Jackie, la donna che visse tre volte (parte seconda)

Il 25 novembre 1963 c’è un bambino che compie tre anni, ma non li festeggia in giardino con gli amichetti. Il 25 novembre 1963 c’è una bambina che due giorni dopo ne compirà sei, ma neanche lei li festeggerà come al solito. Il 25 novembre 1963 c’è una giovane donna che invece di organizzare due compleanni ha organizzato un funerale.

Quei due bambini nei loro cappottini di tweed azzurro  danno la mano alla loro mamma vestita di nero, il cui volto pietrificato fa da contrappunto ai marmi di Washington, e con lei accompagnano il padre nel suo ultimo viaggio. Che lo traghetterà dalla cronaca alla storia. Probabilmente considerata in famiglia come il fiocco sulla scatola del prodotto JFK («Venderemo Jack come sapone» diceva il padre, il ricchissimo e spregiudicatissimo patriarca Joseph P. Kennedy) Jackie in quei giorni tragici e cruciali diventa il centro di tutto. Lei a tenere insieme la famiglia, lei a studiare nei dettagli la cerimonia.

Si ispira ai funerali di Lincoln: la bara sull’affusto di cannone seguito da un cavallo con gli stivali infilati alla rovescia nelle staffe, un’immagine che resterà famosa quasi quanto quella del piccolo John che (dietro suggerimento materno) fa il saluto militare al padre. Il 29 novembre Jackie incontra Theodore White della rivista Life,  nella casa di famiglia a Hyannis Port. Gli racconta di quanto Jack amasse Artù, l’eroe idealista raccontato in un libro e in un famoso musical «Don’t let it be forgot, that for one brief, shining moment there was Camelot» (Non sia dimenticato quel breve luminoso momento che fu Camelot) gli dice. Sul sole che tramonta su  Camelot nasce il mito.

L’alba spunta su Camelot venerdì il 20 gennaio 1961, quando si insedia la presidenza Kennedy; è un giorno freddissimo e le strade di Washington sono piene di neve. The Inauguration Of President John F. KennedyTra le tante signore che assistono all’insediamento del nuovo Presidente avvolte nelle loro pellicce spicca la nuova First Lady con un semplice cappotto beige. Gli uomini invece sono in tight, con cappotto e cappello a cilindro; ma quando il Presidente giura, e poi pronuncia il celeberrimo discorso Ask not, il cappotto se lo toglie; JFK, che a 43 anni è il più giovane mai eletto a quella carica, vuol dare da subito l’idea del cambiamento suggerendo energia, salute, potenza. Purtroppo è molto meno in salute di quanto si pensi, e Jackie – che avrebbe voluto reggere la Bibbia su cui giurare, come si fa oggi – sorride enigmatica: secondo qualcuno è perché sa quanti mutandoni e maglie di lana abbia lui sotto l’abito, per sopportare il freddo.

Alla sua prima apparizione ufficiale Jacqueline fissa già i canoni del suo stile, a partire da quel cappello – il pillbox – che diventerà il suo marchio di fabbrica. Oleg Cassini, il sarto che ha scelto come compagno in quest’avventura, è praticamente perfetto: un aristocratico nato a Parigi da padre russo e madre francese che ha studiato con De Chirico, poi si è trasferito negli USA dove frequenta il jet set, lavora nel cinema e veste molte attrici. Ne sposa una (Gene Tierney) si fidanza con un’altra (Grace Kelly); ha quel gusto francese che la nuova First Lady ama tanto e la cittadinanza americana, necessaria per enfatizzare il progetto dei nuovi States, quelli della New Frontier. Jackie ha solo trentun’anni, supera appena il metro e 70, è sottile e naturalmente elegante. Nei mille giorni che dura Camelot il couturier creerà per lei circa 300 mise con uno stile ben definito e immediatamente riconoscibili: linee semplici – preferita quella ad A per gli abiti – giacche a scatola con maniche 3/4, tessuti pregiati, quasi sempre monocromi. Con loro i neonati anni ’60 inventano la donna moderna.

La sera precedente all’inaugurazione i Kennedy partecipano a un gala, e l’abito disegnato da Cassini è pura perfezione: di una semplicità quasi grafica, realizzato in un pesante satin svizzero, unica decorazione un fiore stilizzato in vita. Una volta in auto per raggiungere il gala, il Presidente chiede all’autista di accendere l’illuminazione interna della vettura, in modo che tutte le persone sulla strada possano ammirare la moglie. Un abito di transizione: porta Jackie alla White House e tra le donne meglio vestite di sempre, e traghetta la moda in una nuova fase.

La conferma che la via imboccata è quella giusta arriva qualche mese dopo: il Presidente e la First Lady visitano il vicino Canada dal 16 al 18 maggio 1961; Jackie non è sicurissima di saper affrontare ciò che il nuovo ruolo le richiede, ma le sue foto in total red tra le Giubbe Rosse fanno il giro del mondo. Jackie appunta sulla spalla sinistra una spilla che rappresenta due frutti, in diamanti e rubini; è un dono di Jack, disegnata da Jean Schlumberger per Tiffany. Anche con gioielli e bijoux la First Lady promuove il made in USA: si tratti degli amati bangles di Schlumberger, cui finirà per dare il nome, o dei favolosi bijoux creati dall’amico Kenneth Jay Lane, creatore del collier a tre fili di perle (false) che Jackie indossa spesso e volentieri, anche nelle occasioni più importanti. (Kenneth Jay Lane è una delle passioni di Lady Violet, qui trovate un post dedicato proprio a lui e a Jackie Jackie, Kenneth e la collana dei sogni).

