Il caffè del lunedì – Pasticci

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere una frase attribuita a Umberto Galimberti, tratta da Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica (Milano 1999); non è una citazione diretta, dunque non prendetela come oro; d’altronde non sto scrivendo un testo scientifico, cerco solo un incipit! La frase recita: Con la tecnica gli uomini possono ottenere da sé quello che un tempo chiedevano agli dèi.

Considerando i pasticci che ho fatto col blog negli ultimi tempi io invece penso che giusto agli dei mi posso rivolgere. Il punto è banalmente questo: ogni tanto – per me sempre troppo spesso – wordpress aggiorna il sistema e scompagina tutto. Per l’ennesima volta sono scomparsi molti vostri commenti; alcuni li ho proprio persi, altri li ho recuperati ma non ho potuto rispondere. Perdonatemi, ma sappiate che mi fa sempre piacere se commentate.

In fondo anche la nostra musa Lady Violet, la contessa vedova di Grantham alle prese con uno dei primi telefoni si chiedeva: è uno strumento di comunicazione o di tortura? Invochiamo dunque la benevolenza di Clio, musa della storia (e delle storie) incrociamo le dita e andiamo avanti.

È però grazie alla tecnologia che ho seguito, come immagino molti di voi, la quinta serie di The Crown, e sempre la tecnologia mi ha permesso di isolare un dettaglio veramente imperdonabile. Che non è la narrazione soapoperistica, la regina costipata di Imelda Staunton o l’intera puntata dedicata alla famiglia Fayed. È il momento in cui Diana/Elizabeth Debicki si prepara per il party della Serpentine Gallery mentre il marito dichiara urbi et orbi in televisione il suo amore per Camilla, sceglie l’abito nero di Christina Stambolian che passerà alla storia come revenge dress e si allaccia al collo il famoso choker di perle. Che nella serie televisiva viene rappresentato come il pezzo di bigiotteria che ovviamente è stato usato nella finzione, quattro fili allacciati da una catenella, pure piuttosto cheap, sulla nuca.

Nella realtà si trattava invece di un pezzo favoloso, ereditato dai figli ma mai più visto dalla scomparsa della principessa. Sette fili di perle chiuse da un fermaglio composto da un grande zaffiro circondato di diamanti, in origine una spilla ricevuta come dono di nozze dalla nonna del marito, la Queen Mother.

Non si fa! Però prenderò spunto per un paio di post, stay tuned e buon lunedì.

Se volete iniziare la settimana con un ripasso sullo stile di Diana, seguite i link Style file: Diana Principessa di Galles (prima parte) Style file: Diana Principessa di Galles (seconda parte) Style file: Diana Principessa di Galles (terza parte)

75 years ago

75 years ago, settantacinque anni fa, a Londra suonavano campane a festa: la figlia maggiore del Re, la ventunenne Elizabeth, sposava il suo Philip.

Settantacinque anni fa Philip, nato principe e diventato poi semplicemente Lieutenant Philip Mountbatten, veniva creato dall’imminente suocero His Royal Highness The Duke of Edinburgh. Lui sarebbe stato consorte reale più a lungo di chiunque altro nella storia, e il suo titolo uno dei più popolari per quasi tre quarti di secolo.

Philip nasce Φίλιππος, Principe di Grecia e Danimarca, il 10 giugno 1921 a Corfù, nella villa Mon Repos.

In esilio a otto mesi, dopo aver frequentato le scuole in Francia e Germania arriva nel Regno Unito dove a diciotto anni, nel 1939, entra nella Royal Navy. A luglio dello stesso anno incontra di nuovo la tredicenne Elizabeth che aveva conosciuto bambina alle nozze di sua cugina Marina con lo zio di lei, il Duca di Kent. Tra i due inizia una corrispondenza che prosegue nei lunghi anni della guerra, dove lui si distingue combattendo nel Mediterraneo e nel Pacifico; la guerra finisce e George VI dà il consenso alle nozze. Il fidanzamento viene annunciato nel luglio 1947; alcuni mesi prima Philip aveva rinunciato ai titoli di nascita, diventando cittadino britannico col nome anglicizzato della famiglia della materna: Philip Mountbatten. Il giorno prima del matrimonio il Re emette lettere patenti per attribuirgli lo status di HRH; The KING has been pleased by Letters Patent under the Great Seal of the Realm, bearing date the 19th instant, to declare that Lieutenant Sir Philip Mountbatten, K.G., R.N., shall be entitled to hold and enjoy the style, title and attribute of Royal Highness.

Il giorno dopo, giovedì 20 novembre, altre Lettere Patenti attribuiscono al Lieutenant His Royal Highness Philip Mountbatten la dignità ducale e lo creano ”Baron Greenwich of Greenwich in the County of London, Earl of Merioneth and Duke of Edinburgh”.

