Anche se in giro c’è poca voglia di scherzare oggi è sempre il primo aprile, in inglese April’s fool, il giorno del matto.
Il Royal Collection Trust celebra la giornata ricordando il più famoso matto della storia reale britannica: Will Somers (o Sommers) il buffone di corte di Henry VIII. Originario dello Shropshire, nel 1525 Will fu acquistato da Richard Fermor – mercante di lana e genero del sindaco di Londra – che ne fece dono al re. Il sovrano ne amò subito lo humour e lo volle con sé fino alla fine dei suoi giorni. Morto Henry nel 1547, Will passò al servizio della regina Mary, affiancando la buffona della sovrana Jane Foole; e si dice che solo lui fosse capace di portare il sorriso sul viso dell’austera, infelice, tormentata Mary. Fu visto l’ultima volta il 15 gennaio 1559 – giorno dell’incoronazione di Elizabeth I – poi scomparve; una targa commemorativa nel cimitero della chiesa londinese di St Leonard a Shoreditch ne indica come data di morte il 1560.
In un famoso ritratto di Henry VIII circondato dalla sua famiglia, custodito ad Hampton Court, il sovrano compare tra il figlio, il futuro Edward VI, e la madre di questi, la terza moglie Jane Seymour. Sulla destra della composizione c’è la giovane Elizabeth, mentre l’arco rivela Will Somers; a sinistra la primogenita Mary (e la figura femminile che spunta dall’altro arco potrebbe essere Jane Foole).
Will visse alla corte di Henry per ben ventidue anni, senza perdere mai il suo ascendente sul re, che è noto lo ricompensasse con particolare generosità. Intelligente e acuto, non solo divertiva il sovrano, ma era anche l’unico che potesse dirgli qualunque cosa (perciò era spesso usato come messsggero da Thomas Cromwell per far arrivare ad Henry notizie che ne avrebbero potuto causarne la tremenda collera). Un legame, quello tra il buffone e il sovrano, singolarmente stretto, e probabilmente il piccolo e inerme Will fu l’unico a trattare il potentissimo e mastodontico Henry non proprio alla pari, ma quasi. Poi certo, a volte osava troppo, tipo quando rischiò di essere ammazzato su due piedi per aver definito Anne Bokeyn “licenziosa” e Elizabeth “una bastarda”, ma riuscì sempre a farsi perdonare.
Se questa storia vi ha incuriositi, potete leggere Il re e il suo giullare di Margaret George, che è una biografia romanzata, non certo un testo storico, ma una lettura piacevole. E non è un pesce d’aprile, giuro!
La prima rosa reale è quella dorata, simbolo araldico di Éléonore de Provence, sposa di Re Henry III e madre di Edward I, che la adotta anche per sé. È la dinastia dei Plantageneti, che abbiamo già incontrato (
Il 26 marzo 2015 il corpo del sovrano è stato sepolto nella cattedrale di Leicester, alla presenza della Contessa di Wessex e dei Duchi di Gloucester (il suo titolo prima di diventare re). Benedict Cumberbatch, che del re è un discendente, ha letto un’ode.

Ecompare nel ritratto di Elizabeth I, attribuito a Nicholas Hilliard, detto Pelican dall’uccello sul dévant de corsage della regina (Walker Art Gallery, Liverpool). Sullo sfondo, dietro alla testa della sovrana, appaiono a sinistra la rosa Tudor e a destra e il giglio di Francia, di cui ella pretendeva il trono.
La rosa è molto popolare e diffusissima ancora oggi: per il suo design particolare, come gadget legato alla royal family, o in veste più ufficiale: la si trova ad esempio sulla giubba degli Yeomen che presidiano la Torre.

