Se ieri abbiamo parlato dei sovrani di Danimarca, la cui unione sembra essere da un po’ sulle montagne russe, oggi è la volta di una coppia che festeggia i quarant’anni di matrimonio e sembra sicuramente solida, probabilmente felice e magari pure ancora innamorata.
Lei è Astrid, Principessa del Belgio e sorella minore di Roi Philippe; lui è Lorenz d’Austria-Este, nipote dell’ultimo Imperatore d’Austria, dell’eroe dell’Amba Alagi, e capo della casata. Si conoscono grazie a un cugino materno di lei, che la invita a una crociera in Grecia cui partecipa anche Lorenz. Intervistati per l’importante anniversario da Wim Dehandschutter, grande esperto della casa reale belga, lui ammette che è stato amore a prima vista, e che la moglie lo fa ancora arrossire: sarà quella la ragione delle sue guanciotte rosse, e non la couperose?
Del matrimonio, celebrato a Bruxelles il 22 settembre 1984, Lady Violet ricorda soprattutto l’abbonante pioggia e l’ancor più abbondante abito della sposa, ma Astrid svela qualche retroscena che aveva reso pieni d’ansia i giorni precedenti alla cerimonia: dagli orecchioni dello zio, re Baudouin che nonostante la malattia partecipa alle nozze della nipote (non oso immaginare la gente che potrebbe avere infettato) all’incidente di moto del padre, che la accompagna all’altare fratturato e assai dolorante.
(Ph: Photo News)
Dopo quattro decenni, cinque figli – Amedeo, Maria Laura, Joachim, Luisa Maria e Laetitia Maria – e tre nipoti nati dal matrimonio del primogenito Amedeo con Elisabetta Rosboch la coppia sembra andare a gonfie vele. E vi dirò, si sono pure imbelliti. Oggi vivono a Bruxelles, a Villa Schonenberg, costruzione recente circondata da un grande parco, gioia dei nipotini, che chiamano lei Ninou e lui Nonno, all’italiana. Confesso che quando si sposarono Lady Violet non fu particolarmente sedotta dalla coppia; lei manteneva ancora un po’ della goffaggine adolescenziale – e scontava il “peccato” di avere una madre bellissima – lui del principe azzurro aveva giusto l’altezza. Il tempo è stato buono, ma va detto che Astrid e Lorenz ci hanno messo del loro: lei svolge con impegno una serie di incarichi per la corona, soprattutto missioni economiche all’estero che alterna all’impegno sociale in patria. Col costante sostegno del marito, è sicuramente un ottimo supporto per il sovrano, molto più del fragile e pasticcione (eufemismo) fratello minore Laurent. Tra l’altro ha rivelato un certo senso dell’umorismo, e le sue originali scelte di stile la rendono ancora più simpatica. Insomma, cosa farebbero molti sovrani se non avessero certe sorelle?
Oggi Prince Harry The Duke of Sussex entra negli anta, e contrariamente a quanto da molti ipotizzato (Lady Violet invece dubbi ne aveva pochi) da Buckingham Palace sono arrivati gli auguri, accompagnati da una bella fotografia del festeggiato.
Henry Charles Albert David nasce a Londra, al St. Mary’s Hospital di Paddington, come il fratello, i nipoti e qualche cugino. Sin dalla nascita la stampa si accanisce sul rapporto padre/figlio, rivelando che Charles avrebbe voluto una femmina, e che rimase perplesso davanti ai capelli rossi, più Spencer che Windsor. La testa rossa è anche alla base di uno dei più odiosi pettegolezzi che girano da quattro decenni, che cioè il piccolo principe fosse figlio naturale dell’irrimediabilmente rosso Maggiore Hewitt, istruttore di equitazione di Diana poi promosso dall’infelice principessa a più personale e intimo incarico. La storia, scandagliata in ogni più piccolo dettaglio, rivela che la relazione tra Diana e il maggiore iniziò ben dopo la nascita di Harry, dopo la quale si manifestò la prima grave crisi nel matrimonio dei Principi di Galles. Harry era veramente troppo piccolo quando perse la madre, e nonostante tutti i tentativi di proteggerlo messi in atto dal padre adolescenza e giovinezza non sono state semplici. Probabilmente la vita militare è ciò che gli si confaceva di più, sicuramente una delle cose che ha amato di più. Abbondantemente superati i trent’anni ha incontrato quella che sembrerebbe la donna della sua vita, Meghan, con la quale, nonostante le origini che più diverse non si potrebbe, ha notevoli punti di contatto, a partire da una famiglia di provenienza, diciamo così, complicata. Con lei ha deciso di lasciare Londra e approdare in California; il timing, e non per colpa loro, è stato francamente disastroso: prima la pandemia, che ne ha limitato fortemente le eventuali attività, poi la morte di Queen Elizabeth e infine la doppia malattia che all’inizio di quest’anno ha colpito King Charles e Catherine; situazioni queste ultime che avrebbero dato ai Sussex quella visibilità e quella autorevolezza a lungo cercate. Come sapete non sono particolarmente appassionata alle attività di Harry&Meghan, che in genere non mi sembrano particolarmente interessanti, Invictus Games a parte, il progetto cui Harry probabilmente tiene di più, sicuramente quello che lo rappresenta meglio. Oggi il principe festeggerà in famiglia, con i suoi bimbi Archie e Lili che ha spesso definito come il più bel dono che la vita gli ha fatto. A Natale la famigliola è stata invitata dallo zio Charles Spencer; accetteranno l’invito e passeranno le feste di fine anno nel Regno Unito? Vedremo, intanto auguri a questo splendido quarantenne.