La formula reca l’espressione “and the heirs male of his body lawfully begotten” che attesta la trasmissibilità dei titoli agli eredi maschi legittimamente generati dal suo corpo.

Il 9 aprile 2021, alla morte di Philip, i suoi titoli passano al primogenito, l’allora Prince of Wales oggi King Charles III. In molti si aspettano che il figlio minore Edward diventi il nuovo Duke of Edinburgh ma non accade, e potrebbe non accadere. Tradizionalmente i figli del sovrano britannico sposandosi diventano titolari di uno dei ducati che appartengono alla Corona. Il 19 giugno 1999, quando Edward sposa Sophie Rhys-Jones, tutti si aspettano che gli sposi diventino Duchi di Cambridge o di Sussex, invece il Palazzo annuncia per loro il titolo di Conti di Wessex, e un futuro da Duchi di Edimburgo. L’assunzione del titolo non è però automatica: intanto ovviamente deve venire a mancare il titolare, alla cui morte però l’erede è il primogenito; bisogna dunque aspettare che Charles diventi Re e il titolo di Duke of Edinburgh rientri nella disponibilità della Corona. Ora le condizioni ci sono, ma King Charles III non ha ancora deciso la concessione del Ducato di Edimburgo al fratello, e voci di questi giorni (dei soliti bene informati, dunque da prendere con cautela) sostengono che non voglia farlo, sempre nell’ottica di ridurre al minimo il numero di royals più o meno working in circolazione; Edward e Sophie hanno un figlio maschio – il delizioso James – che alla morte del padre ovviamente ne erediterebbe il titolo.

(Ph: Are Media Pty Ltd)

Lady Violet confessa la sua perplessità: visto che i Duchi di Gloucester e di Kent, cugini della defunta Regina, hanno discendenza maschile per almeno due generazioni, finirebbe che cugini di secondo/terzo grado del Re sono duchi, mentre il nipote diretto e addirittura il fratello non lo sono.

Quanto alla domanda che spesso ritorna, perché Edward sia solo Conte, la risposta è: non si sa. Qualche fonte sostiene che sia stato lui stesso a chiedere un titolo inferiore, così come ha deciso che i figli avessero il trattamento che spetta alla prole di ogni conte britannico, ma non esiste alcuna versione ufficiale. Con sommo rispetto mi permetto: sembra che i Wessex abbiano ricevuto come dono di nozze da Queen Elizabeth la promessa di diventare Duchi di Edimburgo, ma se così è, la sovrana ha promesso qualcosa di cui non disponeva, perché l’unico a poter decidere è Charles.

Va detto però che nonostante quello di Earl of Wessex sia un titolo minore, ha una notevole importanza storica. essendo l’antico regno di Wessex all’origine dello stesso regno inglese. Storia a parte, Edward, appassionato di spettacolo, potrebbe averlo scelto anche perché compare in uno dei suoi film preferiti, Ricordate il personaggio interpretato da Colin Firth in Shakespeare in love? Era l’odioso Lord Wessex.

Mentre aspettiamo ulteriori sviluppi, il prossimo 1 dicembre Edward e Sophie rappresenteranno la Corona alla Royal Variety Performance. Per loro è la prima volta.

(Ph: Jane Barlow/Getty Images)

Intanto in Parlamento prosegue l’iter per ammettere Edward e sua sorella Anne tra i Counsellors of State; il loro coinvolgimento potrebbe essere ad personam sfruttando un precedente: nel 1953 la Queen Mother, che non ne faceva più parte in quanto non più consorte del sovrano regnante – il marito era deceduto l’anno prima – fu riammessa a titolo personale.

Se volete ricordare il royal wedding di Elizabeth e Philip questo è il link Something old, something new, something borrowed, something blue

Ritratti (parte seconda)

Adoro le coincidenze. Cos’altro può essere se non una coincidenza il fatto che la sera di sabato 1 ottobre viene diffusa la fotografia che ritrae insieme i nuovi Sovrani e i nuovi Principi di Galles, e un paio di giorni dopo dall’entourage dei Sussex di foto ne arrivano ben due? È una coincidenza incredibile. Oppure è incredibile che sia una coincidenza, a voi l’ardua sentenza.

Entrambe le immagini sono state scattate il 5 settembre, dunque avant le déluge, prima della morte di Her Majesty. I duchi erano a Manchester per prendere parte all’One Young World summit for youth leaders; l’autore di entrambe è il fotografo e amico Misan Harriman.

