leoni accucciati, in modo da creare uno spazio per contenere la Stone of Destiny, su cui venivano incoronati i sovrani scozzesi, dopo aver annesso il regno di Scozia. La sedia anticamente era decorata con l’immagine di un re, probabilmente proprio uno dei due Edward, ma essendo l’immagine non più visibile l’equivoco ovviamente non può nascere da lì. Sarà per questo che i sempre pragmatici Britannici la chiamano direttamente Coronation Chair ed evitano ogni confusione.

Volendo, si sarebbe potuto parlare di Edward the Confessor, santo della chiesa Cattolica (canonizzato da Alessando III nel 1161) e Patrono d’Inghilterra finché non fu spodestato da St George. O di Edward I, che rientrando dall’ottava crociata e attraversando l’Italia ebbe un ruolo anche in alcune questioni del nostro Paese. O della Coronation Chair, il cui primo utilizzo certo in una incoronazione risale al 1399, per Henry IV.

Invece no, nada, niente. Amen.

Realtà, finzione, narrazione

Domani sera, mercoledì 30, il programma Ulisse di Alberto Angela sarà dedicato a LEI, Her Majesty Queen Elizabeth II (RAI Uno, ore 21.25). Il 15 novembre invece l’appuntamento è con Netflix per la quarta, attesissima stagione di The Crown. Al centro della narrazione sarà il matrimonio dei Principi di Galles, e da ciò che si è visto nel trailer Emma Corrin, che interpreta Diana, indosserà una fedele riproduzione dell’iconico wedding dress di Lady Di.

Nel frattempo voci danno sua Maestà infuriata con lo staff di Sandringham, che si rifiuterebbe di sottoporsi alle rigide norme anti-covid; lavorando per due ultranovantenni il personale dovrebbe restare lontano dalla propria famiglia per quattro settimane. Per la prima volta dopo 33 anni si prospetta dunque per la Regina un Natale a Windsor con qualche membro della famiglia; pochi, se entrerà in vigore la regola del sei che limita a tale numero i partecipanti a un party, anche domestico. I Sussex possono dunque starsene tranquilli nella magione californiana. Harry&Meghan si sono affrettati a smentire le voci girate ieri, che li volevano protagonisti di una specie di reality; francamente ne saremmo sollevati anche se molti, me compresa, dubitano che Netflix abbia sborsato una cifra così alta solo per una serie di programmi prodotti dalla coppia, senza nulla di più personale. Staremo a vedere, la situazione è in costate evoluzione per cui notizie e voci si alternano freneticamente. È certa invece l’imminente uscita di Battle of Brothers (in vendita dal 15 ottobre), dello storico e biografo reale Robert Lacey, che promette di rivelare tutti i retroscena dell’ormai celebre Sandringham Summit, in cui si decisero i termini dell’uscita dalla scena reale di Sussex.

Le foto del giorno – In vacanza!

Oggi speravo di mostrarvi le tradizionali fotografie de Los Reyes Felipe e Letizia nella resodenza di Marivent con le figlie, ma al momento dobbiamo accontentarci di alcuni scatti alla berlina scura guidata dal Rey, con a bordo tutta la famiglia, prova del fatto che si trovano già a Palma de Mallorca.

Per il resto bisogna aspettare e vedere se la repentina partenza del Rey Emérito Juan Carlos – che al momento si trova nel sontuoso Emirates Palace Hotel ad Abu Dhadi – influenzerà il comportamento dei sovrani in vacanza. Però il primo piano degli occhi di padre e figlia vale l’attesa.

2600 chilometri più a nord, nelle lande scozzesi, un’altra sovrana con qualche problema domestico – in questo caso causato non dal padre ma da un figlio – ha iniziato le sue vacanze.

Anche lei in famiglia, perché se il marito Philip è rimasto a casa, ad accompagnarla in passeggiata negli splendidi (e freschi…) dintorni di Balmoral c’era anche il figlio minore Edward con la moglie Sophie e i figli Louise e James.

Gonna – ovviamente – scozzese, pullover rosso, gilet blu e foulard in testa Her Majesty si è goduta un po’ di tempo all’aria aperta. Essendo domenica, in tempi normali l’avremmo vista andare alla funzione nella vicina Crathie Kirk, ma data l’emergenza sanitaria è stato annunciato che quest’anno la sovrana eserciterà la sua devozione in privato. Per la sua sicurezza naturalmente, ma anche per evitare assembramenti dei sudditi che l’aspettano durante il tragitto nella speranza di vederla. Che stile!