P.S. oggi è un giorno ad alto tasso di royal compleanni: la Reina Letizia compie 52 anni e Daniel, consorte di Victoria di Svezia, ne compie 51. Mi perdoneranno se li cito solo en passant, ma i compleanni a cifra tonda hanno sempre la precedenza!
Meno di una settimana fa ragionavamo sul fatto che probabilmente tutti ricordano dov’erano quando la BBC diede la notizia della morte di Her Majesty Queen Elizabeth II (La foto del giorno – Due anni); Lady Violet ha abbastanza anni e abbastanza memoria da ricordare anche quando arrivò la notizia della morte di Grace de Monaco.
O meglio, ricordare quel momento sospeso tra l’incidente, la mattina di lunedì 13 settembre, la morte della principessa, la sera del giorno seguente, e la diffusione della notizia, la mattina del 15. Ricordo della rivista che per battere la concorrenza, quando Grace era ancora in vita, uscì con l’atroce titolo “Grace e Stefania vive per miracolo”, e il pezzo per il TG1 di Lello Bersani, esperto di cinema e di costume, il cui incipit (cito a memoria) era qualcosa tipo: Musa di Hitchcock e vincitrice di un Oscar, un’attrice non può volere di più; moglie di un sovrano e madre di tre bei figli, una donna non può volere di più. Tutto vero, ma una vita banalizzata così mi fece una grande impressione.
Come sarebbe accaduto 15 anni dopo per Diana – ma con toni molto più soft – si parlò di complotto, nella fattispecie della volontà di tacere che responsabile della morte della madre fosse la diciassette Stéphanie, alla guida senza patente. Dopo tanti anni la verità sembra acclarata in tutta la sua straordinaria banalità: madre e figlia partono verso le 9.30 dalla residenza di Roc Angel; la principessa deve partecipare ad un ricevimento e decide di adagiare sul sedile posteriore l’abito che deve indossare, perfettamente stirato. Dunque si mette lei direttamente alla guida della Rover, con la figlia accanto. Poco dopo l’auto sbanda, rompe il guard rail e precipita per una quarantina di metri nella sottostante scarpata, ribaltandosi varie volte. Stéphanie viene estratta nell’unico modo possibile, dal finestrino del guidatore (da qui il sospetto che guidasse lei). Ha fratture varie ma se la cava mentre Grace appare subito in condizioni disperate. L’autopsia rivelerà due distinte emorragie cerebrali; una probabilmente causata dall’incidente mentre l’altra potrebbe essere causa stessa dell’incidente: la principessa, che aveva lamentato forti mal di testa nei giorni precedenti, potrebbe aver avuto un ictus o un’ischemia, perso i sensi e dunque il controllo dell’auto. Si conclude così, in modo assurdamente “normale” una vita per molti aspetti straordinaria, Stéphanie, risanata nel corpo, si trascinerà a lungo le conseguenze di quel giorno, responsabile di molta della sua infelicità e delle sue stranezze, che solo ora, alla soglia dei sessant’anni, sembra aver superato trovando la pace. Per Lady Violet fu la fine di un sogno, ma l’incanto di quella bellezza così perfetta e inimitabile, resterà per sempre.
Trovate qui il ricordo per il quarantesimo anniversario, e link ad altri articoli su di lei: 40 anni senza Grace
Ho cercato a lungo una foto per celebrare la giornata di oggi, che segna i due anni da quando la nostra amata Queen se n’è andata dal suo Philip.
Questa mi è piaciuta molto: uno scatto forse rubato, sicuramente un po’ mosso, con genitori e sorellina. Quando erano ancora la famiglia del Duca di York, e tutto quello che sarebbe accaduto era ancora lontano, quasi impensabile.
Si dice che tutti ricordino dov’erano e cosa facevano mentre accadeva qualcosa di clamoroso e spesso drammatico. Ecco, io quel giorno ero davanti allo schermo del pc, da cui arrivavano le immagini e le parole della BBC. Sapevamo che stava per succedere, che forse era già successo. Come accade a volte, alcuni episodi della mia vita si sono intrecciati con quegli ultimi mesi, dal settantesimo anniversario dell’ascesa al trono alla scomparsa. Quegli eventi, non tutti piacevoli, stanno arrivando a soluzione; un altro soluzione non ha, e il ricordo rimane cristallizzato a quei giorni. Le cose cambiano, ma penso che lei, Elizabeth, resterà ancora a lungo sullo sfondo delle nostre vite. Della mia, sicuro. In fondo Lady Violet è nata grazie a lei.
L’abbiamo ammirata più o meno da sempre, ma iniziato forse ad amarla davvero in occasione della morte della madre, per quell’insieme di dolore pudico, senso del dovere, consapevolezza e discreto supporto ai fratelli in cui penso molte si siano riconosciute.
Oggi Anne, Princess Royal, compie 74 anni e noi proviamo a conoscerla un po’ meglio, mentre cresce in Lady Violet il desiderio di leggere una sua biografia aggiornata che spieghi anche il ruolo – e il peso – che ha assunto dopo la morte dei genitori.
A per Andrew Parker-Bowles: se la Royal Family non è esattamente uno dei vostri interessi (ne dubito, sennò cosa ci fate qui sul sofà?) o non avete visto la terza stagione di The Crown o siete solo distratti, forse la presenza del primo marito di Camilla associato alla di lei attuale cognata vi stupirà. Fatto sta che i due figli maggiori di Queen Elizabeth II attraversarono all’inizio degli anni ’70 una fase Beautiful, una sorta di quadriglia in cui Anne ebbe un flirt (secondo qualcuno anche qualcosa di più) con Andrew Parker-Bowles, che poi sposò Camilla Shand, il grande amore di Charles, fratello di Anne. Questo intreccio sentimentale si risolse rapidamente: Charles fu spedito in una lunga missione con la Royal Navy di cui era ufficiale, Andrew – che era bello biondo affascinante ma pure cattolico, dunque inadatto a entrare nella Royal Family – sposò Camilla il 4 luglio 1973 e quattro mesi più tardi Anne impalmò il capitano Mark Phillips, nel giorno in cui il fratello compiva 25 anni. Insomma, avete capito chi sarebbe rimasto in piedi nel gioco della sedia. Andrew è rimasto un grande amico della principessa, che lo ha voluto tra i padrini al battesimo della figlia Zara.