A giugno la definitiva consacrazione: i Kennedy vanno in visita ufficiale in Francia, il Paese da dove arrivano gli antenati di Jackie, i Bouvier. Parigi è l’amatissima città degli studi giovanili alla Sorbonne, ed è naturalmente la capitale mondiale della moda. Jackie alterna creazioni di Cassini ad altre di couturier francesi, realizzate però da una sartoria americana, Chez Ninon, su disegno e con materiali originali, secondo la tecnica “line to line”. È uno Chanel realizzato da Chez Ninon anche uno dei suoi abiti più famosi, il taiilleur rosa indossato a Dallas, il giorno in cui il sogno di Camelot affoga nel sangue (Quel tailleur rosa). 

Ma la sera del gala a Versailles è Givenchy a vestirla – con un abito bianco dal corpino ricoperto di fiori – e il solitamente sobrio De Gaulle, affascinato, la paragona a un quadro di Watteau. Se insieme sono una potenza di giovinezza, bellezza, eleganza, charme, humour (a Parigi Jack si presenta come “l’uomo che accompagna Jacqueline Kennedy”) anche nelle visite in solitaria Jackie incanta.

Sublime l’undici marzo 1962 per l’udienza privata in Vaticano, accolta da Papa Giovanni XXIII, in lungo nero con mantiglia.Splendida nei mille cambi durante il viaggio in India e Pakistan, accompagnata dalla sorella Lee Radziwill, dal 12 al 21 dello stesso mese. In nove giorni la First Lady indossa almeno 22 mise diverse; le cronache del tempo riportano una collezione di abiti declinati nei colori dei fiori delle spezie e della pietre preziose del subcontinente indiano: il bianco il giallo l’arancio il verde il rosa pesca.

Il 1962 non è un anno semplice per il matrimonio Kennedy; il 5 agosto viene trovata morta nella sua casa di Los Angeles Marilyn Monroe; che un paio di mesi prima, ubriaca e vestita di un abito color carne che poco lasciava all’immaginazione aveva cantato Happy birthday to you al presidente, in una serata al Madison Square Garden cui Jackie si era ben guardata dal partecipare. La storia è nota, e come spesso accade alle persone universalmente famose  pochi dettagli intimi vengono risparmiati dalla curiosità altrui. Lady Violet pensa che alla fine anche l’antagonismo tra Jackie e Marilyn abbia contribuito alla popolarità dei Kennedy, e alla loro leggenda. La raffinatezza di Jackie, la sua cultura, gli eventi artistici ospitati per la prima volta alla White House trovavano il loro contraltare in Marilyn – e nella sua performance – in un mix di alto e basso, di élite e di popolare.

L’anno seguente Jackie è di nuovo incinta, mentre Jack comincia a fare piani per la rielezione del 1964. Il 9 agosto nasce Patrick, ma è prematuro e muore due giorni dopo. Il colpo per la First Lady è pesante, nel suo passato ci sono già un aborto spontaneo e una bimba nata morta, Arabella.

Per riposare e riprendersi, parte con la sorella per la Grecia, dove incontra la famiglia reale al palazzo Tatoi. Accetta l’invito di Aristotele Onassis per una crociera sullo yacht Christina. Lei non lo sa, ma la sua prima vita sta per finire. La seconda però è già all’orizzonte. 

Qui trovate la prima parte del post dedicato a JackieJackie, la donna che visse tre volte (parte prima)

Qui il post dedicato al figlio John F. Kennedy Jr, che oggi avrebbe compiuto 60 anni A Royal Calendar – 16 luglio 1999

The Queen is dead, long live the Queen!

È il 17 novembre 1558, Her Majesty Queen Mary I è appena morta.

