Archetipi straordinari

Dicesi archetipo il primo esemplare che diventa modello, cui uniformarsi o con cui confrontarsi. Esempio: HRH The Prince of Wales è l’archetipo dell’ultrasettantenne in attesa di contratto a tempo indeterminato. La parola viene dal greco ἀρχέτυπον, composta da ἀρχε- (prefisso che indica principio, primato, comando) e τύπος (modello). Ora so cosa pensando: s’era detto che avremmo parlato di cultura, e finalmente Lady Violet s’è decisa. Sì e no, perché questa storia con la cultura c’entra così così.

Giunge dalla West Coast la notizia che Meghan, Duchessa di Sussex, il mese scorso ha chiesto presso l’ufficio responsabile di depositare la parola “archetypes” scelta come titolo per una serie di podcast, oggetto di un contratto milionario con Spotify, di cui però ancora si è sentita una parola. L’idea di mettere il copyright, cioè inibire l’uso o in alternativa farselo pagare, a un neologismo, ad esempio archewell che è il nome della loro fondazione avrebbe un senso. Ma quella di fare lo stesso con una parola di uso comune – archetype compare nella lingua inglese più o meno all’epoca di Shakespeare, alla metà del Cinquecento – oscilla tra il geniale e lo spudorato. Se poi volessimo fare una riflessione seria – ma breve breve, non preoccupatevi – mi viene in mente che questa mossa spiega più di mille parole la natura della sua relazione con la regalità: non ne conosce la natura né l’importanza storico istituzionali, probabilmente non le capisce e sicuramente non le interessano.

O forse è il tentativo di dotarsi di un’allure mitologica, non potendo incarnare l’archetipo della statunitense sposata ad un royal (c’era già Grace) né dell’attrice sposata a un royal (sempre Grace) né della divorziata sposata a un royal (Letizia) né dell’afroamericana sposata ad un royal (Angela del Liechtenstein) né tantomeno della sposa reale in cattivi rapporti con la famiglia d’origine e/o l’acquisita, il cui archetipo si rintraccia tranquillamente nell’Iliade, autentico archetipo dei poemi epici ed eroici

Però questa tenzone sulle parole è affascinante; ricordate quando la Regina proibì l’uso di royal nel brand Sussexroyal e Harry ribatté che tale termine non era nella disponibilità della nonna? O di quando i duchi sottolinearono la loro dedizione al service, il servizio, citato dalla Regina come scopo e impegno di tutta la vita? Bene, ora è la volta di archtypes, uno scontro tra Montecito/resto del mondo che non sfigurerebbe sulle pagine della Settimana Enigmistica.

E pensare che noi da quasi cinquant’anni usiamo la supercàzzola senza versare un centesimo a nessuno. Semplicemente così, come fosse Antani.

Ekecheirìa

Oggi, 4 marzo, si sono aperte a Pechino le Paralimpiadi invernali. Oggi dunque nella Grecia antica (che per ovvie ragioni celebrava solo le Olimpiadi estive) sarebbe stata la giornata dedicata a ‘Εκεχειρία, Ekecheirìa, letteralmente il trattenere le mani. La tregua olimpica.

“Personificazione della pace degli dèi, che veniva proclamata durante la celebrazione delle quattro feste nazionali, subito dopo l’apertura dei giochi, per proteggere i partecipanti. Era rappresentata in atto di incoronare Iphitos nel tempio di Zeus ad Olimpia” si legge nell’Enciclopedia dell’Arte Antica Treccani. Iphitos, in greco ‘Ιϕιτος, italianizzato Ifito è il mitico re di Elea, colui che codificò le gare sportive dedicate a Zeus a Olimpia, città peloponnesiaca nella regione dell’Elide, di cui Elea era capitale. Secondo la tradizione a Olimpia si conservava il documento che istituiva la tregua sacra, stabilita da Ifito e da Licurgo, grande legislatore di Sparta, altra importante città del Peloponneso, capitale della Laconia.

I giochi sono parte integrante parte della cultura e della religiosità greca già nelle epoche minoica e micenea – ricordate l’Iliade, i giochi in onore di Patroclo morto? – un modo per onorare gli dei, i defunti, i sovrani. Pratica antica e diffusa in tutta la Grecia, ma è da Olimpia che viene il primo elenco dei vincitori di cui si abbia notizia, stilato nel 776 a.C.; dunque la nascita dei giochi olimpici viene fatta risalire a quella data, per convenzione il 22 luglio (che per completezza di informazione è anche il compleanno di George di Cambridge).