(Ph: Alpha Press)
B per bull terrier: se anche Anne da piccola ha giocato con i corgi, crescendo la preferenza è andata a un’altra razza, tipicamente British; il bull terrier. Nato come cane da combattimento (orrore!) da un incrocio ottocentesco, è un animale che ha un bel caratterino e richiede un padrone di polso. Che certo alla principessa non manca, anche se a volte non è bastato. Il 1 aprile 2002, a Windsor Great Park, la sua Dorothy, detta Dottie, di tre anni morse due bambini. Anne si dichiarò colpevole davanti al magistrato dell’accusa ai sensi del Dangerous Dogs Act e venne multata per 500 sterline, il che ne fa la prima senior royal ad aver ricevuto una condanna per un reato. Non si ritenne necessario sopprimere il cane, che la sera della viglia di Natale 2003 replicò, attaccando uno degli anziani corgi della Regina, Pharos. Le ferite a una delle zampe posteriori furono così gravi, l’emorragia così abbondate, che il poverino dovette essere soppresso. Proprio un bel regalo di Natale.
C per cavalli: un binomio inscindibile, una passione incontenibile, straordinaria anche per la sua stessa famiglia, tanto che il padre sintetizzò “se non emette aria dal fondoschiena e non mangia fieno non le interessa”. Anne prende parte regolarmente al Horse of the Year Show a Wembley. Medaglia d’oro European Eventing Championship i campionati europei di completo individuale 1971, in groppa all’amatissimo purosangue Doublet, donatole dalla madre. Argento nel concorso a squadre e nell’individuale 1975, ha gareggiato anche ai Giochi Olimpici di Montreal 1976. Tra il 1986 e il 1994 è stata Presidente della Fédération Équestre Internationale (FEI), la massima autorità internazionale per gli sport equestri. Data la sua passione, è parte di molte organizzazioni che a vario livello si occupano di cavalli, è anche Membro Onorario dell’Associazione Nazionale Italiana Di Riabilitazione Equestre
(Ph: William Lovelace)
D per damigella d’onore: un ruolo che l’unica figlia della sovrana ha esercitato spesso in matrimoni di primissimo piano. A partire dal 13 gennaio 1960, quando Lady Pamela Mountbatten sposò David Hicks a Romsay Abbey; la sposa era stata a suo volta damigella alle nozze tra Elizabeth e Philip, e la terza figlia della coppia, India, avrà lo stesso ruolo a quelle tra di Diana e Charles, suo padrino di battesimo. Il royal wedding più importante del 1960 fu però quello del 6 maggio, tra la zia Margaret e Anthony Armstrong-Jones. L’anno seguente, l’otto giugno il Duca di Kent sposò nella cattedrale di York Katherine Worsley, e nel 1963 sua sorella Alexandra andò all’altare a Westminster Abbey con Angus Ogilvy, con Anne come damigella esperta e efficiente
(Ph: Getty Images)
E per Elizabeth è il suo secondo nome, dopo Anne e prima di Alice e Louise. Nomi di famiglia, scelti anche per onorare le due nonne, la materna Elizabeth The Queen Consort e la paterna Alice di Battenberg, entrambe madrine al battesimo della nipotina, celebrato dall’Archbishop of York, Cyril Garbett il 21 ottobre 1950 nella Music Room di Buckingham Palace. La piccola Anne ebbe anche un’altra madrina: la principessa Margarita, sorella del padre, e due padrini: il prozio Lord Mountbatten e Andrew Elphinstone, cugino della madre; nella fotografia, la signora prima a sinistra è Princess Alice, Countess of Athlone, in rappresentanza della sua omonima, nonna paterna della bimba. Anne è nata a Clarence House il 15 agosto 1950 alle ore 11.50; pesava esattamente 6 libbre, cioè kg 2,720. La sua nascita fu salutata da 21 colpi di cannone sparati a Hyde Park poi, una volta registrata, come tutti i bambini britannici nati in quegli anni ancora vicini alla guerra ricevette una tessera annonaria.
(Ph: Sterling Henry Nahum/Royal Collection Trust)
F per fari: secondo quanto ha dichiarato lei stessa, a cinque anni si è innamorata di un faro, cioè di quello che la Treccani definisce “strumento di segnalazione luminosa, posto per lo più su torri, che serve come punto di riferimento nella navigazione marittima o aerea”. Una passione costante nella sua vita, sembra si sia prefissa di visitare e accendere tutti quelli che punteggiano le coste del suo Paese. Ne ha comunque visitati molti nel suo ruolo di Master of the Corporation of Trinity House, l’autorità responsabile dei fari che punteggiano le coste di Inghilterra, Galles, Isole del Canale e Gibilterra. La domanda nasce spontanea: il suo libro del cuore sarà To the lighthouse, la Gita al faro di Virginia Woolf?