Anthonis Mor/Antonio Moro. Queen Mary I, 1554. Museo del Prado

Mary ha 42 anni e regna da cinque, dopo aver ereditato il trono dal fratello Edward. È la maggiore dei figli di Henry VIII, l’unica raggiungere l’età adulta tra quelli nati dal primo matrimonio del re, ma alla morte del padre è il fratello minore ad essere incoronato; è un bambino di nove anni ma è l’unico maschio. Sei anni dopo Edward muore, e i giochi si riaprono. Nelle vene di Mary scorre il cattolicissimo sangue dei re di Castiglia e Aragona, nel suo cuore il ricordo affettuoso della madre, ripudiata per far spazio ad Anne Boleyn, nella mente la fiera avversione alla Chiesa d’Inghilterra nata dallo strappo con Roma generato da quel divorzio. Quando arriva il suo turno si fa di tutto per evitare che si sieda sul trono, e Lady Jane Gray, figlia di sua cugina Frances e vittima incolpevole di maneggi più grandi di lei, ci rimette la testa. Alla fine Mary diventa Regina, portando con sé la maledizione dei Tudor: l’assenza di un erede. Lo vuole e le serve, perché un figlio la rafforzerebbe e allontanerebbe la sorella dal trono, assicurando il ritorno del Paese sotto l’ala della Chiesa Cattolica. Mary è ancora nubile, e trova lo sposo ideale in Felipe, figlio di suo cugino, il grande imperatore Carlo V; lui ha 11 anni di meno e ha già sepolto una moglie. Si sposano il 25 luglio 1554 e la regina sembra subito incinta, ma sarà una gravidanza isterica. Tre anni dopo la scena si ripete, ma nemmeno in quel caso nasce un principe. È possibile invece che i sintomi siano quelli di una grave patologia uterina o ovarica, che è probabilmente ciò che porta la sovrana alla tomba dopo un breve regno contrassegnato da forti tensioni religiose e la condanna a morte di 280 oppositori. Che per epoca e situazione non sono tantissimi, ma le guadagneranno sinistra fama sottolineata dal soprannome di Bloody Mary (onore che finirà per dividere con un cocktail al pomodoro). Quel 17 novembre, dopo la sua scomparsa, partono i messaggeri che portano alla venticinquenne sorellastra Elisabetta la notizia: The Queen is dead, long live The Queen! Lei risponde “My Lordes, the law of nature moveth me to sorrow for my sister … The burden that is fallen upon me maketh me amazed” (la legge di natura mi spinge a soffrire per mia sorella… l’onere che è sceso su di me desta la mia meraviglia).

Inizia la Golden Age, l’età dell’oro di Gloriana.

Due anniversari e una correzione

Ieri, guardando Her Majesty vestita di nero in uscita da Windsor Castle, Lady Violet ipotizzava che stesse andando ai funerali della cugina Lady Elizabeth Shakerley. Ci sbagliavamo, e una circolare di Corte ha chiarito il mistero.

Sua Maestà ha visitato in privato Westminster Abbey, per celebrare i cento anni dalla deposizione del Milite Ignoto. Il centenario vero e proprio sarà mercoledì 11, ma immagino che essendo oggi scattato il lockdown per tutta l’Inghilterra, la sovrana abbia anticipato il suo omaggio. Se volete conoscere tutta la storia dell’Unknown Warrior la trovate qui Remembrance Day 2019.

Oggi è anche il giorno di un piccolo, delizioso anniversario. Il 5 novembre 1981 Buckingham Palace lietamente annunciava che la Principessa di Galles era incinta del primo figlio, la cui nascita era prevista per il giugno seguente. William infatti è nato il 21 giugno, e Lady Violet ricorda lo stupore di un annuncio dato nelle prime settimane di gravidanza, ben prima dei canonici tre mesi. A cento giorni dalle nozze iniziavamo a conoscere lo stile Diana, che molte altre sorprese ci avrebbe riservato negli anni a venire.

Dal punto di vista del look invece la giovanissima principessa era assai lontana dall’icona planetaria che sarebbe diventata. Quel giorno i Principi di Galles erano ospiti del Lord Mayor per un pranzo alla Guildhall; Diana indossava una delle sue mise peggiori di sempre: un cappotto in tweed ruggine con dettagli sfrangiati di Bellville Sassoon, incomprensibilmente abbinato ad accessori royal blue e le scarpe in una sfumatura ancora più chiara. Il cappellino di John Boyd era in una foggia che mia madre chiamava alla Robin Hood, e non era ahimé nuova per lei (lei Diana, non mia madre, che difficilmente si sarebbe coronata di piume). Come non fosse già abbastanza, il video del ricevimento rivela trattarsi di un completo, composto da gonna e gilet di tweed su camicia blu con maniche enormi. E no, la colpa non è dei famigerati anni ’80, vi assicuro che era brutto anche allora. https://www.youtube.com/watch?v=XjzuKEPM5S8

Belville Sasson era un brand assai di moda all’epoca nel beau monde anglosassone; che Diana amava molto. Anche la sera prima, per l’inaugurazione della mostra Splendours of the Gonzaga al Victoria&Albert Museum la principessa aveva scelto un abito da sera della maison, (e alla fine si addormentò pure, ma questa è un’altra storia).

Belleville Sassoon è passato alla storia del fashion anche per una favolosa gaffe, fatta proprio con Diana, da far impallidire quelle pur fenomenali del suocero. In vista dell’annuncio urbi et orbi del fidanzamento, la fanciulla decise di cercare la mise da indossare nella boutique londinese del brand. Qui però una vendeuse – francese, perciò per sua natura ostile agli Inglesi, da boicottare ove possibile – non avendo idea di chi fosse la invitò a cercare in un negozio più cheap; il famoso tailleur azzurro da hostess attempata fu acquistato di corsa da Harrods, stabilendo un ideale legame che non le avrebbe portato nessuna fortuna.