Le primule spuntano nei prati all’inizio della primavera; Shakespeare in The Winter’s Tale le chiama «pallide primule che muoiono nubili» riferendosi al fatto che fiorendo quando gli insetti sono ancora pochi spesso non vengono impollinate. Come tutto ciò che annuncia la rinascita della natura nella bella stagione sono diventate augurio di buona fortuna, e in Inghilterra vengono offerte come porte-bonheur, così come in Francia accade coi mughetti ( 

Quest’anno la tradizionale parata delle Irish Guards non si è tenuta – ufficialmente perché gran parte del Reggimento è impegnato all’estero – ma forse ricorderete l’anno scorso la Duchessa di Cambridge sfoggiare sul cappotto verde scuro Alexander McQueen una spilla a forma di trifoglio, lo shamrock simbolo d’Irlanda e di St Patrick che ne è il patrono.
Il simbolismo del trifoglio trinitario fu amato in tutto il Medio Evo e oltre, ed è giunto fino a noi riprodotto in opere dei maggiori pittori del Quattrocento e del Cinquecento; nel Noli me tangere del Beato Angelico Cristo risorto appare alla Maddalena su un prato di trifogli.
Per le nozze civili del fratello Albert con Charlène Wittstock, celebrate il primo luglio 2011, la principessa Caroline de Monaco indossava sotto l’ampia pamela un paio di piccoli orecchini turchesi, Chanel, ça va sans dire. Avrà voluto invocare la fortuna sugli sposi? In fondo Grace, indimenticata madre dei principi, era di origine irlandese.
Il fiore, il cui nome deriva dal greco chrysós (oro) e anthémon (fiorente) è originario della Cina e arrivò in Giappone attraverso la Corea, probabilmente nel IV secolo. Qui fu chiamato kiku, e subito apprezzato non solo per la bellezza ma anche per le virtù fitoterapiche: il tè di crisantemo ha funzione depurativa e diuretica, e perciò i Giapponesi, che in cucina ne usano anche le foglie, gli attribuiscono la capacità di favorire la longevità. Ha la caratteristica di sopravvivere anche in condizioni difficili, senza perdere i petali neanche dopo essere appassito, ed è dunque il simbolo della vita dopo la morte, che è in fondo il nostro auspicio quando ne portiamo sulla tomba di chi abbiamo amato.
Una delle cinque feste annuali giapponesi, che si tiene il nono giorno del nono mese (il 9 settembre) si chiama Kiku no sekku, e affonda le sue radici nel Giappone dei Samurai del XVII secolo. Celebra con la fioritura dei crisantemi l’arrivo della stagione fredda: il crisantemo-sole viene evocato quando la luce inizia a declinare, prosciugando l’energia vitale degli uomini.
Ieri, parlando di ginestre, abbiamo sfiorato una delle personalità più affascinanti e complesse dell’epoca: quella Éléonoire d’Aquitaine il cui secondo marito Henry II fondò la dinastia dei Plantageneti sul suolo inglese. Oggi si replica, e tocca al primo marito, Louis VII di Francia. Secondo la leggenda il re, impegnato in battaglia, stava per essere sconfitto e sospinto dagli avversari verso un fiume, quando vide sulla riva un campo di iris fioriti che si spingevano nell’acqua. Comprese dunque che il fiume poteva essere guadato e vi si lanciò coi suoi soldati riuscendo a salvarsi; in ricordo dello scampato pericolo scelse il fiore come suo emblema.
L’iris divenne allora noto come fleur-de-Louis ma finì per l’essere confuso col fleur-de-lys, il giglio, per cui nel corso del Medio Evo il giglio prese il posto dell’iris come fiore simbolo del re di Francia. La forma stilizzata del giglio, com’è usata in araldica, rimanda a un’arma, una lancia usata dai Franchi, simile allo scettro gigliato che compare nello stemma di Trieste. Un’altra tradizione risale fino al VII secolo, a Dagoberto, il federatore dei tre regni di Austrasia Borgogna e Neustria, il cui sigillo accorpava tre scettri in una sorta di iris stilizzato, antenato del fiore araldico.
Sorte analoga è toccata al fiore simbolo di Firenze: l’iris delle origini – il cui nome botanico è proprio Iris florentina – si è col tempo trasformato nel giglio. È interessante che anche in questo caso il fiore è assimilato a un’arma: i romani lo chiamavano gladiolus, per la forma allungata delle foglie che ricordano una spada, in latino gladius, il nostro giaggiolo.
Henry II, figlio di Geoffroy e di Matilde (figlia ed erede di Henry I d’Inghilterra) divenne re nel 1134 e la sua discendenza regnò di padre in figlio (o in fratello, come nel caso di Riccardo e Giovanni) fino al 1399 quando Richard II fu deposto e ucciso dal cugino Henry Bolingbroke. Con lui, salito al trono come Henry IV, iniziò il regno del ramo Lancaster, sostituito nel 1461 dal ramo York. Entrambi, Lancaster e York, appartenevano alla dinastia dei Plantageneti, e tra loro scoppiò quella celebre Guerra delle due Rose che portò sul trono i Tudor.
L’opera teatrale The Lion in Winter racconta il matrimonio di Éléonore con Henry II; da questa fu tratto un famoso film con Katherine Hepburn, premiata con l’Oscar (e un remake con Glenn Close).