G per Gatcombe Park: nel 1976, tre anni dopo il matrimonio, la Regina dona alla figlia la splendida residenza di Gatcombe Park, nel Gloucestershire, a circa 150 chilometri dalla capitale e a una decina da Highgrove, l’amatissima residenza di campagna di King Charles. Nel 1978 la tenuta è stata ampliata acquistando un’azienda agricola, Aston Farm, che contiene anche un laghetto ricco di trote. All’interno della tenuta ci sono due cottage di proprietà dei figli della principessa; i Tindall vi risiedono stabilmente
(Ph: Getty Images)
H per HGV licence: prima della famiglia a prenderla, la HGV licence è l’equivalente della nostra patente C. HGV sta per Heavy Goods Vehicle, cioè veicoli pesanti; la principessa è dunque abilitata alla guida se non proprio dei camion, di grandi furgoni. D’altro canto lei stessa, intervistata dopo la morte della madre, alla domanda su quale lavoro avrebbe scelto al di fuori degli impegni reali, ha risposto che si sarebbe data all’agricoltura, potendo anche assicurare il trasporto dei prodotti, dato che sia lei sia il marito hanno la patente per i mezzi pesanti.
I per istruzione: educata privatamente come si usava all’epoca per le bambine del suo rango, sotto la guida della sua governante Catherine Peebles, nel 1963 la tredicenne principessa chiese di frequentare una scuola, e fu iscritta alla Benenden School in Kent, da cui uscì onorevolmente diplomata nel 1968.
(Ph: Getty Images)
J per Jensen Interceptor: lo sappiamo, sono i cavalli la grande passione della Princess Royal, non solo quelli a quattro zampe, ma anche quelli motore. Nel 1971, su invito dell’amico e pilota Sir Jackie Stewart, condusse un’auto sportiva sul circuito di Formula 1 di Silverstone, e il suo parco macchine negli anni ha ospitato molti esemplari di particolare pregio tra cui una Jensen Interceptor, coupé in tiratura limitata con motore britannico e carrozzeria italiana, oggetto del desiderio di molti ricchi&famosi negli anni ’70.
K per kidnap: la sera del 20 marzo 1974 la principessa è vittima di un tentativo di rapimento. Lei e il marito Mark, sposati da cinque mesi, stanno rientrando a Buckingham Palace dopo un evento di beneficenza quando sul Mall la loro auto viene bloccata da una Ford Escort guidata da tale Ian Ball. L’ispettore James Wallace Beaton, unico ufficiale a sicurezza di Anne esce dall’auto, facendole scudo e tirando furi la pistola d’ordinanza, che però s’inceppa. Viene ferito dall’aggressore, come pure l’autista. Interviene un giornalista che si trova nei paraggi: ferito pure lui. Ball raggiunge la principessa, le dice che vuole rapirla per ottenere un riscatto di 2/3 milioni di sterline da donare al NHS, il servizio sanitario nazionale. Le ingiunge di scendere e lei risponde con una frase che a modo suo fa la storia: Not bloody likely! (“neanche per sogno!” o meglio “manco per il cavolo!”) e scende dall’auto dall’altro sportello, insieme con la dama di compagnia che era con lei. Finalmente arrivano i nostri, nella persona di Ron Russell, che è un semplice cittadino ma con un passato da pugile; da un pugno all’aggressore e porta via la principessa. Interviene un altro poliziotto, viene ferito a sua volta ma riesce a chiamare i soccorsi, che finalmente arrivano, disarmano e catturano Ball, che dopo il processo viene affidato al servizio psichiatrico. Sembra si trovi ancora ricoverato al Broadmoor Hospital, con una diagnosi di schizofrenia. Concluso per fortuna senza grandi conseguenze, l’accaduto ha indotto una riflessione sulla protezione dei reali, che da allora è cambiata notevolmente, sia nel numero sia nell’addestramento.
(Ph: Hulton Archive/Getty Images)
L per lettere d’amore: questo è uno degli argomenti che preferisco, dato che suggerisce un aspetto diverso nel carattere della volitiva e forte Anne: anche lei ha probabilmente scritto, e sicuramente ricevuto, lettere d’amore. Il problema è che lo scambio epistolare è avvenuto quando era ancora formalmente sposata con Mark Phillips. Protagonista della vicenda Tim Laurence, ufficiale della Royal Navy che Anne conosce a bordo dello yacht reale Britannia. Nel 1986 il giovanotto diventa equerry della regina, e immaginiamo che le occasioni per i due di incontrarsi aumentano. Inizia il più romantico dei corteggiamenti, affidato alla parola scritta, una cosa che ho sempre adorato. Nel 1989 il tabloid Sun mette le mani su alcune delle lettere di Tim, e scoppia lo scandalo. Piccolo, a dire il vero dato che il matrimonio tra Anne e Mark è finito da quel dì, e a dirla tutta lui ha avuto un’altra figlia, Felicity, nata nel 1985 in Nuova Zelanda da Heather Tonkin, un’insegnante. La coppia si separa ma manifesta l’intenzione di non divorziare; avviene tutto con un clamore contenuto, probabilmente perché l’attenzione globale è tutta concentrata su un’altra coppia in crisi, quella dei Principi di Galles. Quando arriva la prova inconfutabile della paternità adulterina di Mark, si spiana la strada del divorzio, pronunciato il 23 aprile 1992.
(Ph: EPA)
M per Matrimoni: Anne e Tim si sposano il 12 dicembre 1992 a Crathie Kirk, una piccola chiesa nei pressi di Balmoral. È una parrocchia che appartiene alla Chiesa di Scozia, che consente il matrimonio ai divorziati in particolari circostanze. Tim Laurence non riceve un titolo nobiliare, lui ed Anne non avranno figli insieme, ma è un matrimonio solido che dura da 32 anni; alla fine, è lui l’uomo della vita.