I giochi si svolgevano a Olimpia ogni quattro anni in occasione delle feste olimpie, le più antiche delle quattro grandi feste della nazione greca; c’erano poi le istmie in onore di Posidone, biennali; le nemee, anch’esse biennali, in onore di Zeus; le pizie, in onore di Apollo Pizio, seconde per importanza solo alle olimpiche e come quelle quadriennali. I giochi olimpici erano dapprima riservati ad atleti (e spettatori) dell’Elide, la partecipazione si estese poi all’intero Peloponneso, alla Grecia continentale, alle colonie orientali e occidentali, e nacque di conseguenza l’idea della tregua olimpica. I giochi duravano cinque giorni: il primo era dedicato ai riti religiosi e all’esame di fanciulli e puledri, che partecipavano il secondo giorno a gare dedicate esclusivamente a loro, cui non partecipavano gli adulti. Che invece gareggiavano terzo e quarto giorno; in origine erano solo gare di corsa – ancora oggi chi visita il sito di Olimpia si fa una corsetta nello stadio, compresa Lady Violet da giovane – si aggiunsero poi la lotta, il pugilato, il pentatlon, la corsa a cavallo e con le quadriga, il pancrazio (un misto di lotta e pugilato) e l’oplitodromia una corsa nella quale gli atleti non erano nudi come nelle altre gare, ma come gli opliti (i soldati di fanteria) indossavano elmo, schinieri e il pesante scudo che dava il nome ai soldati, l’oplon. Il quinto giorno si premiavano i vincitori; incoronati con serti di olivo, rientravano nelle città di provenienza su carri trainati da cavalli bianchi; grandemente onorati pubblicamente e talvolta persino ritratti in statue.

«Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi» (Pindaro, Olimpica I, 1)I giochi olimpici furono celebrati per più di mille anni fino a quando Teodosio li vietò, nel 393 d.C. In epoca classica l’importanza di Olimpia era tale che fu dotata di un nuovo grande tempio, arricchito da una delle sette meraviglie del mondo antico: una statua crisoelefantina (cioè di avorio e oro) alta dodici metri, opera del più grande scultore dell’epoca, Fidia, che ad Atene aveva appena ultimato il Partenone. Statua oggi scomparsa, come del resto quello spirito olimpico che avrebbe imposto la tregua, la pace.

In questi giorni bui ho pensato a lungo se questo blog potesse avere un significato e una funzione, oltre ad aggiornarvi sulle vicende reali, sicuramente ridotte e necessariamente sobrie. Oggi avrei potuto parlare dei reali olimpionici, che abbondano e a volte si sono anche distinti, come Costantino di Grecia, oro nella vela a Roma 1960. O degli amori reali nati alle olimpiadi, da Carl Gustav e Silvia di Svezia a Frederik e Mary di Danimarca. Ho fatto una scelta diversa, e questo vorrei fare nei prossimi giorni, parlare un po’ di arte e di cultura; un po’ di bellezza in tanto orrore. Aspetto la vostra opinione.

Reale pandemia

La notizia del giorno è, naturalmente, la positività al coronavirus di Her Majesty The Queen.

Che materializza un timore sepolto nel profondo da molti di noi, nei confronti della decana delle teste coronate e di tutte le persone anziane e fragili. Con l’aggravante per lei della perdita dell’adorato Philip, che l’ha colpita pesantemente, e dei recenti problemi di salute che le hanno fatto mancare molti impegni, anche quelli per più importanti, come la cerimonia al Cenotaph per Remembrance Sunday. Per tacere della notte passata tra il 19 e il 20 ottobre, passata al King Edward VII’s Hospital. Quanto alla possibile fonte del contagio c’è da segnalare – oltre all’incontro con Charles, avvenuto martedì 8, cioè 12 giorni fa – che una cospicua parte dello staff di Windsor è risultata positiva in questi giorni. Anyway, covid o no Her Majesty ha continuato a fare il suo lavoro, e nonostante la rivelazione della positività ha inviato un messaggio di congratulazioni alla squadra di curling femminile vincitrice dell’oro olimpico a Pechino.

La Regina è solo l’ultima in ordine di tempo tra le teste coronate ad aver contratto il covid; a due anni dall’inizio della pandemia proviamo a tracciare un bilancio dei contagi reali.

Limitandoci al nostro continente, le monarchie sono attualmente dodici. Una la eliminiamo subito per la sua particolare natura: il Principato di Andorra è una diarchia parlamentare con al vertice due coprincipi: il Presidente francese e il vescovo di Urgell; e comunque nessuno dei due si è contagiato. Il secondo è la Città del Vaticano, esempio di monarchia elettiva, e fortunatamente nemmeno Papa Francesco, anziano e fragile, si è contagiato.

