Sarà perché ho beccato l’influenza, che è una malattia stupida la cui capacità di rovinarti le giornate (spero poche) è inversamente proporzionale alla sua gravità ma oggi, invece di tuffarmi nella frenesia prenatalizia che entra nel vivo, mi perdonerete se vi parlo di qualcos’altro. Perché oggi, 1 dicembre, è la giornata mondiale della lotta all’AIDS, Acquired Immune Deficiency Sindrome, la sindrome da immuno deficienza acquisita.
Se negli anni ’80 eravate adulti, o almeno abbastanza grandi, ricorderete l’impatto che questa orrenda malattia ebbe sulla società, aggravato dal fatto che la trasmissione era più facile tra le persone omosessuali, per cui si oscillava tra il considerarla la peste del ventesimo secolo e una piaga biblica. La paura era tale che contro ogni logica – il contagio avviene solo per via ematica – ricordo bene gente che al bar insisteva per avere i bicchieri usa e getta, o addirittura se andava a cena fuori si portava le posate da casa (ne sono stata testimone). E siccome compagna della paura è spesso l’ignoranza, lo stigma verso chi ne veniva colpito era enorme. Poi le cose iniziarono a cambiare, anche grazie a una fotografia. Questa.

La sindrome fa la sua comparsa nella letteratura scientifica nel 1981, anche se già negli anni ’70 erano stati riportati casi sporadici negli USA e in Africa. Nel 1985 muore Rock Hudson, attore la cui carriera è incentrata principalmente sulla prestanza fisica, sex symbol amatissimo dalle donne ma in realtà omosessuale costretto a celare la sua natura, e persino obbligato a un matrimonio di facciata. Il 1987 è probabilmente l’anno decisivo: gli USA vietano l’ingresso alle persone contagiate o sieropositive, e il Presidente Reagan cita per la prima volta la malattia in un famoso discorso. La prevenzione è fondamentale, e nel Regno Unito parte la campagna Don’t Die in Ignorance (non morite d’ignoranza). Il 9 aprile la Principessa di Galles viene invitata dal Middlesex Hospital di Londra a inaugurare il Broderip Ward, il nuovo reparto dedicato all’AIDS e alle malattie collegate all’HIV. Diana è un po’ nervosa per quella visita che si presenta diversa da tutte le altre, ma all’inizio scorre come tante altre: le mostrano gli spazi, i laboratori, le attrezzature, cose così. Però il timore dello stigma è tale che c’è un solo paziente, il trentaduenne Ivan Cohen, disposto a farsi fotografare con la principessa, a patto di essere ripreso da dietro. E Diana gli stringe la mano, una mano non guantata, pelle contro pelle. L’impatto è enorme. La principessa ripeterà spesso quel gesto, in molti ospedali in giro per il mondo. Forse marciandoci un po’, o anche tanto. Ma quel giorno fu a suo modo rivoluzionario, e le va riconosciuto. La rivoluzione non sarà un pranzo di gala, ma a volte si può fare anche in abitino elegante e scarpine décolleté.
P,S, in Italia un giornalista malato di AIDS, Giovanni Forti, racconta sull’Espresso la sua agonia; una lettura per me straziante ma importante. Probabilmente il web ne conserva le tracce; la storia è stata narrata anche da Brett Shapiro, compagno di Forti, nel libro L’Intruso. Voi però date retta a Lady Violet: non abbassate la guardia, mai.