Il 14 novembre 1973 la storia sembrava diversa; 500 milioni di persone nel mondo, tra cui una Lady Violet ancora bambina, assistono al fiabesco matrimonio a Westminster Abbey. Lo sposo è il biondo Mark Phillips, aitante (allora) nella giubba rossa del suo reggimento, le Queen’s Dragoon Guards. La sposa è l’unica figlia della Regina, ha solo 23 anni e quel giorno è bellissima. Per il suo abito ha scelto Maureen Baker, stilista principale del brand di prêt-à-porter Susan Small, che crea un elegante modello ispirato allo stile Tudor. Sul capo della principessa brilla la stessa tiara che 26 anni prima ha indossato la madre, allora principessa Elizabeth.
Quando arriva al braccio del padre Philip, l’effetto è senz’altro notevole. Un vero matrimonio da principessa, che fece sognare. E come dimenticare la pelle d’orso stesa sotto i piedi degli sposi in una delle foto ufficiali?
(Ph: Norman Parkinson/Sygma/Corbis)
Non si può, così come non potete perdere la seconda parte di questo post. Stay tuned!
Ma quant’è cresciuto? Compie oggi 11 anni George di Galles, ed ecco il nuovo ritratto fotografico, opera della madre Catherine.
(Ph: The Princess of Wales, 2024)
Gli ultimi mesi sono stati pesanti per lui, con la malattia del nonno e soprattutto quella della madre; e mettiamoci pure l’ennesima sconfitta dei Three Lions, la nazionale inglese di calcio, sport del quale George è appassionato quanto il padre.
Dopo gli ultimi appuntamenti cui hanno partecipato – a Berlino per la finale degli Europei e a Wimbledon – i Wales sono definitivamente in vacanza, anche se non escludo la presenza di William alla cerimonia di inaugurazione di Giochi Olimpici. Quanto a lui, mi sembra che stia diventando un gran bel ragazzino, e Lady Violet adora il ciuffo sulla fronte. Happy birthday George, che sia una giornata piena di felicità.
Oggi doppia George Felix di Danimarca, che di anni ne compie 22 essendo nato a Copenaghen il 22 luglio 2002 dal principe Joachim e dalla sua prima moglie Alexandra.
Il simpatico Felix, secondo da destra nella foto, non solo è il cadetto del cadetto, ma è stato pure declassato a sorpresa dalla nonna, l’allora regina Margrethe, una mossa che Lady Violet ancora ha digerito. Non sappiamo se Felix se ne sia fatto una ragione – probabilmente sì, è il bello della gioventù – intanto si gode le vacanze con i fratelli Nikolai e Henrik e la sorella Athena in Francia, nel castello di Cayx. Il giovanotto studia alla Copenhagen Business School; buon compleanno anche a lui.
Voi come avete trascorso il compleanno? O come pensate di trascorrerlo se deve ancora arrivare? Queen Camilla oggi compie 77 anni, e lo fa in pompa magna, letteralmente.
Oggi infatti la Queen Consort ha accompagnato il marito e re all’appuntamento politico più importante dell’anno, l’inaugurazione del Parlamento, nel quale il sovrano legge l’unico discorso non scritto da lui ma dal Prime Minister, che da due settimane è Sir Keir Starmer. Particolarmente importante questa volta, perché si tratta del programma del nuovo Governo, che dopo 14 anni torna a guida laburista. Programma a un primo sguardo interessante, con una certa attenzione al sociale; e speriamo che prima o poi mettano mano pure al disastro Brexit.
Ora io spero che voi apprezziate lo sforzo di Lady Violet nel postare immagini di gente impellicciata, non solo per ragioni animaliste (i mantelli dovrebbero essere ancora quelli realizzati per i sovrani precedenti, non dovrebbero essere stati rifatti) ma soprattutto per la temperatura, dato che la cosa che meno sopporta in assoluto è il caldo, ed è costretta all’ennesima estate torrida, e per di più senza condizionatore. Sembra però che a Londra ci fosse una ventina di gradi – beati loro! – altrimenti i gelidi diamanti del diadema di George VI, e quelli del collier, avrebbero comunque rinfrescato la sovrana. Abbiamo capito a questo punto che quella sorta di spallacci con ricami d’oro, che comparivano anche nell’abito dell’incoronazione (Coronation attire, gli abiti dell’incoronazione – Ladies) servono probabilmente a tenere il mantello, dato che l’abito di oggi è più semplice, tutto bianco. Creato dalla fida Fiona Clare, è lo stesso indossato qualche settimana fa al banchetto di stato per la visita degli imperatori del Giappone (Royal chic shock e boh – Sayōnara giugno).
(Ph: Chris Jackson/Getty Images)
Ho scelto questa foto per farvi vedere le scarpe, in pelle argento; una creazione di Eliot Zed, che ha fornito a Camilla anche le scarpe per l’incoronazione, per altro lo stesso identico modello
(Ph: X @IanLloydRoyal)
Accanto alla regina la sua principale Lady-in-waiting, la sorella Annabel Elliot; e abbiamo visto domenica a Wimbledon quanto le sorelle possano essere d’aiuto alle signore che entrano nella Royal Family.
Sabato scorso i sovrani belgi erano a Londra dove, scortati dai Duchi di Gloucester, hanno reso omaggio ai caduti delle due guerre mondiali con una cerimonia al Cenotafio. La Reine Matilde era vestita Armani Privé, una delle maison cui si affida più spesso, e questo ci consente di riprendere la biografia di Giorgio Armani da dove l’avevamo interrotta, sfiorando uno degli aspetti che ci interessa di più, la relazione con le royal ladies.
La prima parte del post (Novant’anni di King Giorgio (parte prima) si chiude con la morte di Sergio Galeotti, nel 1985, che porta con sé un grande dolore e un grande interrogativo: cosa farà ora Armani senza di lui? Senza il suo spirito, ma anche, soprattutto, senza la sua abilità imprenditoriale, contraltare perfetto alla creatività di Giorgio? Arriva un nuovo direttore finanziario, Giuseppe Volontieri, e a ricoprire il ruolo di direttore commerciale viene chiamato Giuseppe Brusone, già marketing manager di Valentino, che nel 1994 diventerà direttore generale.