(Ph: Misan Harriman)

Nella prima foto Meghan è ripresa di fronte e Harry di tre quarti, in pratica la soluzione contraria a quella scelta da Charles Camilla William e Catherine come esaminato nel post precedente: Ritratti (parte prima). Qui è lei in primo piano, lei il punto focale, lei a rappresentare forza e determinazione (e potere); guarda in camera decisa, le gambe leggermente divaricate a trovare stabilità ed equilibrio come i soggetti di certi quadri antichi. Anche la mise scelta contribuisce ad affermare la sua potenza: un completo rosso, il colore più potente che c’è, con pantaloni e sciarpa al collo – non annodata a fiocco, ma lasciata cadere, quasi a evocare una cravatta – firmato Another Tomorrow, brand americano con la mission di creare una moda etica e sostenibile. Anche i gioielli vanno nella stessa direzione: gli orecchini e l’anello sono di Tabayer, maison di gioie che si ispirano a forme antiche, con una valenza quasi talismanica, e soprattutto realizzate (in Italia) con materiali provenienti da fonti certificate per rifiutare lo sfruttamento dei minatori. Un piccolo dettaglio: Meghan porta l’anello all’indice, che è il dito che mostra la direzione; dunque tradizionalmente indica determinazione, decisione, perfino temerarietà. Sarà un caso che molta stampa anglosassone ha sottolineato la similitudine di un’altra donna – anch’essa americana, in grado di esercitare grande potere, almeno sul proprio uomo?

Harry, come spesso accade nei loro ritratti, è in secondo piano, anche se questa volta sfoggia un sorrisetto sornione. O imbarazzato. O entrambi. C’è poi un dettaglio veramente interessante, oserei direi quasi caravaggesco. Il suo braccio sinistro è illuminato da un raggio di luce che lo trasforma in una sorta di freccia, e porta l’occhio a notare il dettaglio della mano – con fede nuziale in bella vista – che si intreccia a quella della moglie in un gesto che ormai li contraddistingue, una sorta di marchio di fabbrica del brand Sussex.

La seconda foto è completamente diversa per l’uso del bianco e nero e per la posa dei due, di profilo, mentre guardano verso il sol dell’avvenire, o più semplicemente verso il palco su cui stano per salire. Stessa occasione, stessa mise, impatto totalmente diverso.

(Ph: Misan Harriman)

Meghan è sempre in primo piano (anche per una banale questione di altezza); le mani sempre intrecciate, lo sguardo tenero e fiducioso, quasi ingenuo, un po’ stile ho visto la Madonna. Un’immagine sicuramente meno audace della precedente, ma non per questo più modesta, anzi. Mi ha fatto pensare immediatamente ai ritratti di profilo delle coppie reali, così comuni e così ricchi di storia. Probabilmente anche voi state pensando al celeberrimo doppio ritratto del Duca di Urbino e di sua moglie Battista Sforza; il dittico, realizzato da Piero della Francesca intorno al 1470 – Battista morì giovanissima nel 1472 – è esposto alla Galleria degli Uffizi (dove una visita, parafrasando un famoso film, è sempre una buona idea).

Questo tipo di ritratto si afferma nel Quattrocento e ha alcun caratteri di grande interesse. La visione di profilo intanto ha il vantaggio di mettere in ombra eventuali difetti (Federico aveva perso l’occhio destro in un torneo) ma soprattutto semplifica la espressioni e annulla le emozioni, consegnando alla persona ritratta tutta la ieraticità del potere. Prende ispirazione dalla medaglistica antica, che raffigurando il monarca di profilo, più che rappresentarne i tratti somatici lo trasformava nell’essenza del potere regale. Tutti i sovrani a capo di Paesi monarchici che compaiono ancora oggi sulle monete sono ovviamente ritratti di profilo, e spesso la stessa scelta si fa per i francobolli. Chissà, magari i Sussex si sono ispirati ai nonni.

A proposito di monete, hanno iniziato a girare gli esempi delle monete di nuovo conio con King Charles III; (alcuni anche ironici, con le orecchie che sporgono). Secondo la tradizione – che vuole che ogni sovrano mostri il profilo opposto a quello del suo predecessore – mentre Elizabeth compariva mostrando il lato destro del volto, il nuovo re mostra il lato sinistro. Proprio come Harry e Meghan.

Ritratti (parte prima)

La sera di domenica 18 settembre, prima di accogliere a Buckingham Palace sovrani e capi di stato che il giorno dopo avrebbero preso parte ai solenni funerali della defunta Queen Elizabeth II a Westminster Abbey, Chris Jackson fotografa i nuovi Sovrani e nuovi Principi di Galles, in quello che è il primo ritratto ufficiale della nuova Carolean Era, l’età di King Charles III.

(Ph: Chris Jackson)

Il Re, l’Erede e le due consorti sono naturalmente vestiti a lutto; elegantissimo Charles, as usual, un po’ impiegatizio William; da notare però l’orlo dei pantaloni di entrambi, ah se qualcuno dalle parti di Monaco prendesse ispirazione! Camilla ha riciclato l’abito in pizzo nero Fiona Claire Couture già indossato il 10 settembre per la proclamazione del marito (Le foto del giorno – ‘A livella). Anche Catherine ricicla la sua mise indossando il Beau Tie Coat di Catherine Walker, già scelto per il funerale del principe Philip (L’addio a Philip. Qualche dettaglio, qualche risposta.) e indossato di nuovo in versione rosso Natale per il concerto di canti tradizionali a Westminster Abbey (Le foto del giorno – Together at Christmas).