Restano dieci monarchie ereditarie, di quelle che piacciono a noi, con Re e Regine, Principi e Principesse, corone e diademi. Sette sono regni: Belgio, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Regno Unito; due Principati, Liechtenstein e Monaco; e un Granducato, il Lussemburgo. Tra i sovrani regnanti contagiati dal covid 19 ci sono Margrethe II di Danimarca (febbraio 2022), Felipe VI di Spagna (febbraio 2022), Carl Gustav XVI di Svezia (gennaio 2022), Elizabeth II del Regno Unito (febbraio 2022), Albert II de Monaco marzo (2020), Henri del Lussemburgo (gennaio 2022). Sei a quattro, una maggioranza schiacciante. Inoltre, in aggiunta al monarca, praticamente ogni famiglia reale ha registrato almeno un contagio, a partire da uno dei figli cadetti – all’epoca non ne fu rivelato il nome – dei sovrani belgi; in Danimarca la futura regina consorte Mary e prima di lei il figlio maggiore Christian; in Norvegia Ingrid Alexandra, seconda il linea di successione; Beatrix, già sovrana dei Paesi Bassi; in Svezia la Regina Consorte Silvia insieme col marito più il loro figlio Carl Philip e la moglie Sofia; nel Regno Unito il Principe di Galles – due volte – sua moglie Camilla, Sir Tim Lawrence, marito della Princess Royal; e mettiamoci pure Mr Brooksbank, suocero di Eugenie di York, che rimase in ospedale per nove settimane di cui cinque in terapia intensiva, e si è portato dietro gli strascichi della malattia fino alla morte nel novembre scorso. Insomma un bollettino di guerra, e potrei anche averne scordato qualcuno. Sembra immune solo il Liechtenstein, comunque sempre parco di informazioni.

Insomma, sarà anche un corona virus, ma sembra quasi repubblicano, e ha ampiamente dimostrato di essere assai democratico.

La memoria dei giusti

Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa al comando del Maresciallo Ivan Konev entrarono ad Auschwitz liberando i sopravvissuti e rivelando al mondo – a chi non sapeva e a chi fingeva di non sapere – il nudo orrore della verità. Nel 2005, in occasione dei sessant’anni da quel giorno, l’Assemblea Generale dell’ONU stabilì che ogni 27 gennaio venisse celebrata la memoria. Memoria delle vittime, innanzi tutto, e memoria dei carnefici, memoria e consapevolezza per tutti, monito che ciò che è stato potrebbe un giorno essere ancora. Memoria da celebrare anche quella dei giusti, di chi non si piegò, di chi, anche a rischio della propria vita, si oppose e cercò di agire.

In questo giorno e in questo luogo mi sarebbe piaciuto ricordare Alice di Battenberg, madre del Duca di Edimburgo e dunque suocera della Regina, personaggio affascinante come pochi, per me, che merita peò di essere studiato con attenzione. Negli anni bui della guerra Alice – madre di un ufficiale della Royal Navy ma anche suocera di uomini vicini a Hitler – prestò senza risparmiarsi aiuto alla popolazione ateniese; tra gli altri, ospitò e protesse una donna ebrea, Rachel Cohen, e i due figli che erano rimasti con lei. Per questo, lo Yad Vashem l’ha inserita tra The Righteous Among the Nations, i Giusti tra le Nazioni. Nel 1994 Philip e la sorella Sophie piantarono un albero in memoria della madre, le cui spoglie riposano a Gerusalemme.

(Ph: Yad Vashem)

Molti, dicevamo, sono stati quelli che cercarono di opporsi, con atti clamorosamente eroici o più in sordina, sempre però con lo straordinario coraggio necessario a opporsi all’orrore. Tra i tanti, qualche anno fa raccontammo la bellissima storia di Sir Nicholas Wilton, lo trovate qui: La foto del giorno – 27 gennaio e se volete potete approfondire questa sera seguendo su Focus (canale 35) il documentario dedicato a lui.

Se volete, potete unirvi al progetto I Remember Wall dello Yad Vashem; inserendo il vostro nome verrete abbinati casualmente a una vittima della Shoah, che verrà ricordata anche attraverso di voi https://iremember.yadvashem.org/

Fin de la historia

C’era una volta un paese baciato dal sole, dove viveva una principessa bionda e bella come quasi tutte le principesse nei libri di favole della nostra infanzia. Probabilmente la sua vita non era tanto diversa da quella di noi altre bambine degli anni 60: un po’ di regole, un po’ di coccole, i giochi con la sorella maggiore, i dispetti del fratello minore, magari il contrario.