La sorella di Armani, Rosanna, diventa responsabile della comunicazione mentre va via Barbara Vitti storica PR, che nel 1982 aveva portato Giorgio sulla copertina di Time, innescando una popolarità planetaria. Lasciano anche Doretta Palazzi, fino a quel momento responsabile comunicazione, e il braccio destro Marisa Modiano Bulleghin, mentre arriva da New York Gabriella Forte.
Armani inizia ad accentrare ogni aspetto del suo lavoro tra le sue mani, e si rivela un imprenditore eccellente; una evoluzione che a me ha fatto sempre pensare a un uomo del Rinascimento. Questa è la sua forza, e per certi aspetti anche il suo limite; lavorare con e per lui non è sempre facilissimo, e negli anni ci saranno altri abbandoni, dalla stessa Gabriella Forte a Lee Radziwill, a Brusone. Questa scelta però aiuta Armani a mantenere quel tratto distintivo, quella unità stilistica che lo contraddistinguono ancora oggi, e negli anni si declinano in molti campi diversi: accessori, beauty, casa, fiori, perfino dolci.
A volte eccede, come per una quella collezione praticamente monocolore dei primi anni ’90, che la madre commentò così: “Giorgio, forse tutti questi beige, meglio lasciarli perdere…” Una conversazione che avrebbe potuto avvenire anche tra mia madre e me, naturalmente a parti invertite. Però questa mania di tenere tutto sotto controllo gli consentirà di rimanere fuori da ciò cha a un certo punto rivoluzionerà il mondo della moda: l’acquisizione dei brand principali da parte di Monsieur Arnault (LMVH) e Monsieur Pinault (Kering) che daranno vita a due multinazionali del lusso. Armani testardamente non cede, resta padrone del suo marchio e della sua creatività. Come un uomo del Rinascimento, appunto, con lo stesso ingegno multiforme. Le sue sfilate sono spesso spettacoli innovativi nati dalla sua mente. Anche quando non riescono, come quella dell’Emporio che avrebbe dovuto svolgersi in una tensiostruttura montata a Place Saint Sulpice, he viene bloccata all’ultimo momento dalla Gendarmerie. La sfilata si farà lo stesso, riservata ai dipendenti di Armani, e il ricco rinfresco farà la felicità di tanti clochard. Molti negli anni si chiedono perché Giorgio Armani proponga raramente abiti da sera; la ragione è semplice, non ci sono abbastanza soldi per farli. Ma i soldi arrivano, tanti, sempre di più, e finalmente all’inizio del nuovo millennio il genio di King Giorgio può misurarsi anche col sogno di ogni creatore di moda, l’haute couture: Armani Privé nasce nel 2005.
Armani Privé scatena il desiderio di regine principesse e aristocratiche varie, che già amavano Armani come Caroline de Monaco, abile trend setter, e come Paola, allora Principessa di Liegi, che si fa vestire da lui per le nozze del figlio Philippe con Mathilde (e poi anche per quelle del figlio minore Laurent con Claire). Noi non ne siamo sorpresi, così come le scelte fatte negli anni, anzi nei decenni, ci sembrano oggi perfettamente logiche e sagge; ma all’epoca non erano così scontate.
Torniamo indietro di una quarantina d’anni, quando probabilmente diversi lettori di questo blog non erano neanche nati, o andavano a scuola. Questa bella foto è del 1985; è il momento del trionfo del Made in Italy, e lo stile Armani si fa notare per la linea classica eppure innovativa, la personalità rarefatta, l’elegante sobrietà. Gli Ottanta sono però gli anni dell’estro, del divertimento anche eccessivo, e questa allegria si riflette anche sulla moda. Pensate a Ungaro, a Christian Lacroix, ma soprattutto a Gianni Versace. Piccola nota personale: per il matrimonio di mio fratello, 1987, io dico a priori che non voglio nulla di Armani, che quell’anno aveva fatto morbide gonne midi e camicie quasi monacali. Ero molto giovane e volevo qualcosa di più divertente, più chiassoso. Come finì? Camicia in organza a righe su gonna in seta a pois. Black&white, tutto Armani of course. Però comprai qualcosa da Versace, in saldo.
Versace, che di Armani era l’opposto. I due non si amavano troppo (anzi per niente) e una volta si sfiorò pure l’incidente diplomatico quando durante una settimana della moda milanese entrambi avevano fissato la propria sfilata lo stesso giorno alla stessa ora. Sembra che Gianni una volta disse a Giorgio “Io vesto le troie, tu donne di chiesa”, ma mi sa che Versace era un po’ fissato perché Ornella Vanoni ha raccontato che una volta che gli contestava alcune mise, il divino Gianni se ne uscì con: “Senti io vesto le zoccole. Se vuoi vestirti da monaca vai da Romeo Gigli.” Proprio Romeo Gigli, e con lui Armani e Prada, incarnano lo stile sobrio degli anni ’90, aggravato in Italia dalla crisi generata da Mani Pulite.
Versace invece resta fedele al suo stile, e lega indissolubilmente il suo nome alla royal lady più famosa di tutte, Diana, che aiuta a definire uno stile personale sempre più lontano dalla Royal Family, sempre più vicino al glamour internazionale. Uniti in vita e incredibilmente anche in morte, lo stilista e la principessa scompaiono entrambi nell’estate 1997, a 47 giorni di distanza.