(Ph: Royal Collection Trust)

Se la prospettiva dell’immagine vi sembra un po’ strana, è perché il quadro sullo sfondo non si trova alle spalle dei quattro (eviterei di usare ancora l’espressione Fab Four, che già non ha portato granché bene, e in fondo non assicurò una unione armoniosa nemmeno agli originali); li divide una scalinata e loro sono davanti alla balaustra. La fotografia infatti è stata presa sulla Minister’s Staircase, la scalinata che sale il Prime Minister per ricevere l’incarico di formare il governo. Il ritratto raffigura il futuro re George IV quando era ancora Principe di Galles, con indosso il mantello di velluto blu dell’Order of the garter, e in mano il cappello piumato.

(Ph: Royal Collection Trust)

Autore dell’opera è John Hoppner; figlio di un medico tedesco che lavorava alla corte di George II, fu incoraggiato dal suo erede George III a studiare pittura. In seguito alla morte di Joshua Reynolds, nel 1793, divenne il principale ritrattista del Principe di Galles. Non saprei dire se l’inserimento del quadro come sfondo sia casuale, tendo a pensare di no, ma è comunque interessante. George IV, che fu reggente per il padre malato dal 1811 al 1820 (se non avete mai visto il film La pazzia di Re Giorgio ve lo consiglio) è stato spesso evocato nella prospettiva che Charles potesse a sua volta assumere la reggenza per la madre. L’epoca Regency, oltre a vedere la vittoria nelle guerre napoleoniche, fu l’età di un grande sviluppo delle arti, e del riassetto urbanistico di Londra grazie alla volontà del reggente che il grande architetto e urbanista John Nash tradusse in opera; ancora oggi una delle strade più belle e importanti della capitale britannica, Regent Street, ce lo ricorda. E intervenire nell’urbanistica della Londra contemporanea è stato sempre uno dei desideri di Charles III.

Riferimenti culturali a parte, ciò che rende questo ritratto fotografico un unicum è la posa dei protagonisti. L’impianto è classico, con i due uomini ripresi frontalmente a comunicare il loro potere, mentre le signore ai due estremi racchiudono l’immagine ammorbidendola e rendendola meno rigida nell’accenno di un movimento. Poi però il Re, che tiene la mano sinistra in tasca in un gesto che gli è abituale, con la destra cinge la vita della moglie, e lei quella di lui. Questa immagine più di tante altre racconta il rapporto che c’è tra i due, e ha superato decenni dolori e disastri: Charles e Camilla sono innanzi tutto amici e complici, un tipo di legame che spesso è più forte e duraturo dell’amore. Anche la Principessa di Galles sembra allungare un braccio dietro la schiena del marito, non saprei dire se per abbracciarlo o semplicemente per appoggiare la mano sulla balaustra. Come dimostra la posizione da calciatore schierato in attesa del calcio di punizione di William, in queste occasioni non si sa mai dove mettere le mani!

A questo punto qualcuno chiederà perché mancano i Sussex. Semplice, intanto non essendo working royal non erano presenti al ricevimento prefunerale, ma soprattutto questo ritratto non rappresenta Il re e la sua famiglia ma presente e futuro della monarchia britannica. A voler essere pignoli, manca il piccolo George, ma non era certo occasione adatta a un bambino di nove anni.

Non temete però, Harry e Meghan hanno risposto alla loro maniera; stay tuned.

I migliori amici di una regina

Mi avete segnalato il sito di un famoso magazine che racconta come i due corgi di Sua Maestà sarebbero rimasti con lei, sul suo letto, vegliandola fino all’ultimo istante. La notizia è attribuita a “fonti ufficiali di palazzo” senza ovviamente dire quali; io però non ho trovato nulla. Va detto che lo stesso articolo è così credibile da situare il trapasso della sovrana “la notte dell’8 settembre”; non è tuttavia la scarsa accuratezza di certa stampa l’argomento di questo post.

(Ph: REUTERS/Peter Nicholls/Pool)

Non saprei dire se le due bestiole fossero davvero piazzate sul letto regale nel momento del passaggio; è possibile e dipende anche da come sia giunta la fine (se fosse stata necessaria un’assistenza medica costante dubito che avrebbe potuto consentirne la presenza anche perché i corgi, soprattutto al cambio di stagione, perdono i peli a ciocche). L’argomento del post sono loro, i corgi, e il legame con la loro augusta padrona, tanto forte e particolare che ormai la razza è universalmente nota come “i cani della regina”. Per la storia dei corgi reali vi rimando a questo link: Dog save the Queen!; mentre vi rassicuro sulla sorte dei due cagnolini che hanno assistito al passaggio del feretro a Windsor: sono stati adottati dal Duca di York, che li aveva donati alla madre (se poi non vi sentiste particolarmente rassicurati, considerate che anche dagli York abbonda la servitù dunque, se non proprio Andrew con le sue manine o Sarah che con lui abita da divorziati in casa, qualcuno che porta fuori le creature, le sfama e le disseta, ci sarà).