Lo studio, gli sport. Lei arriva fino alle Olimpiadi, che per molti moderni reali hanno preso il posto degli antichi tornei.

Forse anche la principessa cercava il suo principe azzurro, o forse no, eppure lo trovò. Su un campo sportivo ovviamente, un campo di pallamano. Un vero príncipe encantador: altissimo, bellissimo, sportivissimo. Gli mancava solo il titolo, ma tanto quello ce lo avrebbe messo lei.

Successe però una cosa strana: in ogni favola che si rispetti il bacio del principe risveglia la fanciulla, in questo caso invece l’addormentò. E da quel momento, come preda di un incantesimo triste ma anche un po’ irritante, lei non vide. O finse di non vedere. O si convinse di non avere visto. E che nessun altro potesse vedere, capire, parlare.

Eppure il loro matrimonio era stato uno dei più belli, tanto erano belli loro, lui in tight sorridente e scanzonato come un divo del cinema, lei emozionata in uno splendido abito che Lorenzo Caprile aveva creato apposta, il capo biondo coronato da uno dei più preziosi diademi di famiglia, dalle eleganti linee floreali.

Il padre di lei, il Re, li fece Duchi di Palma de Mallorca, un titolo che a Lady Violet ha sempre evocato Totò Imperatore di Capri, e forse una ragione c’era.

Nacquero quattro figli, tutti naturalmente bellissimi biondissimi e sportivissimi come i genitori.

A questo punto nelle favole arriverebbe il cattivo che tenta di distruggere la felicità dei protagonisti, in questo caso invece hanno fatto tutto da soli; scompaginando il racconto, imbrogliando le carte e non solo quelle. Lui con sfacciata disinvoltura gestisce i conti e scambia mail con señoras y chicas, lei fa finta di niente – e in fondo sono fatti suoi – ma probabilmente non usa altrettanto sobrio distacco in altri meno personali e più rischiosi campi.

I giudici si sono pronunciati in favore di lei e tanto a noi deve bastare, anche se le perplessità sul suo operato sono ancora tante. Dubbi sulla colpevolezza di lui invece non ce ne sono, e l’uomo baciato dalla dea fortuna che in vita ha avuto tutto prova anche l’esperienza del carcere. Rischiando di portarsi dietro nel disastro non solo la moglie ma la stessa monarchia, traballante come il vecchio re, che alla fine ritiene più opportuno mollare tutto e andarsene ad Abu Dhabi.

La coppia perde il titolo, lui sposta la sua residenza nelle patrie galere, lei resta all’estero dove a lungo, prudentemente, la famiglia ha vissuto, prima a Washington poi a Ginevra.

Finché un grigio giorno di gennaio il bel campione sportivo, promosso duca e poi declassato a galeotto, viene beccato mano nella mano con un’altra, avvocata quarantenne conosciuta nello studio legale dove lavora mentre termina di scontare la sua pena. E con la (mancanza di) classe che si è ahimé rivelata suo tratto distintivo dice qualcosa tipo: sono cose che capitano.

A lei purtroppo è capitato lui, e le è costato la faccia il titolo e buona parte dei legami familiari.

Infine arriva lo scarno comunicato ufficiale in cui la Infanta Cristina e Iñaki Urdangarin annunciano che hanno deciso di comune accordo di “interrumpir su relación matrimonial”; lui è a Vitoria dove ha ottenuto di scontare pena, lei probabilmente a casa a Ginevra, con la figlia minore Irene. E immaginiamo che la madre Sofía non le farà mancare il suo sostegno ancora una volta.

Irene, la pace, e Sofia, la saggezza, sono ottime compagne sempre, soprattutto in momenti di crisi come questo. E chissà, magari la saggezza ricorderà a Cristina ciò che diceva in situazioni del genere una signora davvero saggia: mia cara, in fondo è sempre uno che hai conosciuto per strada.

Attenta Letizia!

La cattolica Spagna è uno dei Paesi a celebrare il 6 gennaio, che prende Día de los Reyes Magos.

Felipe e Letizia hanno sempre festeggiato a casa del padre di lei, Jesús Ortiz Álvarez, con scambio di auguri e di doni; ma quest’anno è andata diversamente, forse anche perché la maggiore delle figlie della coppia, Leonor, è ripartita il 5 per il Galles, dove frequenta il prestigioso UWC Atlantic College.