Ulisse 0 Elizabeth 1 (2,3,4…)

Attesa da tutti i royal watcher italici, ieri sera è andata in onda la puntata di Ulisse il piacere della scoperta dedicata a Her Majesty The Queen. Confesso subito di non amare i programmi di Alberto Angela; non solo mi infastidisce il tono paternalistico spesso usato dal conduttore, ma non amo nemmeno il tipo di racconto prevalentemente aneddotico. E soprattutto io non ho mai, mai, scoperto qualcosa che non sapessi già, come invece promette il titolo. Ora, è vero che si tratta di una trasmissione che parla principalmente di arte e cultura, e con una laurea in storia dell’arte e qualche decennio di lavoro nel campo, è normale che io sappia qualcosa in più dello spettatore medio. Ma essendomi laureata quando era ancora in piedi il muro di Berlino, e siccome la ricerca è andata avanti anche in questi campi, sarebbe piacevole qualche notizia aggiornata, anche se non particolarmente approfondita, che non è questa la sede. Invece no, nada, niente.

Senza particolari aspettative ma con una certa curiosità mi sono dunque predisposta a una full immersion di due ore e mezzo nella vita di Sua Maestà. Poco dopo l’inizio arriva il primo colpo: il conduttore parte parlando del fatto che Elizabeth alla nascita è solo la principessa di York, diventa erede apparente a 10 anni e regina 16 anni dopo. Come voi sapete, l’allora principessa accompagnata dal marito è all’inizio di un lungo viaggio in vari paesi del Commonwealth, quando durante la prima sosta in Kenia giunge la notizia della morte del padre George VI; la nuova regina deve tornare rapidamente in patria, e l’ineffabile Alberto se ne esce con: Elisabetta ripartì ancora in blue jeans! Eh? Cos’è, un tentativo di humour britannico? Dai retta a Lady Violet, ritenta.

Si parte con la biografia della Regina, nata il 26 aprile 1926. Peccato che, come tutti sanno, la data corretta è 21 aprile. Che poi è lo stesso giorno della fondazione di Roma, non è difficile dai. Voi direte che non è un errore, magari si è solo confuso. Sì, ma il programma non è live, è registrato, ogni errore può essere corretto. Certo, sarebbe necessario che il conduttore, o qualcuno della redazione – parliamo della RAI, non di Telesgurgola – se ne accorgesse.

Non manca il racconto del grande amore tra Elizabeth e Philip, con la deliziosa fotografia del loro primo incontro, scattata nel 1939 in occasione della visita dei sovrani con le figlie al Collegio Navale di Dartmouth. Voi lettori attenti sapete però che i due si erano già incontrati cinque anni prima, al matrimonio del Duca di Kent (zio paterno di lei) con Marina di Grecia e Danimarca (cugina di lui), con la piccola principessa nel ruolo di damigella (Something old, something new, something borrowed, something blue).

Qualche banalità sulle mise di Sua Maestà non ce la vogliamo mettere? Ovvio! Ecco dunque un momento gossip dedicato all’episodio in cui la Regina e l’allora Prime Minister Margaret Thatcher si ritrovarono in un’occasione ufficiale con lo stesso abito. Naturalmente ad essere uguale era solo il colore, dato che la sovrana indossa modelli creati esclusivamente per lei. Peccato veniale per carità, ma contro logica.

Qual è la grande passione di Her Majesty? I cavalli! Altri quadrupedi amati? I corgi! Ne ha avuti una trentina, giusto? Giusto! E i progenitori della dinastia di Windsor corgi sono Dookie e Jane, giusto? Sbagliato! Dookie è il primo corgi che l’allora Duca di York regala alle sue bambine nel 1933, presto raggiunto da Jane. Nascono due cuccioli, Carol e Crackers, ma i genitori e Carol muoiono negli anni della Seconda Guerra Mondiale; Crackers continua a far compagnia alla Queen Mom. I Windsor corgi discendono da Susan, che Elizabeth riceve in dono per il diciottesimo compleanno (Dog save the Queen!). Fosse per me, potrei passarci sopra, ma Purple è indignata.

Ora voi potete commentare che in fondo si tratta di piccolezze, dettagli, cose poco importanti; nel frattempo Lady Violet ha avuto un mancamento. Perché raccontando i complessi riti dell’incoronazione del 2 giugno 1953, si dice che a un certo punto l’incoronanda siede sulla sedia di Edoardo il Confessore, risalente alla fine del ‘200. Cioè due secoli e mezzo dopo la morte di Edward the Confessor, deceduto il 5 gennaio 1066. Alberto fa confusione tra lui e il re plantageneto Edward I Longshanks (gambe lunghe) che diede ordine di realizzare una sedia che poggiasse su quattro leoni accucciati, in modo da creare uno spazio per contenere la Stone of Destiny, su cui venivano incoronati i sovrani scozzesi, dopo aver annesso il regno di Scozia. La sedia anticamente era decorata con l’immagine di un re, probabilmente proprio uno dei due Edward, ma essendo l’immagine non più visibile l’equivoco ovviamente non può nascere da lì. Sarà per questo che i sempre pragmatici Britannici la chiamano direttamente Coronation Chair ed evitano ogni confusione.