Nella sua lunga vita la regina ha avuto una trentina di corgi, tutti discendenti dalla capostipite Susan, arrivata in dono per i suoi diciotto anni. Col passare degli anni la linea di sangue dei Windsor Corgi si è estinta; alla sovrana era rimasta solo Candy, una dorgi (un incrocio, generato dall’amore clandestino tra un corgi e Pumpkin, bassotto della principessa Margaret), che è morta questa estate alla bella età di 18 anni; un altro dolore per Sua Maestà. Invecchiando Queen Elizabeth aveva deciso di non continuare con l’allevamento né sostituire i cani alla loro morte, ma poi il figlio Andrew ha cercato di addolcirle la vedovanza donandole Fergus e Muick (chiamato così dal Loch Muick, lago scozzese all’interno dell’area di Balmoral); il primo è moto dopo pochi mesi, ed è stato sostituito da Sandy.

Il legame tra il monarca e il cane è lungo e profondo; la storia dell’arte è piena di ritratti reali in cui l’uno accompagnano l’altro. E forse qualcuno ricorderà nel 2005 i funerali di un altro sovrano, Rainier III de Monaco, del cui corteo funebre faceva parte l’amato Odin.

(Ph: AP/Lionel Cironneau,Pool)

E i cani della regina? Ormai bisogna registrare l’avanzamento di carriera dei Jack Russell. Come Beth e Bluebell, i due esemplari che Camilla ha adottato dal Battersea Dog and Cats Home, il canile londinese di cui ha il patronage (La foto del giorno – Special preview)

We’ll meet again

Il 5 aprile 2020, nel pieno della pandemia da covid-19, Her Majesty fece un bellissimo discorso alla nazione, il quinto del suo lungo regno al di fuori dalle occasioni canoniche (La foto del giorno – The Queen’s speech). La Regina concluse dicendo “we’ll meet again”, ci rivedremo, e questa espressione è stata usatissima nei giorni dell’addio, protagonista di titoli di giornali, messaggi e meme.

La particolare efficacia della lingua inglese rende questa espressione perfetta nella sua sinteticità, ma ciò che non tutti fuori dal Regno Unito conoscono è la sua origine, che altro non è se non il titolo di una canzone, una delle più celebri della Seconda Guerra Mondiale. Scritta da Ross Parker e Hughie Charles nel 1939, fu portata al successo dalla cantante britannica Vera Lynn (che morì a 103 anni due mesi dopo il discorso della sovrana); nel 1943 Lynn fu anche la protagonista del musical omonimo. Durante gli anni del conflitto la cantante, definita forces sweetheart (cioè la fidanzata delle truppe, ma in inglese suona senz’altro meglio) fu particolarmente attiva, sia portando al fronte spettacoli con cui cercava di allietare e consolare i soldati (qui trovate un filmato dell’epoca https://www.youtube.com/watch?v=T5C4meGkNyc), sia visitando le tante vittime dei bombardamenti negli ospedali.

We’ll meet again
Don’t know where
Don’t know when
But I know we’ll meet again some sunny day

Ci vedremo ancora, non so dove né quando, ma so che ci rivedremo in un giorno di sole è la speranza di quanti andavano in guerra sperando di tornare dalle persone amate. Che per estensione diventa l’auspicio che comunque andrà – anche nel più tragico dei modi – ci si ritroverà da qualche parte oltre le nuvole, con la certezza che l’amore sia più più forte anche della morte.

Secondo la BBC nessuna canzone rappresenta meglio lo strazio e l’ottimismo con cui i Britannici affrontarono il conflitto, tanto da inserirla in una playlist di 20 brani da diffondere per 100 giorni dopo un eventuale attacco nucleare durante la guerra fredda.

Per i cinefili, la canzone è usata da Stanley Kubrick per i titoli di coda del suo Dottor Stranamore, fantastica satira sulla Cold War e sul paradosso della bomba atomica (https://youtu.be/bV-P7TBU4ZM).

Due settimane

Due settimane fa Her Majesty moriva peacefullly, serenamente, a Balmoral dopo una vita lunga 96 anni 4 mesi e 18 giorni; con lei al momento del trapasso erano i figli maggiori, Charles e Anne.