Se hanno mancato l’evento privato, naturalmente i sovrani hanno mantenuto quello pubblico presenziando a quello che è il primo primo atto ufficiale dell’anno, la Pascua Militar, che celebra le Forze Armate. Il dress code prevede per le signore il lungo da giorno, una mise non semplice che Letizia maneggia con una certa sicurezza sin dal lontano 2005, quando assistette per la prima volta da Principessa delle Asturie. Quest’anno la Reina ha indossato un lungo chemisier blu, colore che sceglie spesso in questa occasione, con una gonna più ampia e pesante di quanto ci si aspetterebbe da un modello simile, che vista di profilo le dà un interessante aspetto tardovittoriano.

La Reina si è protetta dal freddo con una cappa di pelliccia, scelta piuttosto sorprendente considerando che ormai si tende ad evitarne l’uso per non urtare le diverse sensibilità dei cittadini, tanto che neanche la sovrana britannica ne indossa più. Invece Letizia, sempre concorrente, ha iniziato da qualche mese a sfoggiare pellicce, a partire del viaggio ufficiale in Svezia (dove probabilmente era più comprensibile che a Madrid). Ciò che però ha attirato l’attenzione della stampa spagnola è stata la presenza sul suo orecchio sinistro di un secondo orecchino: un piccolo piercing luccicante, sicuramente più rock degli importanti orecchini di Bulgari scelti per l’occasione. Sarà l’arrivo imminente dei cinquant’anni – li compirà il 15 settembre – a spingerla verso questa scelta irrituale? Chissà.

Quel che è certo è che la sovrana si è resa protagonista di un altro momento sorprendente quando arrivando sulla Plaza de la Almudena per l’inizio della celebrazione si è resa conto che si stava perdendo la spilla appuntata sull’abito. E mica una spilla qualsiasi, ma la broche con una grande perla grigia circondata da tre giri di diamanti, con un’altra perla grigia pendente. La spilla è parte delle celebri joyas de pasar, eredità della Reina Victoria Eugenia, bisnonna di Felipe, riservate alla sovrana. È stata prontamente recuperata con scatto felino dal regal consorte, che se ci perdiamo le gioie di famiglia sono guai veri…

(Ph: Carlos Alvarez – Getty Images Europe)

Una volta rientrati al Palacio Real, la spilla è tornata con discrezione al suo posto.

Doña Letizia, Vostra Mestà, dia retta a Lady Violet, chiami tia Lilibet e le chieda qualche dritta su come appuntare una spilla senza correre il rischio di perdersela per strada!

Goodbye 2021, welcome 2022

A capodanno Lady Violet ha una regola: evitare bilanci e bilance (queste ultime anche durante tutto l’anno, in verità), ma un piccolo saluto ci vuole.

È stato un anno complicato, con qualche problema di salute che mi ha tenuta più lontana da voi quanto avrei voluto. Una cara amica grande sostenitrice del blog è volata via, e so che molti di voi hanno dovuto dire quegli addii che mai avrebbero voluto.

Come Her Majesty.

Che però, ne sono certa, questa sera a Windsor alzerà il calice, brindando con speranza ai giorni che verranno, e con gratitudine ai ricordi.

Da Lady Violet, grazie a tutti voi. Grazie per l’allegria, le risate, i confronti, la vicinanza, la gioia della condivisione.

Festeggiate con chi amate, take care, stay safe. Ci ritroviamo sul sofà, non mancate perché si preannuncia un anno superroyal!

E se ve lo siete perso, ecco il delizioso video della Royal Family. Happy New Year! https://fb.watch/af2B-oxEqh/

Le foto del giorno – Storia e storie

La storia, si sa, si ripete, ma in questo caso avremmo francamente preferito di no.

Nel marzo 2020 era prevista la visita di stato nel nostro Paese dei sovrani belgi, evento sempre interessante e in questo caso ancora di più, visto che nelle vene di Re Philippe scorre sangue per metà italico. Ma la storia è tristemente nota: l’Italia è il primo Paese occidentale ad essere attaccato dal virus e di conseguenza il primo a entrare in lockdown, per cui il presidente Mattarella è costretto ad annullare la visita, e Philippe e Mathilde restano a Bruxelles. A distanza di venti mesi ci si riprova, e la coppia reale si prepara a sbarcare nella Città Eterna dal 1 al 3 dicembre. A fermarla però arriva una nuova variante, la omicron, che di nuovo scompagina le carte. Ci risiamo: viaggio annullato; Mattarella si dovrà accontentare, mercoledì 1, di una visita lampo del Re, che viene a salutarlo in vista della fine del settennato, e a rinsaldare i già ottimi legami trai due Paesi. Per il resto, si vedrà.

A questo punto forse vi chiederete perché ho scelto come foto del giorno il ben noto ritratto dei sovrani. La ragione sta nella seconda parte di questa storia.