Diana the bride

L’anno prossimo saranno 40 anni tondi tondi da quel mercoledì di luglio in cui andò in scena quello che veniva presentato come il royal wedding del secolo. E finì per esserlo, anche se forse non nel senso sperato.

C’è ancora qualcosa che non sappiamo degli sposi? O meglio, della sposa, poiché è noto che nei matrimoni lo sposo è poco più di un accessorio? Lady Violet prova a raccontarvi qualcosa che forse non conoscevate, altrimenti potreste comunque trovare piacevole il ripasso. Quando la giovanissima Diana uscì da Clarence House – nei mesi precedenti le nozze era stata ospite della Queen Mother che immagino avrebbe dovuto addestrarla al ruolo che l’aspettava – si svelò il segreto meglio custodito dell’epoca: il suo abito. Una enorme meringa di taffetà che spinta a forza nella Glass Coach dove entrava a fatica finì molto poco elegantemente per stazzonarsi. Gli autori di cotanta creazione, i coniugi David e Elizabeth Emanuel (anche loro divorziarono, e prima dei Principi di Galles), avevano preparato una seconda versione dell’abito, nel caso la prima fosse stata scoperta. Come sappiamo il cambio non fu necessario, in compenso l’altro abito a un certo punto scomparve dall’atelier e se ne è persa ogni traccia.

In ossequio alla tradizione something old something newsomething borrowedsomething blue, l’abito rappresentava il nuovo e i preziosi pizzi antichi che lo decoravano il vecchio. Per il blu, un fiocchetto navy era stato cucito all’interno del vestito; in segno di buon augurio David Emanuel aveva appuntato anche un piccolo ferro di cavallo in oro e brillantini, che evidentemente non ha funzionato granché. Ma prima di scagliarci contro il potere di talismani e amuleti – conoscete la differenza? i primi attirano la fortuna, i secondi proteggono dal male – e contro gli sprovveduti che ci credono, sarebbe necessario sapere il verso in cui era stato cucito il ferro di cavallo, dato che per un agire positivamente le punte devono stare all’insù. Vuoi vedere che hanno sbagliato? O la sventura fu causata dalla spilla da balia inavvertitamente lasciata appuntata? Poiché Diana dimagriva a vista d’occhio l’abito le fu praticamente rimodellato addosso il giorno stesso delle nozze.

Quanto al qualcosa di prestato, sicuramente si trattava dei gioielli di famiglia (la sua), e se della Spencer Tiara ormai si sa praticamente tutto, gli orecchini sono meno noti, anche perché su Diana non li abbiamo più visti. Di proprietà della madre Frances, sono dei pendenti composti da un diamante a goccia circondato da pietre più piccole. Devo dire che non mi fanno impazzire ma mi piace molto che la sposa abbia voluto indossare qualcosa di ciascuno dei due genitori, divisi da un feroce divorzio. Diana aveva portato gli orecchini in un’altra importante occasione: la prima uscita ufficiale da fidanzata – alla Goldsmith’s Hall il 9 marzo, per una raccolta fondi in favore della Royal Opera House – evento che più per i gioielli resterà nella memoria per l’abito esageratamente scollato e per l’incontro con la comprensiva Grace (in calce al post un video della soirée). Gli orecchini hanno continuato ad ornare le orecchie di Frances in momenti particolarmente importanti: il battesimo del nipote Harry, e poi il funerale della figlia Diana; alla sua morte nel 2004 sono stati ereditati dalla figlia maggiore Sarah.

E i sixpence in her shoe? Chissà se Diana aveva infilato una monetina in una delle sue scarpine di satin e pizzo ricamate di perline; con solo un accenno di tacco, per evitare che l’altissima sposa sovrastasse lo sposo. In compenso la suola era decorata, con le loro iniziali separate da un cuore (e qui temo che qualcuno potrebbe far notare che in fondo simbolicamente trattavasi di unione che veniva calpestata).

Una cosa che all’epoca mi colpì molto fu la presenza di fiori colorati non solo per le damigelle, che avevano anche una fascia giallo oro in vita, ma nel bouquet della sposa. Nel suo caso però erano dei boccioli della rosa gialla dedicata a Lord Mountbatten, scomparso due anni prima, e tutto si spiega.