Due settimane, un tempo breve ma denso (anche per noi, data la copertura mediatica tanto ipertrofica quanto imprecisa). In due settimane molte cose sono cambiate: innanzi tutto il Regno Unito ha un nuovo re, che contrariamente ad ogni previsione si è tenuto il suo nome, diventando Charles III, anche se i due omonimi che lo hanno preceduto hanno avuto vite travagliate (e uno, Charles I, anche la morte, essendo stato l’unico sovrano britannico a finire decapitato).

C’è una Regina Consorte, fatto assolutamente non scontato fino al messaggio con via libera della defunta Queen Elizabeth nel giorno del settantesimo anniversario del suo regno. Gli otto nipoti della defunta l’hanno vegliata durante un quarto d’ora che avrà un suo piccolo posto nella storia e tra riti e miti della monarchia (Le foto del giorno – La vegliano i nipoti); i pronipoti hanno intenerito col la dolcezza e il dolore controllato al meglio possibile.

(Ph: WPA Pool/Getty Images)

I due corgi sopravvissuti, Muick e Sandy, sono stati adottati dal Duca di York, che li aveva donati alla madre dopo la scomparsa dei suoi.

(Ph: REUTERS/Peter Nicholls/Pool)

L’amato cavallo Emma ha offerto il suo omaggio durante la cerimonia finale a Windsor, indossando elegantemente sulla sella uno dei foulard tanto amati dalla sua padrona, che li preferiva al tradizionale cap per evitare di guastarsi la messa in piega.

Gli ormai non più giovaniI figli hanno commosso con gli occhi lucidi e la sofferenza non celata. Tra tutti, va detto, ha giganteggiato Anne, di solito raramente in primo piano a causa della lontananza dal trono – alla nascita era terza nella linea di successione, ora è sedicesima – e del carattere poco incline a ingraziarsi la stampa. In molti mi avete chiesto di conoscere meglio la Princess Royal, lo faremo presto.

(Ph: Chris Jackson/Getty Images)

Se intanto volete rinfrescarvi la memoria sui nuovi sovrani, qui trovate dei post che Lady Violet ha dedicato loro in occasione di importanti compleanni Charles at 70 – A Royal Alphabet (parte prima) Charles at 70 – A Royal Alphabet (parte seconda) È il giorno di Camilla

The people’s Queen

Alle 14.22 Her Majesty lascia Buckingham Palace e va incontro al suo popolo, che potrà renderle l’ultimo omaggio lungo i quattro giorni e la cinque notti in cui la salma resterà esposta a Westminster Hall, l’edificio più antico del complesso che ospita il Parlamento (e il Big Ben).

Il corteo passa sotto il balcone da cui la si è affacciata per l’ultima volta al termine del Platinum Jubilee; era lo scorso 5 giugno, le restavano 95 giorni.

Sulla bara avvolta dallo stendardo reale è posata una corona di fiori bianchi, la terza che vediamo; è composta da rose e lavanda che vengono dal parco di Windsor, con rami di pino raccolti a Balmoral. Su un cuscino di velluto viola è stata deposta la Imperial State Crown, le cui perle ondeggiano al movimento del feretro, trasportato su un affusto di cannone tirato da cavalli neri.

Il corteo avanza, il passo dei soldati che a lei e non al Parlamento hanno giurato fedeltà è ritmato, scandito dalla musica – tra cui la Marche Funèbre di Chopin – suonata dalla banda militare coni tamburi “imbustati” in drappi neri. Secondo la tradizione sono gli uomini ad accompagnare Elizabeth loro madre, nonna, zia, cugina, suocera; sola eccezione, la Princess Royal, che ripete il gesto fatto per il funerale della nonna, vent’anni fa. Molti di voi sono rimasti affascinati dalla principessa e dal suo comportamento; abbiamo parlato poco di lei ma rimedieremo al più presto.

(Ph: MOD)

In prima fila ci sono i figli in ordine d’età Charles Anne Andrew e Edward, Dietro di loro i nipoti, William Harry e Peter Phillips (manca il visconte di Severn, figlio di Edward, che non ha ancora 15 anni). In terza fila il Conte di Snowdon, figlio della Principessa Margaret; il Duca di Gloucester, cugino della sovrana e Tim Laurence, marito di Anne. Il corteo compie il tragitto (meno di un chilometro e mezzo) nei 38 minuti previsti, al secondo. Elizabeth è puntuale anche nei suoi ultimi appuntamenti. Prima di entrare a Westminster Hall il corteo passa davanti alla statua di Winston Churchill, in Parliament Square; fu l’ultimo a ricevere l’onore di un funerale di stato nel gennaio del 1965 ed era stato il primo Prime Minister di Elizabeth regina.