Volendo, si sarebbe potuto parlare di Edward the Confessor, santo della chiesa Cattolica (canonizzato da Alessando III nel 1161) e Patrono d’Inghilterra finché non fu spodestato da St George. O di Edward I, che rientrando dall’ottava crociata e attraversando l’Italia ebbe un ruolo anche in alcune questioni del nostro Paese. O della Coronation Chair, il cui primo utilizzo certo in una incoronazione risale al 1399, per Henry IV.

Invece no, nada, niente. Amen.

Quell’estate dell’ottantadue

L’estate dell’ottantadue fu caldissima, a Catania si registrarono addirittura 46 gradi, ma Lady Violet era oscenamente giovane e in grado di sopportare qualunque temperatura. Al Quirinale c’era Pertini, Presidente amatissimo, socialista e amico di Juan Carlos, mentre il Capo del Governo era Spadolini (il Governo cadde durante quella estate – il 23 agosto – ma fu rimesso in piedi praticamente uguale).

Quella fu l’estate della vittoria ai Mondiali di Spagna, quarantadue anni dopo la precedente (in Francia nel 1938), e ventiquattro prima dell’ultima (Germania 2006), e chiunque si ricorda la corsa scatenata di Tardelli, anche chi allora non era nato. In Italia la moda andava anche meglio del calcio, anche se magari sono in meno a ricordarselo. La nostra formazione schierava Capucci Valentino Ferragamo Krizia Versace Missoni Mila Schön Coveri Genny Byblos; Giorgio Armani viene celebrato sulla copertina di Time e Gianfranco Ferré firma la più bella collezione di camicie bianche della fine del secolo.

Il primo giorno di quell’estate arriva da Londra la più bella delle notizie: la giovanissima Principessa del Galles dà alla luce il primo figlio; è un maschio e viene chiamato William Arthur Philip Louis. La successione sul trono di San Giacomo è assicurata per molti decenni a venire.

L’estate si avvia pigramente alla sua fine quando Palermo esplode. Accade quello che tutti temono da cento giorni, ma sperano di non vedere mai. Accade invece, e si porta via due vite, poi una terza. Le speranze di una città e i un Paese. E un amore. La foto del giorno – 3 settembre

Celebrando Charles con Charles

Il 10 giugno 1940, ottant’anni fa, l’Italia dichiara guerra a Francia e Gran Bretagna (ricordate? un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria!).

Il 14 giugno 1940, ottant’anni fa, la Francia invasa è costretta ad assistere allo spettacolo dall’esercito tedesco che marcia sugli Champs-Élysées.

Il 18 giugno 1940, ottant’anni fa, il Generale de Gaulle – è lui il primo Charles del titolo – è a Londra, dov’è arrivato il pomeriggio precedente. Entra in un grande edificio nei pressi dello Strand: Bush House, allora sede della BBC. de gaulle bbcDa lì pronuncia un discorso che verrà considerato il testo fondante e il simbolo stesso della Resistenza francese: l’Appel du 18 juin. Il messaggio è la risposta a quello diffuso il giorno prima dal Maresciallo Pétain che annuncia l’armistizio con l’invasore e la nascita del Governo collaborazionista; de Gaulle chiama a raccolta i soldati francesi che si trovano – o stanno per arrivare – sul suolo britannico, perché si uniscano a lui nella lotta alla Germania nazista. L’uno è un ufficiale piuttosto giovane, relativamente sconosciuto, nominato generale in via provvisoria 12 giorni prima; l’altro è le vainqueur de Verdun, l’eroe della Prima Guerra Mondiale: è praticamente un monumento nazionale, ed è popolarissimo. Quella sera il messaggio di de Gaulle lo sentono in pochi, il giorno dopo compare su qualche giornale, su entrambi i lati della Manica. Ma è in quella sera di giugno, dall’alleanza con Churchill che nasce France Libre e la Storia cambia il suo corso.

Oggi, a ottant’anni di distanza, il Presidente francese Macron è a Londra per celebrare quel messaggio. Prima dell’incontro bilaterale col Prime Minister Boris Johnson a Downing Street, Monsieur le Président – senza la Première Dame, rimasta a Parigi per un piccolo intervento agli occhi – è stato ricevuto dal Principe di Galles e consorte, appena rientrati dalla Scozia dove hanno trascorso una lunga quarantena. Sempre rispettando la distanza di sicurezza, of course.macron wales clarence houseTra le numerose decorazioni sfoggiate, spiccava al collo di Charles l’insegna da Commandeur de l’Ordre du mérite agricole, un onore che divide con poche selezionatissime personalità, tra cui Caroline de Monaco.

Dopo l’incontro a Clarence House, residenza londinese dei futuri sovrani, il gruppetto si è spostato sul Mall, dove Macron ha deposto una corona tricolore alle statue di George VI e della consorte Elizabeth, sul trono durante la Seconda Guerra Mondiale; poco lontano, a Carlton Gardens, lo stesso omaggio è stato presentato alla statua di de Gaulle. wales macron khan londonLa visita è stata l’occasione per consegnare la Legion d’Honneur alla città di Londra, rappresentata dal sindaco Sadiq Khan. Un tocco particolarmente scenografico è stato offerto dal volo combinato delle pattuglie acrobatiche dei due Paesi – si chiamano Red Arrows e Patrouilles de France – che hanno sorvolato insieme i cieli delle due capitali, insomma, una sorta di A Tale of Two Cities in versione aeronautica.