Nella ricca composizione oltre alle rose c’erano gardenie, orchidee, fresie, mughetti, stephanotis, e poi edera e l’immancabile mirto. Pesava ben due chili, e superava il metro di lunghezza. La forma a cascata fu una scelta obbligata non solo per l’importanza del’evento e dell’abito, ma per una regola allora in voga: abito con lo strascico=bouquet a cascata, abito senza strascico=mazzolino rotondo. Ciò che ho scoperto qualche anno fa da un’intervista a David Longman, responsabile con la sua compagnia degli allestimenti floreali, è che furono realizzati due bouquet. Il primo, scortato da poliziotti in motocicletta, fu recapitato a Palazzo alle otto di mattina, mentre un altro uguale fu preparato durante la cerimonia. La ragione di questa doppia realizzazione va ricercata nel royal wedding del 1947 che unì l’allora Princess Elizabeth a Philip. Nel ritratto di famiglia la sposa ha le mani vuote: sembra che nel caos della giornata il suo bouquet sia andato perduto. Secondo Longman gli sposi furono richiamati dal viaggio di nozze, vestiti di nuovo con gli abiti della cerimonia e fotografati con un nuovo bouquet, naturalmente da soli. Il sito internet della Royal Family non fa alcuna menzione di questa storia, citando solo il fatto che come il giorno dopo la cerimonia il bouquet fu deposto sulla tomba del Milite Ignoto a Westmister Abbey, ma è indubbio che nelle fotografie di gruppo Elizabeth al contrario delle sue damigelle non tiene in mano il bouquet, che riappare nelle immagini in cui è sola con Philip.

In fondo l’Inghilterra è non è la patria del mistery?

Qui il video della prima uscita ufficiale dei royal fidanzati https://www.youtube.com/watch?v=XAvzNouZYvY

Qui invece il post sulle invitate Invitate al matrimonio del secolo

Royal chic shock e boh – 1986 Royal wedding edition

Un piccolo divertessement – davvero piccolo, le foto disponibili sono pochissime – per ricordare il matrimonio dei Duchi di York, celebrato il 23 luglio 1986 e concluso con un divorzio dieci ani dopo, anche se il legame tra i due non sembra essersi mai davvero interrotto.

Sarah la fidanzata

Il 16 marzo Buckingham Palace annuncia il fidanzamento del ventiseienne Andrew – terzogenito della sovrana, ufficiale della Royal Navy ed eroe della guerra delle Falklands – con la coetanea Miss Sarah Ferguson. Lei è figlia dell’istruttore di polo del fratello maggiore di lui Charles, dunque gravita intorno alla Royal Family da sempre, ma è un invito di Diana a innescare la scintilla tra i due. Sarah si presenta al mondo con la massa di capelli rossi trattenuti in un semiraccolto, poco o niente trucco, una blusa viola sotto un pesante tailleur blu stile esercito della salvezza con delle spalline talmente enormi che scivolano verso gli omeri. Chiariamo subito un punto, è vero che erano i favolosi anni ’80, ma Lady Violet c’era, e non si è mai vestita da quarterback. Quanto alle calze chiarissime, quelle erano davvero di moda insieme a quelle colorate. Anyway, shock.

Poi è la volta di una sessione fotografica più formale, all’interno del Palazzo: lui in alta uniforme, lei in abito da sera bicolore (non è chiaro se composto da uno o due pezzi) con un’abbondante gonna in lucido taffetà blu notte – sembra pure questa in due tonalità – e corpetto con maniche lunghe e scollatura bardot (ma ve la immaginate BB a Saint Tropez vestita così?) in una sfumatura di bianco che valorizza molto poco la sua pelle chiara da rossa. A corredo, i capelli supercotonati in un gonfio chignon. Difficile trovare qualcosa che la invecchi di più, e mi riferisco non solo all’aspetto ma anche alla posa imbalsamata e all’espressione fissa dei volti: pietrificata lei, vacuo lui, a stento trattenendo il riso entrambi. Rishock.

Sarah la sposa

Il matrimonio passa alla storia principalmente per due ragioni: la sceneggiata del bacio al balcone di Buckingham Palace e la sposa che arriva a Westminster Abbey col velo fermato da una corona di fiori, soprattutto gardenie, le preferite dello sposo. La sostituisce poi con la tiara d’ordinanza – dono dei suoceri, acquistata per l’occasione – una volta diventata principessa.