Funerali di Stato per Winston Churchill (Ph: Channel 5)

Mentre ieri atterrava l’aereo che da Edimburgo riportava a Londra il corpo della defunta sovrana, pensavo come il suo regno fosse iniziato proprio così, scendendo da un aereo. Era il febbraio di settant’anni fa, e la giovane Elizabeth tornò in fretta e furia dal Kenia, dove era in visita, alla notizia della morte del padre che la rendeva regina. Ad accoglierla c’era il Prime Minister, Churchill, che durante il viaggio in auto fino all’aeroporto aveva dettato il discorso che avrebbe tenuto ai Comuni alla segretaria. La quale in seguito raccontò al figlio che in quell’auto piangevano tutti: lei, Churchill, la sua guardia del corpo, l’autista. Quella segretaria era Jane Portal, ora Lady Williams, e il figlio Justin Welby, l’Arcivescovo di Canterbury che oggi a Westminster Hall ha benedetto la salma, e pregato per la sua anima.

E lì, nell’antico edificio c’era tutta la famiglia ad attendere Elizabeth.

C’è qualcuno che, guardando il corteo funebre che accompagna il feretro della sovrana da Buckingham Palace a Westminster, non abbia pensato solo per un attimo a quello di venticinque anni fa, per Diana?Non so voi, ma io lo trovo molto diverso. In quel caso il sentimento principale era la disperazione; questa volta ci sono dolore e tristezza ma c’è anche la speranza. Rappresentata proprio da quei due ragazzi disperati, ora due uomini; l’uno pronto ad assumere le responsabilità che lo attendono, l’altro a organizzarsi la vita in un modo che forse non avrebbe immaginato.

Ora so che avete due obiezioni. La prima: perché solo Andrew e Harry, che in effetti sono gli unici ad avere una cartiera militare, non hanno potuto indossare la divisa? Perché l’uniforme non è un abito qualsiasi, dunque la facoltà di indossarlo rispetta alcune regole fondamentali, in assenza delle quali non è concesso, e basta. Mai sentito parlare dell’affaire Dreyfus?

Seconda: Avrete senz’altro notato che dopo la preghiera i Sussex erano mano nella mano. È grave? No. È corretto? Non particolarmente, avrei evitato. Ma loro sono così, se li inviti per il tuo compleanno e chiedi di portare la torta, sanno che ami il profiterol, ma portano la cheesecake perché piace a loro.

Nel prossimo post continueremo a parlare delle royal ladies, come le abbiamo viste a Westminster, con un occhio anche alle mise e soprattutto ai gioielli.

Se vi siete persi il corteo di oggi potete rivederlo a questo link https://www.youtube.com/watch?v=pKNXu5n70bs

Che fantastica storia

La Giordania sta diventando la terra dei royal wedding! Oltre ai due annunciati questa estate, quello del principe ereditario e quello della sorella Iman, ne è arrivato uno a sorpresa che vi delizierà sia se siete accaniti royal watcher sia se invece siete semplicemente romantici. Gli sposi si chiamano Ghazi e Miriam.

Per raccontare questa storia però dobbiamo fare un lungo passo indietro, e passare dalla Giordania alla Spagna, terra d’esilio di Simeon, Zar dei Bulgari. Figlio di Boris III e di Giovanna di Savoia, l’improvvisa (e forse non naturale) morte del padre lo mette sul trono a soli sei anni; un referendum popolare ce lo toglie quando ne ha nove, e da allora comincia l’esilio. Prima ad Alessandria d’Egitto dai nonni materni Vittorio Emanuele III ed Elena, poi in Spagna su invito di Francisco Franco. Qui Simeon vive gran parte della sua vita fino al 2001, quando il suo partito vince le elezioni, e lui diventa Primo Ministro di quello che era stato il suo regno.

Il 20 gennaio1962, Simeon aveva sposato a Madrid la spagnola Margarita Gómez-Acebo y Cejuela, e a Madrid il 2 dicembre dello stesso anno nasce il primo dei cinque figli della coppia: Kardam, Principe di Tărnovo. Sarebbe l’erede al trono, se ce ne fosse ancora uno; ma il giovanotto ha i piedi per terra, studia e si laurea in economia agraria negli USA, alla Penn University. Nel luglio del 1996 sposa la sua fidanzata spagnola, Miriam Ungría y López, figlia del presidente onorario del Collegio Araldico di Spagna e delle Indie. Miriam è laureata in storia dell’arte, poi ha seguito corsi di gemmologia e gioielleria, ed è diventata designer di gioielli.

Nascono due figli, Boris e Beltrán; pur onorando gli obblighi legati al rango la coppia conduce un’esistenza tutto sommato semplice a Madrid. Purtroppo certe storie non hanno lieto fine: come nel film Il sorpasso, il giorno di ferragosto del 2008 i Principi di Tărnovo restano vittime di un gravissimo incidente nella capitale spagnola. Lei viene ricoverata con un gomito fratturato e varie contusioni, ma lui ha subito un trauma cranico. A gennaio 2009, pur rimanendo seria, la sua situazione sembra migliorata e viene dimesso. Kardam affronta complesse terapie convenzionali e sperimentali che sembrano funzionare, ma si aggrava nuovamente ed entra in coma. Non si sveglierà più. Muore il 7 aprile 2015, poco meno di sette anni dopo l’incidente. Miriam ha cinquantadue anni e due figli adolescenti; tutti e tre hanno passato un lungo periodo tra il limbo e l’inferno.