Perché Mathilde indossa un favoloso abito in raso di seta Armani Privé, e Mattarella in attesa di Roi Philippe intanto ha ricevuto al Quirinale proprio Re Giorgio, monarca assoluto dello stile, per conferirgli l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Ma quanta classe, quanto stile, quanto chic hanno questi due ottantenni con le loro elegantiscime criniere bianche?

La foto del giorno – 100 Iris

Sarà la pandemia che aleggia ancora sulle nostre teste o la drammatica vicenda afghana, ma sono giorni oscuri, da cui nemmeno le famiglie reali sono immuni. Le immagini della cronaca reale del fine settimana sono quelle del funerale di Marie, Principessa Consorte del Liechtenstein, celebrato ieri nella cattedrale di Vaduz (se volete, le trovate in calce al post, nel reportage della rivista ¡Hola!) ma noi proviamo a festeggiare la vita e la gioia di vivere, con la sublime Iris Apfel, la geriatric starlet, l’adolescente più anziana del mondo, che oggi ha raggiunto il secolo.

Nata Iris Barrel il 29 agosto 1921 ad Astoria, nel borough newyorkese di Queens, è l’unica figlia di Samuel, che commercia in vetri e specchi e di Sadye, proprietaria di una boutique. Cresce in campagna ma scopre presto che può girare in lungo e in largo New York grazie al nichelino che costa il biglietto della metropolitana, e ogni settimana parte alla scoperta delle varie aree della città. Si innamora follemente del Village ed è qui, in uno dei tipici mercati delle pulci organizzati nei basement, che compra il suo primo pezzo di bigiotteria: una spilla che paga 65 cents, cifra ragionevole anche per una dodicenne.

Manifesta prestissimo l’originalità del suo gusto – la sua stanza di ragazzina è tappezzata di nero – e i genitori sono ben lieti di incoraggiare la figlia a coltivare i suoi talenti: dopo i corsi di Storia dell’Arte alla New York University la giovane Iris va a studiare all’università del Wisconsin, dove si fa notare indossando i blue jeans, non esattamente il dress code di una studentessa degli anni ’40. Inizia a lavorare con lo stipendio di 15 dollari a settimana, collaborando con WWD, Women’s Wear Daily, la rivista di moda più prestigiosa del mondo.

Nel 1947 l’incontro della vita: in vacanza a Lake George, nello stato di New York, conosce Carl Apfel. Il primo appuntamento è il Columbus Day, il secondo lunedì di ottobre e quando arriva il Thanksgiving, il quarto giovedì di novembre, Carl già la chiede in moglie. Si sposano il 22 febbraio 1948, lei non vorrebbe un matrimonio tradizionale, preferendo piuttosto una fuga romantica, ma asseconda il desiderio dei genitori, naturalmente a modo suo: sceglie un abito di pizzo rosa pallido, che possa continuare a indossare anche dopo la cerimonia. Quando racconta questa storia -nel documentario che le dedica Netflix, e naturalmente in Italia non è disponibile – è il 2015, e le scarpette di satin color cipria che portava quel giorno lontano sono ancora nel suo guardaroba, Qualunque cosa torna di moda se si aspetta il momento giusto è la sua convinzione (e la disperazione di Marie Kondo).

Nel 1950 lei e Carl creano Old Wild Weavers, che produce tessuti d’arredo; il business va avanti fino al 1992 e il successo è tale che arriva un contratto di collaborazione con la Casa Bianca. Lavoreranno per ben nove presidenti, e non è che una parte della loro attività. Carl muore il 1 agosto 2015, dopo 67 anni di matrimonio, tre giorni prima di compierne 101. Dieci anni prima Iris era diventata una star planetaria, grazie alla mostra che il Metropolitan Museum dedica al suo stile, ai suoi abiti e alla sua favolosa collezione di bijoux. Come spesso avviene, succede per caso: il Met’s Costume Institute ha in programma un’altra mostra, che però salta all’ultimo momento. Alla disperata ricerca di qualcosa che possa sostituirla e sia praticamente pronta il curatore Harold Koda pensa a Iris che accetta; nasce così Rara Avis: Selections from the Iris Apfel Collection.

La favolosa signora si impone come una fashion icon indiscussa e indiscutibile grazie al suo stile unico fatto di ricerca colta e gusto eclettico, tanto studiato da apparire naturalmente istintivo, e dopo essere diventata anche una fantastica Barbie agée diventa un’influencer da milioni di follower. Siete sempre fedeli al motto less is more? Ora è il momento di imparare il suo, more is more, and less is a bore.