La robe de mariée, creata dalla stilista britannica Lindka Cierach, fu in fondo una piacevole sorpresa. Il modello è tipico del decennio; fortunatamente non abbonda in spalline imbottite o maniche super gonfie, ma purtroppo cade sui fiocchi, piccoli – e inutili – sulle spalle, enorme sul fondoschiena, da cui parte il lungo strascico, che in un abito da principessa non manca mai. Il fiocco però è un segno distintivo della sposa, il così detto Fergie Bow. Dimenticabili seppur principesche le maniche 3/4 che terminano a punta.

Tre i punti di forza: inanzi tutto il tessuto, un morbido satin avorio scelto per evitare che l’abito si stropicciasse come accaduto a quello di Diana; poi il corpino, quasi un bustino vittoriano che delinea benissimo la silhouette di Sarah (che per entrarci perse una dozzina di chili) e infine i ricami. Perline e fili d’argento disegnano il cardo scozzese e la vespa (in effetti un bombo), simboli dello stemma di lei, più onde e ancore a evocare il ruolo di lui.

Pezzo forte di tutta la decorazione la grande A di Andrew ricamata sullo strascico e intrecciata con la S di Sarah. La S si ripete anche nell’insolita forma del bouquet della sposa.

All’epoca mi piacque, in fondo non tutto ha, né deve avere, l’afflato dell’eternità, dunque chic.

Elizabeth la sublime

Di questa mise abbiamo parlato spesso come di una delle più eleganti della regina, soprattutto perché mette fine a un’epoca di stile non particolarmente felice durata per tutti gli anni ’70 e parte degli ’80.

Bello il modello, un soprabito 7/8 che si apre su una gonna plissé, splendido il colore, un intenso fiordaliso, favoloso il cappello di Philip Somerville, in una forma che Sua Maestà non aveva ancora indossato, e imprime davvero una svolta al suo stile. Lady Violet ha parlato più diffusamente di questa mise qui The Queen: dressing for wedding 3. Regalmente chic.

Susan la solare

Detta the bolter per la rapidità con cui aveva mollato il primo marito, il Maggiore Ronald Ferguson. per il secondo, l’affascinante argentino giocatore di polo Hector Barrantes, Susan Wright è la bella e sorridente madre della sposa.

Purtroppo non ci sono immagini a figura intera, e la sua mise va indovinata, ma da qual poco si intuiscono bellezza e una classe che non ha interamente trasmesso alla figlia.

Susan Barrantes morirà in un terrificante incidente stradale a soli 61 anni, ma Sarah troverà un modo tenero e bellissimo per ricordarla e averla vicina in un momento importante per la famiglia: la clutch che completa la sua mise alle nozze della figlia Eugenie è la Manolo Blahnik che la madre portava il giorno in cui lei sposò Andrew. E chissà se avrà fatto lo stesso la scorsa settimana alle nozze di Beatrice. Chic.

Diana la piratessa

La Principessa di Galles ha venticinque anni e due figli. Ha già acquisito la splendida figura per cui è universalmente nota, ma non ha ancora acquisito né l’allure della maturità né lo chic che le regaleranno i grandi couturier, Gianni Versace in testa. Per lei un abito in raso cangiante (come potete notare confrontando questa immagine con quella in cui segue il suocero e la Señora Barrantes) tra l’azzurro intenso e l’ottanio, inondato da bolli neri. Nero anche l’alto bustier che segna la vita. E siccome non bastava, si è piazzata in testa un cappello che avrebbe fatto la gioia di Iolanda la figlia del Corsaro Nero. Shock.

Nancy la copiona

Nonostante sia il matrimonio del cadetto, tra gli invitati c’è anche la First Lady Nancy Reagan. La quale durante la presidenza del marito è spesso vestita Valentino. Stavolta per essere sicura di non fare errori si ispira all’abito della madre dello sposo. Del royal wedding precedente però. E, cappello a parte, si veste esattamente come Her Majesty per le nozze di Charles e Diana. Ma non è che l’ha rubato? Boh.

