Shaken, not stirred

Premessa: oggi è il compleanno di una futura regina, Leonor Princesa de Asturias, ma com’è tradizione della Casa Real non sono state diffuse nuove immagini della neoquindicenne, che immaginiamo avrà festeggiato sobriamente e domesticamente. Dunque per mandarle i nostri auguri dobbiamo accontentarci della sua ultima riuscita pubblica, per il premio che porta il suo nome.

Questo però è anche il giorno dell’addio a un vero re, King Sean I of Scotland, e Lady Violet non può esimersi dal dedicargli un breve ricordo, curiosando nei suoi rapporti con sovrani e corone.

Sua Maestà Britannica ha tenuto a battesimo se non lui certamente la sua carriera, iniziata proprio al servizio di Her Majesty. Lui, che nato a Edimburgo e profondamente scozzese in carne ossa muscoli e tatuaggi, ha sostenuto sempre la causa indipendentista del suo Paese.

Davanti a Sua Maestà si inchina nel luglio del 2000 nella sua città, nel Palazzo di Holyroodhouse, per ricevere il titolo di baronetto; due veri highlander, lei e lui insieme.

Lei che è il simbolo stesso della monarchia, lui che nella sua carriera lunga quasi cento film non ha vestito solo il tuxedo bianco del re delle spie, ma anche la corona dell’archetipo di ogni re britanno, Arthur, nel modesto Il primo cavaliere.

Dove può orgogliosamente sfoggiare la sobria canizie della sua splendida maturità, mentre l’improvvida Ginevra si innamora dell’assai più banale Lancillotto, interpretato dall’ultraquarantenne Richard Gere, costretto a mascherare la sua di maturità sotto un’improbabile parrucca boccolata da paggio. E chi meglio di Sean, avrebbe potuto vestire la corazza di Richard the Lionheart, il Cuor di leone, in un cameo a sorpresa nella scena finale di Robin Hood principe dei ladri, dove arriva per dare in sposa la cugina Marian a Robin/Kevin Costner, surclassandolo e declassandolo in un istante da eroe romantico, e pure piuttosto charmant, a bambacione del Mid-West.

Pronto anche a procurarsene una di corona, se la sorte non gliela aveva assegnata per nascita: nei panni di Daniel Dravot, L’uomo che volle farsi re, da un racconto di Rudyard Kipling. Dove alla fine letteralmente perde la testa, ma coronata addirittura col serto d’oro che fu di Alessandro. Quell’Alessandro, il conquistatore dell’Asia.

Accompagnato sempre dal suo energico aplomb, e da un guizzo sardonico negli occhi scurissimi, che sempre ce lo ha fatto pensare dotato di un certo humour, assai utile per le persone comuni figuriamoci per le star. Come quella volta che trovandosi in Italia fu ospite di Pippo Baudo in televisione; e quello continuava a sottolinearne fastidiosamente lo charme, ribadendo più e più volte quanto le donne in generale, e le Italiane in particolare, lo trovassero irresistibile. Finché lui, alzandosi nel suo metro e novanta, guardò sornione Pippo e gli chiese would you dance? balli?

Affascinante, scanzonato, brusco, meraviglioso Sean, premio Oscar per l’intoccabile poliziotto Jimmy Malone. E se avete trovato piacevole la lettura fin qui, continuate col ricordo che oggi gli ha dedicato la regina dei blog sentimentali, la divina Meri Pop https://www.meripop.com/2020/10/31/334/?fbclid=IwAR1NNJNF1pPngNe7mQSgSsO10gDomzE_MOCJQP1qId2okQ1316hGQUlh3xE

Un tea con Lady Violet – Domani è un altro giorno

IMG_20200528_210621Dopotutto domani è un altro giorno (After all, tomorrow is another day) è senz’altro la battuta più celebre di Via col vento, e una delle più conosciute dell’intera storia del cinema. La pronuncia alla fine del film la protagonista Scarlett/Rossella, dopo essere stata mollata dal rude Rhett con l’altrettanto famosa «francamente, me ne infischio» (Frankly, my dear, I don’t give a damn). La sua antagonista, la cugina – e a un certo punto anche, brevemente, cognata – Melania è morta da tempo, dopo averle soffiato il grande amore Ashley. Né sarebbe potuta andare diversamente, se come penso le due signore incarnano l’una il vecchio Sud aristocratico che soccombe al Nord, e l’altra quello che sa cambiare e adattarsi ai tempi nuovi, nel più puro spirito americano. La sorte delle due attrici è invece assai diversa: la bellissima e fragile Vivien Leigh muore nel 1967 a neanche 54 anni, annientata dalla tubercolosi e dalla fine del matrimonio con Laurence Olivier; Dame Olivia de Havilland si avvia a doppiarla, e tra un mese compirà i 104 (è nata a Tokyo da genitori britannici il 1 luglio 1916). Poche attrici rappresentano meglio di lei la Hollywood royalty; per la sua carriera, ricca di grandi ruoli e di premi, tra cui ben due Oscar, per i leggendari conflitti con la sorella minore Joan Fontaine: divise da rivalità personali familiari e di carriera, unite dall’aver vinto entrambe il premio più prestigioso, prima e finora unica coppia di sorelle.

Sempre identificata col suo personaggio più famoso, in nulla Olivia assomiglia alla dolce e remissiva Melania: e forse il suo ruolo migliore lo sostiene contro le majors, che negli anni ’30 e ’40 “possedevano” gli attori cui imponevano contratti capestro. Olivia appartiene alla Warner, che la ritiene adatta solo ai ruoli da buona, e investe principalmente su un’altra grande star, Bette Davis, la perfida per eccellenza. Il contratto però impedisce di accettare altri ruoli, ed è così che nel 1940, l’anno dopo il trionfo di Via col vento, l’attrice si ribella. Ne ricava la messa all’indice per tre anni, quando decide di intentare una causa milionaria, che segnerà per sempre la storia di Hollywood e cambierà la vita di tutti gli attori che verranno. olivia de havilland bikingSe a questo punto vi state chiedendo la ragione del post, questa fotografia ve la rivela.  L’ho scoperta grazie a una giovane amica mia e del blog, e ritrae la signora in bicicletta lo scorso luglio, all’indomani del compleanno numero 103. Confesso, ciò che mi colpisce non è solo l’energia e l’aplomb, ma anche l’impeccabilità. Dalla décolleté nera – sembra proprio la classica Vara Ferragamo – alla calza chiara, un must per le signore di fine Novecento, alla giacca candida quanto i capelli. Per tacere dell’eleganza con cui riesce a pedalare con la gonna. Una lezione per tutti (e tutti), ma mica lo chic, la consapevolezza di sé, cui rimanere fedeli sempre, anche se domani è un altro giorno.

Per Dame Olivia de Havilland, insignita da Her Majesty the Queen dell’Order of The British Empire nel 2017, ho scelto una vecchia tazza Spode Copeland più o meno sua coetanea. Fu un dono di nozze alla mia nonna, che si sposò nei primi anni ’20, e arrivò anche lei a 104. Io l’ho ereditata, ed è all’origine della mia piccola collezione di tazze con le rose.