Hundred more years!

Qui trovate le immagini del funerale di Marie del Liechtenstein: https://www.hola.com/realeza/casa_espanola/galeria/20210829195183/reina-sofia-carolina-monaco-funeral-marie-liechtenstein/7/

Jackie, la donna che visse tre volte (parte terza)

Nel giorno in cuiavrebbe compiuto 92 anni, concludiamo il ricordo di Jacqueline Bouvier Kennedy Onassis; in calce trovate i link per i precedenti capitoli.

(Ph: David Cairns/Getty Images)

“Non sia dimenticato quel breve luminoso momento che fu Camelot” dice Jackie Kennedy a Theodore White che va ad intervistarla per la rivista Life il 29 novembre, una settimana dopo la morte del Presidente.

La Camelot del ventesimo secolo finisce con un regicidio.

Dopo la tragedia, dopo le immagini iconiche che contribuiscono a creare il mito, come il tailleur rosa di Jackie macchiato del sangue del marito (Quel tailleur rosa), dopo il funerale che mischia l’austera solennità del rito alla tenerezza dei due orfani, resta una vedova di trentaquattro anni che deve ricostruire la vita per sé e per i suoi bambini. Intanto, anche se sembra brutto, Jackie e i figli devono sgomberare rapidamente dalla White House, che è diventata ufficio e residenza del nuovo Presidente Lyndon B. Johnson; la famigliola torna nella casa di Georgetown da cui i Kennedy erano usciti per diventare la prima coppia del Paese e scrivere una pagina di storia.

Washington è e resta la città di Jack, il suo ricordo è ovunque e rinnova il dolore ad ogni respiro; è ora di ricominciare, altrove. Il suocero, che di fatto li mantiene, vorrebbe nuora e nipotini a Boston, sede del clan Kennedy, ma Jackie decide di tornare alle origini: la loro meta sarà New York. A settembre 1964 si trasferisce coi bambini in un grande appartamento al numero 1040 della Fifth Avenue: quattordici stanze di cui cinque camere da letto, un grande soggiorno affacciato su Central Park, una bella cucina – dove lei in verità entra raramente – camini dappertutto. Sarà la sua casa per il resto della vita.

Non sono tempi facili, gli Americani si aspettano che lei sia la vedova della nazione, ma alla sua età Jackie vuole probabilmente qualcosa di diverso per sé e per i figli, a partire dal rispetto della loro privacy. In questo insolito ruolo di First Lady Vedova Jackie continua a partecipare a molte manifestazioni che ricordano il marito: il 14 maggio 1965 è nel Regno Unito, ospite con i figli della Regina, che inaugura il John Kennedy Memorial a Runnymede. È sempre di uno chic assoluto, la ex First Lady, semplicissima in total white, mentre Her Majesty – maggiore di soli tre anni – non resiste al richiamo di quei cappelli tutti tempestati di fiori, così di moda da influenzare perfino le cuffie da bagno. Anche i bambini sono in bianco come la mamma, col piccolo John, quattro anni e mezzo, che dà la manina al Duca di Edimburgo.

Sono i figli il suo pensiero principale, aldilà di ogni ambizione o desiderio personale, è il futuro di Caroline e John Jr. a preoccupare Jackie. Ma la situazione precipita il 6 giugno 1968, quando Robert, fratello minore del presidente ucciso e candidato a sua volta alla presidenza, viene ucciso a Los Angeles durante la campagna per le primarie. Jackie si convince che i Kennedy sono diventati un bersaglio, e non si sente più sicura negli USA. Tra la sorpresa di tutti e le critiche di molti, decide di sposare Aristotele Onassis. Che è sicuramente ricchissimo – forse il più ricco – decisamente non bello, anche se chi lo conosce gli attribuisce un certo fascino; parecchi anni (ventirè) più di lei, e qualche centimetro in meno di altezza.

Che non sia il classico matrimonio d’amore lo rivela il prenup, il contratto prenuziale che regola dettagliatamente e minuziosamente perfino i rapporti coniugali. Il matrimonio si celebra il 20 ottobre 1968 a Skorpios, isola greca dello Ionio di proprietà dello sposo. La sposa si conferma una fuoriclasse dello stile indossando un abito bianco avorio che scandalizza i benpensanti, dato che il candido abito nuziale è simbolo della purezza della nubenda, inadatto quindi alle seconde nozze. Ma lei si è innamorata: non tanto del nuovo marito, quanto di un giovane stilista di Voghera che proprio quell’anno ha incantato con la sua White Collection; l’abito creato per queste nozze lo proietterà definitivamente nell’empireo della moda, e gli aprirà le porte del mercato internazionale. Valentino crea per Jackie un abito corto, con gonna a pieghe piatte e un corpino lungo e accollato intarsiato di pizzo, le lunghe maniche trattenute da alti polsini. Un abito sofisticato e quasi rivoluzionario, in aperto contrasto con la moda dell’epoca che prediligeva forme geometriche e colori squillanti. In pochi giorni la maison, tempestata di telefonate da vecchie e nuove clienti, vende ben 400 abiti della collezione, e sembra che anche Audrey Hepburn abbia voluto il suo, nel nuovo Jackie style.