William il marinaretto

Nei matrimoni con lo sposo in alta uniforme spesso i paggetti indossano abiti a lui correlati, magari ispirati alle uniformi storiche. In questo caso, con Andrew tenente della Royal Navy, al quattrenne nipotino William tocca di vestirsi da marinaretto. Lui comunque adorabile, gigioneggia con la sua partner in crime, la cuginetta Laura Fellowes (figlia di una delle sorelle di Diana, Lady Jane Fellowes). Irresistibile.

Ecco la foto di famiglia: anche Anne in giallo, qualche tocco di rosso scuro, gettonatissimo il blu in tante sfumature, dall’azzurro al violetto.

Le parole di un royal wedding

Archiviamo il matrimonio dei signori Mapelli Mozzi con qualche altra foto che forse non avete visto, una piccola riflessione e un ringraziamento. Partiamo proprio da questo, Lady Violet vi ringrazia dal profondo del cuore: siete stati tantissimi!

È stato un royal wedding totalmente diverso da quelli cui abbiamo assistito negli ultimi anni e che – guai paterni a parte – in fondo ci aspettavamo anche in questa occasione. Magari un po’ più piccolo, magari meno trionfale. E invece no. Beatrice – che, diciamocelo, è sempre stata considerata la più sfigata dei cugini – si è inventata qualcosa di totalmente nuovo, riuscendo così a dribblare con grande classe una serie di difficoltà che rischiavano di respingerla nel ruolo di eterno anatroccolo sempre in attesa di diventare cigno. Io ne sono rimasta deliziata, e oggi raccontando il tutto a un’anziana signora non avvezza a navigare i mari del web ho usato quattro parole.

La prima è, ovviamente, sorpresa. Per la comparsa della pandemia che ha costretto al rinvio, per la data infine scelta – veramente a sorpresa, sembra che non lo sapessero nemmeno all’interno della Royal Family – per il tono riservato, per l’abito della sposa, per la sua tiara. E lo vogliamo dire? Sorpresa piacevolissima nel vedere nonno Philip in perfetta forma – alla faccia delle voci che lo vogliono defunto una volta al mese – dritto come un fuso e con quell’aria sorniona che lo rende irresistibile da settant’anni abbondanti. Che ci ha voluto a sua volta riservare una sorpresa: non si è messo il tight, ma un semplice completo scuro, con una bella cravatta regimental. Io me lo immagino, come mio padre davanti allo smoking: no eh, stavolta non me lo metto! Sorpresa anche per la spilla scelta da Her Majesty: a forma di rosa con diamanti, di cui poco si sa: è stata vista solo dopo il 2012, e potrebbe dunque essere un dono ricevuto in occasione del Diamond Jubilee. Oltre alla sorpresa il mistero!

La seconda parola non può che essere famiglia. Beatrice ed Edo si sono sposati nella chiesetta vicino casa, dove lei e sua sorella ricevettero la Cresima quindici anni fa e la sua bisnonna fu vegliata prima dei funerali di stato (il rito è stato officiato da Martin Poll, cappellano di Windsor, assistito da Paul Wright, sub-diacono della Chapel Royal). Tutto alla presenza della sola famiglia: il padre ha accompagnato la sposa all’altare – i due si sono preparati trascorrendo insieme una parte di quarantena – dove l’aspettava lo sposo assistito dal suo best man, il figlio Wolfie di quattro anni. Le due madri hanno letto due poesie scelte dagli sposi: il sonetto 116 di Shakespeare e I carry you in my heart by E.E. Cummings (oltre alla Prima Lettera ai Corinzi, 13, 1-13; è il brano sulla carità, gettonatissimo nei matrimoni). Poi un piccolo rinfresco nel giardino della casa di famiglia, il Royal Lodge, seguito in serata da un altro piccolo ricevimento per pochissimi amici. Insomma, se è vero che la famiglia è di solito un elemento centrale in ogni matrimonio, in questo ha avuto una funzione fondamentale che potremmo riassumere così: il padre ha creato un (enorme) problema, la nonna l’ha risolto. Regalando alla nipote, privata di un royal wedding tradizionale, il matrimonio più regale, facendo per lei cose mai fatte per nessun’altra: le ha prestato la sua tiara nuziale, e uno dei suoi abiti di gala.