Una volta raggiunta la residenza del Prime Minister, Boris Johnson ha mostrato a Macron un reperto d’epoca: un grosso gallo Lalique, donato da de Gaulle a Lady Clementine Churchill proprio in quegli anni difficili. macron johnson laliqueNon saprei dire se i capelli di BoJo abbiano preso quell’aspetto al cospetto dell’impegnativo omaggio, certo le espressioni dei due rivelano la verità: prima o poi, un pennuto di cristallo in regalo tocca a tutti.

Margaret on top of the world

Ho scoperto questa storia questa sera, per caso. Non riguarda un royal o un vip, ma la trovo talmente bella che voglio davvero raccontarvela. margaret payneQuesta signora si chiama Margaret Payne, vive in Scozia e ha novant’anni. Quando ne aveva 15 scalò per la prima volta la montagna di casa sua; il picco Suilven, nelle Highlands; 2398 piedi, cioè 731 metri. Ad aprile, in piena pandemia, ha iniziato a pensare come raccogliere fondi in favore delle strutture del NHS (il servizio sanitario nazionale) di zona, per contribuire a fronteggiare l’emergenza. Come fare? Se fosse stata più giovane e in salute avrebbe potuto scalare di nuovo il Suilven, ma ora l’impresa sembrava proprio impossibile, senza neanche considerare l’obbligo della quarantena.  Ed ecco l’idea: scalare “virtualmente” i 731 metri d’altezza della montagna salendo le scale di casa. Per 282 volte. Duecento-ottanta-due.

Col supporto della famiglia ha dunque lanciato un crowfunding, fissando il target a diecimila sterline, e la domenica di Pasqua ha iniziato la sua scalata a tappe. Sarebbe già bellissimo così, ma a quel punto è successo qualcosa di straordinario.

In meno di una settimana Margaret aveva già raggiunto il suo obiettivo; avrebbe potuto considerare compiuta la sua missione, ma lei si fermerà solo il 23 giugno, quando raggiungerà la vetta della sua montagna. Con lei ha continuato a salire anche l’ammontare della cifra raccolta pure, che al momento ha raggiunto l’incredibile somma di trecentonovantamila sterline, 39 volte il suo obiettivo. charles camillaOggi il Principe di Galles e sua moglie si sono complimentati pubblicamente con Margaret Payne. Non saprei dire se abbiano anche offerto un contributo (spero di sì) ma comunque hanno permesso anche a noi di conoscere Margaret e la sua storia, e per me è davvero un bel regalo.

Un tea con Lady Violet – Il giorno della Repubblica e della Regina

IMG_20200602_220250Il 2 giugno è una data decisiva per la storia contemporanea d’Italia e del Regno Unito, anche se per ragioni praticamente opposte. Se a Roma il 2 giugno 1946 re Umberto II perde la corona in seguito al referendum che sancisce la fine della monarchia e la nascita della Repubblica, Queen Elizabeth II indossa per la prima volta la sua a Londra sette anni dopo a Londra nella cerimonia di incoronazione a Westminster Abbey.

Nel suo caso è la St Edward Crown, poi sostituita con la più leggera e sfavillante Imperial State Crown (da quel momento Elizabeth indosserà sempre la seconda, mai più la prima).

Il rito segue una liturgia millenaria ma presenta una novità veramente rivoluzionaria: viene trasmesso in diretta televisiva dalla BBC. I sudditi possono così vedere la cerimonia in tutti i dettagli tranne uno: al momento della sacra unzione la Regina e l’Arcivescovo di Canterbury vengono coperti alla vista da un baldacchino retto da quattro cavalieri dell’Order of the Garter.  Oggi sappiamo qualcosa di più su quel momento grazie a un documentario di un paio di anni fa, dove il Decano dell’Abbazia ha mostrato la piccola bottiglia che contiene l’olio dell’Incoronazione e ne ha svelato gli ingredienti: olio di sesamo in aggiunta a quello d’oliva, profumati con rose, fiori d’arancio, gelsomino, muschio, zibetto e ambra grigia, secondo una ricetta del XVII secolo. coronation oilA proposito di profumi, la sovrana indossa un’essenza a base di rosa inglese creata espressamente, la cui formulazione è rimasta riservata. Il famoso naso Laura Tosatto ha avuto accesso agli archivi e ha potuto riprodurre in minima quantità quel profumo, ribattezzato Lilibet e distribuito in occasione del lancio del libro Elisabetta l’ultima regina pubblicato da Vittorio Sabadin per UTET. E indovinate chi ne ha un’esemplare? (ricordate, nella vita i buoni amici sono più preziosi di una corona).