(Ph: courtesy Giorgio Armani)
Si chiude un secolo, si chiude un millennio, e in quell’anno di passaggio Armani perde l’amatissima madre; Giorgio ha più di sessant’anni, ed è un grande dolore. Perché diciamolo, è brutto perdere i genitori quando si è giovani ma forse è pure peggio perderli da grandi. A supportarlo come sempre c’è il suo braccio destro Leo Dell’Orco, e all’orizzonte un grande progetto: l’alta moda di Armani Privé, quella che lo porterà davvero sul trono.
(Ph: Bertrand Rindoff Petroff/Getty Images)
Sul trono e accanto a molti troni, perché sono tante le royal ladies che si lasciano sedurre dal Privé. Ma questo merita un post a parte, anzi un Royal chic shock e boh. Stay tuned!
Molte delle notizie di questi post sono tratte dall’interessante biografia scritta da Renata Molho, Essere Armani. Non è troppo recente ma preziosa.
Se Valentino è the Emperor, l’imperatore, Giorgio è the King, il re; per noi repubblicani affascinati dai reali non potrebbe esserci forma di regalità più splendente, più soddisfacente e più indiscutibile a livello planetario.
Nato l’undici luglio 1934 a Piacenza da Ugo e Maria, Giorgio ha un fratello, Sergio, maggiore di cinque anni e una sorella, Rosanna, più giovane di cinque. Un’infanzia di guerra, divisa tra povertà e dolore, come tante in quegli anni.
Il padre, impiegato, nel 1949 decide di trasferirsi a Milano sperando di poter offrire alla famiglia qualcosa di più. Giorgio si diploma al liceo scientifico Leonardo da Vinci e si iscrive a medicina, ma tre anni dopo parte per il servizio militare. Quando torna, la sua vita cambia binario: viene assunto alla Rinascente, simbolo della modernità e dell’Italia che appunto rinasce dopo la guerra. Si occupa di vari aspetti tra cui la pianificazione delle vetrine, da cui nasce la leggenda che abbia fatto il vetrinista. Serio, rigoroso, perfezionista, studia materiali e tessuti, la forme, le linee e finisce con attirare l’attenzione di un giovanotto che ha già un nome nella moda maschile: Nino Cerruti, figlio di un produttore di tessuti di Biella, che gli affida la sua linea Hitman. L’uno è “il signor Nino” e forse da lui l’altro eredita il vezzo di farsi chiamare sempre “il signor Armani”.
Siamo in pieni anni ’60, il decennio in cui cambia tutto, e non solo nella moda, basti pensare che nel nostro Paese inizia con La dolce vita e finisce con la strage di Piazza Fontana. A Londra ci sono i Beatles con le loro giacche guru e Mary Quant con la minigonna; Kings Road e Carnaby Street; nel 1967 Flavio Lucchini si inventa L’uomo Vogue. Il decennio si conclude con la realizzazione del sogno più grande di tutti: il 21 luglio 1969 l’uomo sbarca sulla luna. In questo tourbillon di cambiamenti, innovazioni, trasformazioni, Giorgio propone una rivoluzione di stile che sembra piccola ma diventerà grandissima; un immagine sobria, educata, istruita, direi quasi milanese, che parte dal concetto di giacca destrutturata e non si ferma più.
Arriva il secondo incontro della vita: Sergio Galeotti, un giovane architetto più giovane di dieci anni. Toscano di Pietrasanta, sanguigno quanto l’altro è algido; uno rumorosamente allegro l’altro sobriamente riservato. Come spesso accade tra persone così diverse si riconoscono e si innamorano alla follia. Sergio spinge Giorgio a mettersi in proprio, rinunciando alla tranquillità anche economica offerta da Cerruti. Nel 1975 nasce la Giorgio Armani SpA (e nel 1979 Lady Violet riceve dalla madre il primo capo, una giacca/cardigan di lana blu che dev’essere ancora in giro). Gli anni ’70 però sono caratterizzati anche dall’incubo del terrorismo, per cui la moda di Armani, elegante ma senza eccessi, impiega poco a soppiantare l’allegro stile hippy – che pure aveva una sua funzione, essendo percepito come povero – a questo si aggiunge la crisi energetica (vi ricordate l’austerity?) che si riflette sia sulla possibilità di spendere sia direttamente sulla disponibilità dei tessuti; la collaborazione tra Armani e i Rivetti, proprietari del GFT(Gruppo Finanziario Tessile) imprimerà una spinta decisiva al cambiamento. È questo il momento in cui nasce il Made in Italy, concetto prima sconosciuto, insieme a termini come “stilista” o “showroom”. Molto si deve al genio di Galeotti, che si occupa della parte gestionale guidato da intuizioni valide ancora oggi. La società nasce con l’investimento di due milioni e mezzo di lire, frutto anche della vendita del maggiolino di Giorgio, in un piccolo spazio a Corso Venezia; verranno poi la sede di via Borgonuovo, col meraviglioso teatro che fa spesso da palcoscenico alle sfilate, la sede di via Durini; e le residenze private: i dammusi a Pantelleria e la villa a Broni, tra Pavia e Piacenza, con animali esotici nell’ampio parco e un Tiepolo in salotto.
Nonostante la teenager Lady Violet avesse trovato il suo stilista del cuore, grazie anche – soprattutto – alla generosità materna, vi sorprenderò dicendovi di aver influito solo in minima parte nel successo planetario di King Giorgio, che alla fine degli anni ’70 inizia ad avere una clientela di tutto rispetto.
(Ph: Ron Galella/Getty Images)
Il 3 aprile 1978 Diane Keaton, candidata all’Oscar come migliore attrice per Annie Hall, si presenta al Dorothy Chandler Pavilion con una rigorosa giacca grigia Armani, che fa dal contraltare al gonnellone a righe; un mix tra maschile e femminile che incarna, probabilmente suo malgrado e con una certa disordinata naïveté, l’dea dello stile Armani. Vince lei, e in qualche modo vince pure lui.