La terza parola: eleganza. Alla fine Beatrice era elegante? Secondo me moltissimo, perché ha interpretato il concetto nel modo più sottile: non essere alla moda, ma essere unica. Poi siamo d’accordo che il modello dell’abito rendeva di più nella versione originale, che le maniche a palloncino c’entravano poco o niente e che abbinate alla scollatura quadrata evocavano pericolosamente il dirndl tirolese. E capisco che un’interpretazione ortodossa della tiara fringe avrebbe richiesto i capelli raccolti in un’acconciatura comme il faut, ma secondo me ciò ha trasferito l’attenzione dall’abito alla sposa, dal significante al significato. Cosa assai elegante e direi quasi rivoluzionaria, dato che la società occidentale contemporanea tende a deviare l’attenzione dalle persone alle cose; un modo che forse solo la pandemia ha iniziato a mettere globalmente in discussione. Ma poi l’eleganza del riciclo! La nostra Bea, oltre a tutto il resto, ha riciclato pure le scarpe, indossando quelle di Valentino che completavano la mise delle nozze dei cugini Cambridge. Molto chic, color champagne in una pelle lavorata con effetto diamanté. Furba, oltre che elegante, dato che così ha evitato anche uno dei drammi più angosciosi per ogni sposa: scarpe nuove da tenere ai piedi una giornata intera. A questo punto sorge un dubbio: sappiamo cosa Beatrice avesse di vecchio e di prestato, immaginiamo che come si fa di solito qualcosa di blu, magari un fiocchetto, fosse cucito all’interno dell’abito. Ma di nuovo, alla fine, cosa indossava? Forse il velo, sul quale invero non si ha alcuna informazione. Estremamente elegante anche il tema scelto, che sembra sia stato il giardino segreto, incarnazione perfetta di un matrimonio se non proprio segreto, sicuramente riservato. Se poi avessero eseguito anche brani da Il matrimonio segreto di Cimarosa avremmo raggiunto davvero la perfezione!

L’ultima parola è simbolo. Le nozze sono un rito di passaggio, dunque un momento fortemente simbolico. La regalità lo è altrettanto, e a me sembra che questo royal wedding sia riuscito a fare una sintesi molto efficace tra i due sistemi simbolici. Su un giornale britannico ho letto un commento che condivido assai: si può interpretare questo matrimonio come la dimostrazione dell’essenza della regalità, che non è ostentazione, lusso, glamour, ma atemporalità, rigore, rispetto per la tradizione e capacità, attraverso questa, di guidare un cambiamento. E naturalmente rispetto delle regole: oltre al distanziamento, sappiamo che durante il rito non sono stati cantati gli inni, parte integrante della liturgia anglicana, e al loro posto eseguite delle musiche, e così l’inno nazionale è stato suonato ma non cantato. Naturalmente anche Beatrice ha replicato uno dei gesti di più alto valore simbolico ripetuto da tutte le royal brides a partire dalla Queen Mother nel 1923, e il suo bouquet è stato deposto sulla tomba del Milite Ignoto, a Westmister Abbey.

God save the Queen, e pure le sue nipoti.

Se vi foste persi il post sulla mise della sposa lo trovate qui Here comes the bride!

(Ph. Benjamin Wheeler)

25.000 days, venticinquemila giorni

Lo so, speravamo di vedere almeno oggi qualche fotografia del matrimonio di Beatrice ed Edo. Purtroppo sono passate le 22.30 e nulla è uscito, dunque dobbiamo aspettare e sperare. Però ho pensato di non far tramontare la giornata senza una piccola notizia su Her Majesty, che con oggi siede sul trono di St James da esattamente 25.000 giorni. Tanti ne sono trascorsi infatti da quel 6 febbraio 1952, quando la morte del padre George VI la rese Regina.

E proprio al padre apparteneva la spada con cui ieri ha investito del cavalierato l’eroe di guerra (e di fund rasing) Capitano Tom Moore. Non perdete il video della cerimonia, adoro il momento in cui con vezzosa praticità appoggia la borsetta sul trono sistemato all’aperto. E abbiamo almeno la possibilità di vedere la sua mise, la stessa indossata poco prima al matrimonio della nipote: molto bello il soprabito movimentato da gruppi di pieghe che partono dalle tasche.

Sir Tom, che vuole continuare ad essere chiamato Capitano, alla domanda di un giornalista se fosse nervoso ha risposto: no, so che lei l’ha già fatto altre volte. Dio salvi la Regina e lo humour britannico!