Giugno si chiude – e luglio si inaugura – con la Settimana Scozzese che la sovrana trascorre a Edimburgo nel palazzo di Holyroodhouse. È in questa occasione che spesso si tiene la cerimonia dell’Order of the Thistle. Dame e cavalieri impiumati e ammantati come a Windsor – qui il velluto del mantelli è verde, là invece blu – con lo splendido collare in oro che alterna cardo e germogli di ruta, da cui pende il medaglione con Sant’Andrea, patrono dell’ordine e della Scozia, che regge la croce decussata, quella del suo martirio.
Il cardo, con le sue brattee acuminate sistemate a raggiera, è un simbolo del sole, e il rimando è rafforzato dal fatto che se ne ricavava un olio usato in cucina o come combustibile per le lampade. La pianta, che rappresenta bene la natura aspra e selvaggia delle Highlands, nell’iconografia cristiana rappresenta la sofferenza del martirio, che è viatico alla salvezza.
Le spose del ventesimo secolo davano la preferenza a bouquet dalla struttura importante, ricchi di rose e orchidee, o di forma particolare, come quelli composti di lunghe call


Il 9 marzo 1796 Napoleone Bonaparte sposa Josephine Beauharnais. Lui ha 27 anni e grazie al successo ottenuto nel reprimere l’insurrezione del 13 vendemmiaio IV (5 ottobre 1795) è già generale. Lei di anni ne ha 33, è vedova e ha due figli. Lui sta per iniziare la trionfale campagna d’Italia, lei è una delle donne più eleganti, raffinate e affascinanti del tempo. Quando avviene il primo incontro tra i due, solo pochi mesi prima delle nozze, lei porta sull’ampia scollatura dell’abito un mazzolino di violette, che regala a lui salutandolo. Josephine adora le violette, ne ama le tenere foglie a forma di cuore e il delicato profumo, le indossa spesso e le vuole ricamate sull’abito da sposa. Da quel giorno ogni 9 marzo, per i tredici anni che durerà il loro matrimonio, Napoleone offrirà alla moglie un mazzolino di violette.
Poi si sa, l’uomo è volubile quanto impetuoso e nel 1807, ancora sposato con Joséphine, inizia un’appassionata relazione con Maria Walewska; cambia la dama, non il fiore: “Maria dolce Maria, accetta questo mazzolino di violette che possa diventare un misterioso legame fra noi, un vincolo segreto nel mezzo alla folla che ci circonda. Esposti agli sguardi altrui potremo così capirci: quando porrò la mano sul cuore, saprai che esso è tutto pieno di te e per rispondere tu premerai al seno i tuoi fiori. Amami dolce Maria e che la tua mano non si stacchi mai più da queste violette”.
Tanto forte è il legame tra il fiore e l’imperatore che spesso questi viene chiamato Caporal violette, e non mancano le stampe d’epoca che lo ritraggonao in forma di viola. Così la timida violetta diviene il simbolo dei bonapartisti, contrapposta al regale giglio dei Borbone.
Non finisce invece la storia del fiore dei Bonaparte; mentre Napoleone parte per l’ultima meta, l’isola di Sant’Elena, Maria Luisa prende possesso del Ducato di Parma Piacenza e Guastalla, assegnatole nel Congresso di Vienna. Con sé la nuova Duchessa porta anche il fiore che ama tanto; lo monda da ogni significato politico e ne mantiene quelli di eleganza, modestia, amore puro.