Quel 2 giugno del ’53 Elizabeth ha solo 27 anni, ed è il terzo più giovane monarca del mondo (dopo Rama IX, di un anno più giovane, che regna sulla Thailandia dal 1946, e Baudouin salito sul sul trono Belga nel 1951, a soli ventuno anni). È molto graziosa, e veramente splendida nel sontuoso abito che Norman Hartnell crea per lei, ricco di riferimenti simbolici ricamati in seta, perle e pietre preziose. Deve naturalmente risultare impeccabile, e vanno considerate la durata della cerimonia (tre ore abbondanti); la luce naturale delle strade affollate di gente che vuole festeggiare la sovrana e quelle artificiali di Westminster; e ovviamente le riprese televisive, in bianco e nero e a colori (queste ultime furono un test, e un solo gruppo di persone al mondo ebbe il privilegio di vedere l’Incoronazione a colori: i piccoli ricoverati e lo staff dell’ospedale pediatrico londinese di Great Ormonde Street). queen elizabeth coronation 2Elizabeth ha una consulente di fiducia, l’australiana Thelma Holland, moglie del figlio minore di Oscar Wilde ma soprattutto direttrice dell’elegante salone Cyclax – uno dei più longevi beauty brand britannici – nel cuore chic della capitale. Dopo uno studio di mesi si decide per un look naturale, che non alteri l’aspetto della Regina, incentrato su tre punti: l’incarnato perfetto, da vera English rose; le sopracciglia ben definite, che a qualche damigella del seguito vengono scurite con la matita; e le labbra, valorizzate da una tonalità rosso violaceo. E qui nasce un piccolo mistero, perché alcune fonti vorrebbero il famoso rossetto prodotto appunto da Cyclax, altre invece commissionato a Clarins. Qualunque sia la verità, il colore è splendido e il risultato eccellente.

In questo giorno di gloria accade anche qualcosa di strano, totalmente inaspettato: qualcuno tra i fotoreporter accreditati nota un gesto inatteso e stupefacente: Margaret,  ventitreenne sorella della sovrana, che toglie un invisibile peluco dalla giacca del Colonnello Peter Townsend, eroe della Battle of Britain ed Equerry di Sua Maestà. Un gesto che suggerisce un’intimità sorprendente tra un’Altezza Reale e  un ufficiale, soprattutto se l’ufficiale in questione è già sposato e divorziato. Si parla di una fotografia del momento, che però io non ho mai visto. Allora non si può immaginare, ma anche questo episodio farà storia.

Come potete immaginare, in occasione dell’Incoronazione furono prodotti moltissime commemorative potteries; da un’aristocratica famiglia toscana tra le mie mani è arrivata una favolosa teiera Sadler. Sfacciatamente dorata, col ritratto della sovrana in un ovale coronato (anche lui!) e sorretto dai due animali dinastici, il leone e l’unicorno. Perfettamente funzionante, è l’ideale per servire il classico Queen’s Tea Fornum&Mason, con decorazione en pendant.

Un tea con Lady Violet – Domani è un altro giorno

IMG_20200528_210621Dopotutto domani è un altro giorno (After all, tomorrow is another day) è senz’altro la battuta più celebre di Via col vento, e una delle più conosciute dell’intera storia del cinema. La pronuncia alla fine del film la protagonista Scarlett/Rossella, dopo essere stata mollata dal rude Rhett con l’altrettanto famosa «francamente, me ne infischio» (Frankly, my dear, I don’t give a damn). La sua antagonista, la cugina – e a un certo punto anche, brevemente, cognata – Melania è morta da tempo, dopo averle soffiato il grande amore Ashley. Né sarebbe potuta andare diversamente, se come penso le due signore incarnano l’una il vecchio Sud aristocratico che soccombe al Nord, e l’altra quello che sa cambiare e adattarsi ai tempi nuovi, nel più puro spirito americano. La sorte delle due attrici è invece assai diversa: la bellissima e fragile Vivien Leigh muore nel 1967 a neanche 54 anni, annientata dalla tubercolosi e dalla fine del matrimonio con Laurence Olivier; Dame Olivia de Havilland si avvia a doppiarla, e tra un mese compirà i 104 (è nata a Tokyo da genitori britannici il 1 luglio 1916). Poche attrici rappresentano meglio di lei la Hollywood royalty; per la sua carriera, ricca di grandi ruoli e di premi, tra cui ben due Oscar, per i leggendari conflitti con la sorella minore Joan Fontaine: divise da rivalità personali familiari e di carriera, unite dall’aver vinto entrambe il premio più prestigioso, prima e finora unica coppia di sorelle.

Sempre identificata col suo personaggio più famoso, in nulla Olivia assomiglia alla dolce e remissiva Melania: e forse il suo ruolo migliore lo sostiene contro le majors, che negli anni ’30 e ’40 “possedevano” gli attori cui imponevano contratti capestro. Olivia appartiene alla Warner, che la ritiene adatta solo ai ruoli da buona, e investe principalmente su un’altra grande star, Bette Davis, la perfida per eccellenza. Il contratto però impedisce di accettare altri ruoli, ed è così che nel 1940, l’anno dopo il trionfo di Via col vento, l’attrice si ribella. Ne ricava la messa all’indice per tre anni, quando decide di intentare una causa milionaria, che segnerà per sempre la storia di Hollywood e cambierà la vita di tutti gli attori che verranno. olivia de havilland bikingSe a questo punto vi state chiedendo la ragione del post, questa fotografia ve la rivela.  L’ho scoperta grazie a una giovane amica mia e del blog, e ritrae la signora in bicicletta lo scorso luglio, all’indomani del compleanno numero 103. Confesso, ciò che mi colpisce non è solo l’energia e l’aplomb, ma anche l’impeccabilità. Dalla décolleté nera – sembra proprio la classica Vara Ferragamo – alla calza chiara, un must per le signore di fine Novecento, alla giacca candida quanto i capelli. Per tacere dell’eleganza con cui riesce a pedalare con la gonna. Una lezione per tutti (e tutti), ma mica lo chic, la consapevolezza di sé, cui rimanere fedeli sempre, anche se domani è un altro giorno.