Hollywood, enorme cassa di risonanza, se ne accorge, e nel 1980 un film lancia due stelle nel firmamento. Il film è American Gigolo: rende Richard Gere una star mondiale e apre a Giorgio Armani, che lo dota di un guardaroba completo, le porte delle sterminate praterie americane. Sergio Galeotti ha l’idea di assoldare come specialissima PR Lee Radziwill, sorella di Jackie Kennedy, il cui stile lo ha incantato; anche lei aiuterà Armani a sfondare negli USA. Nel corso degli anni saranno sempre di più le attrici e gli attori a farsi vestire da Armani, creatore di un lusso talmente elegante da far sembrare lo stile hollywoodiano ancora più pacchiano. Nasce l’Emporio, che nel 1987 verrà raccontato da uno spot promozionale diretto addirittura da Martin Scorsese; allo stesso anno risale la definitiva consacrazione del legame tra Armani e il cinema, con la creazione degli abiti indossati dagli Intoccabili, nel film di Brian De Palma. Sono gli anni ’80, quelli dell’edonismo reganiano e della Milano da bere, quelli in cui tutto è possibile. E tutto sembra davvero possibile, ma purtroppo c’è il rovescio del medaglia, e si chiama sindrome da immunodeficienza acquisita, AIDS. Viene identificata nel 1981 e si diffonde in modo tragicamente rapido. Sergio Galeotti si ammala, e muore il 14 agosto 1985; ha compiuto quarant’anni solo 19 giorni prima. Giorgio si trova squarciato dal dolore e dalla necessità di decidere il meglio per le sue aziende.
Confesso, questo anniversario non me lo ricordo praticamente mai. Per fortuna ha pensato a ricordarmelo una di voi, carissime lettrici e cari lettori, e la stessa Casa reale ha fornito una nuova fotografia per celebrare la giornata. Oggi i sovrani emeriti del Belgio, Albert e Paola, festeggiano i 65 anni di matrimonio.
“Nozze di palissandro” le definisce il tweet che accompagna la fotografia; io non sono esperta di queste definizioni, ma mi verrebbe da chiamarle nozze di grafene, che pare sia il materiale più resistente e insieme il più elastico. Perché questo matrimonio nato come una favola attraversa solitudini, dolori e tradimenti, addirittura una figlia illegittima. Poi gli sposi si ritrovano – complice anche un comune cammino di fede – e cominciano da capo. Questa volta funziona, e l’unione viene sublimata dal trono, che arriva a sorpresa in conseguenza alla morte del fratello di lui, Baudouin, ucciso da una crisi cardiaca a nemmeno 63 anni.
Albert e Paola si conoscono nel novembre 1958 a Roma, dove lui è stato spedito a rappresentare il re all’incoronazione papale di Giovanni XXIII, eletto al soglio il 28 ottobre. Lui si dichiara a dicembre, ancora a Roma, durante la festa di compleanno di Maria Camilla Pallavici, ad aprile la sposa viene presentata al popolo belga e alla stampa, il 2 luglio le nozze.
Prima la cerimonia civile nella Salle Empire a palazzo reale, celebrata dal borgomastro di Bruxelles, poi quella religiosa nella cattedrale, che gli sposi raggiungono a bordo di una cadillac; altre venti seguono, con a bordo gli ospiti più importanti, tra cui gli ex sovrani d’Italia Umberto e Maria José, zia di Albert. Lo sposo, 25 anni, fa la sua figura con indosso l’uniforme da capitano di fregata, le principali decorazioni belghe e il collare da Cavaliere di Gran Croce di Onore e Devozione dell’Ordine di Malta; naturalmente tutti gli occhi sono per la ventunenne sposa, che non delude. Per il suo abito Paola si è rivolta a Concetta Buonanno, celebre sarta napoletana che serve l’alta società. Tanti anni fa lessi su un giornale di mia madre che la Buonanno era nota per non accettare clienti alte meno di 1,70. Ignoro l’altezza di Paola, ma mi viene da pensare che le signore italiane che soddisfacessero il requisito all’epoca dovevano essere pochine.
Di una misura però possiamo essere certi: lo strascico dell’abito è lungo bel cinque metri. Per il resto un modello semplice, direi virginale: scollatura rotonda, maniche a 3/4, la vita sagomata e definita da un fiocco. Diversamente da quello indossato da un’altra celebre sposa di quegli anni, Grace Kelly, non c’è pizzo; in questo modo si lascia tutta l’attenzione al prezioso velo ottocentesco portato in dote dalla nonna – la belga Laura Mosselman du Chenoy – e protagonista di parecchi matrimoni sia nella famiglia reale belga sia in quella Ruffo di Calabria.
C’è invece una cosa che le spose Paola e Grace hanno in comune: non indossato diademi; se l’attrice americana ha una cuffietta dello stesso pizzo dell’abito, la principessa italiana una coroncina di fiori d’arancio.
Segue un ricevimento al castello di Laeken per 140 selezionatissimi invitati, cui Paola serve personalmente la torta nuziale. Alla fine vengono ammessi i giornalisti: questo è il primo evento trasmesso in diretta dalla televisione belga.
Poi gli sposi partono per la luna di miele alle Baleari. Torneranno in tre: il figlio Philippe nascerà il 15 aprile 2960, nove mesi e 13 giorni dopo le nozze dei genitori.
P.S. nel post ho citato la principessa Grace, e oggi è anche l’anniversario, il tredicesimo, dei sovrani di Monaco, Albert e Charlène. Qui trovate un post sui tanti royal wedding di luglio (Quante spose di luglio!)