Si trasferiscono a Londra, lei si butta nel lavoro con rinnovata energia. Nel 2017 le sue creazioni sono protagoniste di due mostre; una per la prima volta in terra bulgara, l’altra in Giordania, alla Jordan National Gallery of Fine Arts, col supporto della famiglia reale hashemita. Non sappiamo se la scintilla sia scoccata in quella occasione, né sappiamo alcunché di questa love story, vissuta nel riserbo più assoluto e venuta alla luce solo ieri, quando un comunicato ufficiale della Corte ha dato l’annuncio. Miriam, Principessa vedova di Tărnovo è ora Maryam al Ghazi. In un’intima cerimonia ad Amman, alla presenza del Re di Giordania, ha sposato il Principe Ghazi bin Muhammad. La sposa ha compiuto 59 anni il 2 settembre, lo sposo ne ha tre di meno, è divorziato e ha quattro figli. Suo padre era il Principe Muhammad bin Talal, fratello minore del compianto Re Hussein, padre dell’attuale sovrano, che è dunque suo primo cugino. Ghazi varie volte ha esercitato le funzioni di reggente per il re, ed è una persona davvero interessante. Laureato in filosofia, ha studiato a Princeton e a Cambridge. Ha ricevuto il dottorato in filosofia islamica all’università egiziana di Al-Azhar con una tesi sull’amore nel sacro Corano, e nel 1993 aveva ricevuto il PhD in letteratura medioevale e moderna con una tesi dal titolo What is Falling in Love? A Study of the Literary Archetype of Love (Che cos’è l’innamoramento? Uno studio sull’archetipo letterario dell’amore. E noi siamo ancora fermi ad Alberoni…)

Ghazi è noto anche in Occidente per il grande impegnato dedicato al dialogo interreligioso; è l’autore di A common word, documento sottoscritto da 138 leader religiosi islamici che è diventato la pietra miliare del dialogo tra cristiani e musulmani. Conferma di questo impegno è forse anche il fatto che la sposa non si è convertita all’Islam.

Insomma ci è già simpatico, simpatia che ci fa perdonare i pantaloni con l’orlo à la Albert (de Monaco) e i sottostanti stivaletti. Semplice ed elegante la sposa con un abito color madreperla, il modello Valentina della maison spagnola Cortana. Un classico della maison; in seta blu e in versione cocktail, lo ha indossato anche la Reina Letizia nel 2016, alla festa per i quarant’anni del quotidiano El Pais.

Lady Violet confessa, da quando è arrivata la notizia continua a sentire la voce di Venditti che canta che fantastica storia è la vita!

Di pari passo con l’amore e la morte

Da ragazzina vidi un film, una storia d’amore e morte durante la guerra dei cento anni, con Anjelica Huston – figlia di John, che del film era regista – e Assi Dayan, figlio del generale Moshe (che invece col film non c’entrava nulla). Più della trama mi è rimasto in mente il titolo, Di pari paso con l’amore e la morte, e si è riaffacciato scrivendo queste poche righe. In questa fine estate ci sono alcuni importanti anniversari di morti reali – il 31 agosto erano 25 anni dalla scomparsa di Diana, il 14 settembre saranno 40 da quella di Grace – e c’è quello di oggi, altrettanto reale. Dove l’aggettivo reale non deriva da rex, relativo al re e a ciò che gli gira intorno ma da res, ciò che esiste davvero.

E nella nostra storia è esistito davvero il 3 settembre 1982, quando a Palermo morirono sotto i colpi di un agguato mafioso il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie Emanuela Setti Carraro. L’agente di scorta Domenico Russo si spense giorni dopo, per le ferite riportate. I Dalla Chiesa erano a bordo dell’auto di lei, e ricordo che all’epoca molti giornali stranieri sottolinearono come il Generale avesse cercato di difendere la moglie col suo corpo. Ultimo gesto eroicamente naturale di un uomo che aveva vissuto con rigore e sobrietà un eroismo che a tutti pareva tale tranne che a lui. Mio padre lo aveva conosciuto, e ricordo durante i funerali trasmessi in televisione una lacrima che scivolava sotto i suoi occhiali e rotolava lenta sulla sua guancia. Il Generale e la crocerossina, come in un romanzo, di pari passo con l’amore e la morte. Al netto degli aspetti storici politici e criminali, tragicamente intrecciati, mi piace pensare che dopo tanti anni sia rimasta splendente la memoria di un amore. Quell’amore che abbiamo raccontato qui (La foto del giorno – 3 settembre)