Per Dame Olivia de Havilland, insignita da Her Majesty the Queen dell’Order of The British Empire nel 2017, ho scelto una vecchia tazza Spode Copeland più o meno sua coetanea. Fu un dono di nozze alla mia nonna, che si sposò nei primi anni ’20, e arrivò anche lei a 104. Io l’ho ereditata, ed è all’origine della mia piccola collezione di tazze con le rose.

The lady with the lamp

Questa è la storia di un piccolo gioiello e di una grande donna (anzi due).

Nel 1855 Queen Victoria ha 36 anni, regna da 18, è sposata con Albert da 15 e ha dato alla luce otto dei suoi nove figli. Florence Nightingale di anni ne ha 35, non ha marito né figli – né mai li avrà – ed è una delle menti più brillanti della società vittoriana, la più incruenta delle rivoluzionarie.

La prima invia alla seconda una spilla in oro, diamanti e smalti, che sul retro reca la scritta “To Miss Florence Nightingale, as a mark of esteem and gratitude for her devotion towards the Queen’s brave soldiers, from Victoria R. 1855” (A Miss Florence Nightingale, in segno di stima e gratitudine per la dedizione nei confronti dei coraggiosi soldati della Regina da Victoria R.). La spilla, oggi nota come “Nightingale Jewel”, è stata disegnata dal Principe Consorte ed è conservata al National Army Museum. Più che un omaggio prezioso va considerato una medaglia, conferita dalla sovrana alla suddita che si è distinta in guerra. La guerra è quella di Crimea, che i Britannici – alleati di Francia, Impero Ottomano e Regno di Sardegna – combattono contro l’impero Russo, e Florence, donna colta nata in una famiglia ricca e altolocata, avrebbe dovuto essere in qualunque posto tranne lì. Invece lei parte con un gruppo di infermiere volontarie e arriva su un teatro di guerra dove i soldati vengono decimati più che dai colpi del nemico dalle malattie e dalla terrificante mancanza di igiene. Florence resta in Turchia tre anni, dal 1854 al ’57, ponendo le basi della moderna attività infermieristica che basa non sull’incertezza empirica ma sul rigore della scienza.BRAND_THC_BSFC_178893_SFM_000_2997_15_20150113_00_HDNata duecento anni fa, il 12 maggio 1820, in quella Firenze che le regala il nome, Florence rifiuta il ruolo tradizionalmente riservato alle fanciulle della sua condizione preferendo lo studio al matrimonio e alla vita di società. Diventare infermiera è la sua passione, e una missione quasi religiosa, ma realizzare il suo desiderio non è semplice, dato che le infermiere all’epoca erano poco più di sguattere, una vita umile e pesante, non certo adatta a una signorina della buona società. Figlia di un famoso epidemiologo – e nipote di un altrettanto celebre abolizionista – decisa e caparbia, studia materie insolite per una ragazza dell’epoca, a partire dalla matematica, che poi le sarà di grande aiuto per applicare le regole della statistica al suo campo. Quando a Londra inizia a lavorare con i più disperati tra gli ultimi si rende conto della necessità di rivoluzionare l’assistenza ai malati, e se ne convince dopo un viaggio in Germania, dove conosce un approccio al nursing assai più efficiente ed efficace. Conosce Sidney Herbert, Ministro della Guerra, che le consente la missione in Crimea. Qui diventa the lady with the lamp, la signora che di notte percorre le corsie degli ospedali da campo per assistere i soldati feriti, e qui elabora i principi dell’assistenza infermieristica, i cui capisaldi prevedono innanzi tutto un ambiente salubre, pulito aerato e illuminato, con acqua fresca e fogne efficienti, cui abbinare calore dieta sana e silenzio.

Rientrata a Londra inizia proprio su invito della Regina una intensa attività didattica fondando la scuola per infermiere che ancora esiste e portal il suo nome. Nel 1865 il Regno Unito ha grazie a lei le sue prime infermiere professionali.cover-art-NightingaleÈ anche una pioniera nel campo della statistica applicata alla sanità, è lei a inventare il celebre istogramma circolare, o ragnatela, che le consente di diventare la prima donna membro della Royal Statistical Society; sarà anche la prima a ricevere dalla sovrana l’Order of Merit.

Muore novantenne nel 1910, nove anni dopo Victoria. 

In suo onore il giorno della sua nascita è diventato la giornata internazionale dell’infermiere; centodieci anni dopo la sua scomparsa il Principe di Galles, bis-bisnipote di Queen Victoria, dedica a Florence Nightingale l’ospedale Covid-19 di Londra.