Non è un matrimonio felice, troppo diversi gli sposi, che passano insieme il tempo strettamente necessario. Va detto che Onassis è sempre molto affettuoso e paterno con i bambini Kennedy, mentre sua figlia Christina, neanche diciottenne all’epoca del matrimonio, non riesce a legare con la matrigna. Ari torna presto tra le braccia dell’amata Maria Callas, che lo adora, mentre la moglie, ribattezzata Jackie O, diventa la regina della mondanità internazionale e dello shopping.

I rotocalchi sono pieni delle sue immagini e del suo stile: i pantaloni bianchi, i sandali infradito, i grandi occhiali da sole, i foulard Hermès legati in testa, la borsa a spalla (Gucci gliene dedica una che ha ancora un grandissimo successo e viene riproposta continuamente), i bijoux, soprattutto quelli favolosi di Kenneth J. Lane (Jackie, Kenneth e la collana dei sogni) mentre passeggia per Capri o per Ravello in compagnia di Valentino o di Gianni Agnelli, che si vocifera sia più di un amico.

A separare definitivamente i coniugi arriva una nuova tragedia: nel 1973 l’adorato figlio di lui, il venticinquenne Alexander, muore in un incidente aereo gettando il padre in una disperazione da cui non si solleverà più. Anche il matrimonio con Jackie è finito, ma Ari muore prima di finalizzare il divorzio. È il 1975, Jackie ha 46 anni ed è di nuovo vedova, ma questa volta è totalmente padrone di sé e del suo destino.

Inizia la sua terza vita. Torna in pianta stabile negli USA. riapre l’amato appartamento al 1040, ma invece di godersi l’eredità Onassis continuando la vita lussuosa degli ultimi anni si trova un lavoro. Il primo settembre di quell’anno inizia a lavorare per la casa editrice Viking; poi passerà alla Doubleday, e continuerà questa attività che l’appassiona tanto fino alla fine; i paparazzi che l’hanno assediata nelle residenze dei Kennedy o nei luoghi del jet set, ora la inseguono per le vie di New York, mentre va a piedi in ufficio.

Trova anche l’amore: Maurice Templesman, mercante di diamanti suo coetaneo. Un uomo “normale” forse il vero grande amore della sua vita. Nel 1988 lui si trasferisce da lei, si occupa delle sue finanze e sembra riesca addirittura quadruplicare i 26 milioni di dollari ereditati da Onassis. La primogenita Caroline si è sposata e la rende nonna di Rose, Tatiana e John, l’adorato figlio John Jr le crea invece qualche grattacapo: vorrebbe fare l’attore mentre lei lo spinge verso la carriera legale, e frequenta ragazze che non le piacciono troppo: dalla storica girlfriend Daryl Hannah, a Madonna (probabilmente l’incubo di molte suocere). Forse Jackie vede il figlio troppo simile al padre, anche lui avvolto dalla meravigliosa maledizione di essere un Kennedy.

Ma almeno questa volta la tragedia le è risparmiata: all’inizio del 1994 le viene diagnosticato un linfoma non-Hodgkin; la sera del 19 maggio muore nella sua casa. I suoi funerali vengono celebrati quattro giorni dopo nella chiesa St. Ignatius Loyola in Park Avenue, la stessa dov’era stata battezzata 65 anni prima. Maurice Templesman, l’uomo che l’ha amata, rispettata, protetta, mai tradita come John, mai esibita come Ari, e le è stato accanto in ogni momento nei brevi mesi della malattia, legge una poesia che lei amava: Itaca, di Konstantinos Kavafis.

E aggiunge che il loro viaggio insieme era stato “troppo breve, purtroppo, troppo breve”, ma “pieno di avventura e saggezza, risate e amore, galanteria e grazia”

Trovate qui i capitoli precedenti:

Jackie, la donna che visse tre volte (parte prima) Jackie, la donna che visse tre volte (parte seconda)

Qui il post sulla morte di John F. Kennedy Jr. A Royal Calendar – 16 luglio 1999