Republican chic shock e boh – Inauguration Day edition (parte seconda)

Gli artisti

Confesso di essere rimasta piuttosto colpita dalla giovanissima poetessa Amanda Gorman, che non conoscevo. Scelta dalla First Lady, donna di vasta e profonda cultura, Amanda ha portato sul palco passione e forza e speranza e unità e luce. Luce incarnata dal quel delizioso cappotto giallo limone di Prada, coraggiosamente abbinato a un bandeau rosso indossato come una corona. Amanda, la ragazzina nera che dimostra meno dei suoi 22 anni, cresciuta da una madre single, che sogna un giorno di diventare presidente e intanto partecipa a un altro giuramento: l’essenza del sogno americano.

Se guardate con attenzione la fotografia, al medio della mano destra di Amanda brilla un anello particolare: un uccellino in gabbia. È un dono di una delle sue più celebri fan, Oprah Winfrey, e in un bel gioco simbolico rimanda a Caged bird poesia di Maya Angelou, che a sua volta presenziò a una inaugurazione, quella di Bill Clinton nel 1992. Chic.

Gli ospiti musicali

Mi scuso per il titolo di tono sanremese, ma non vorrei fosse dimenticata la performance di Garth Brooks, che ha cantato a cappella Amazing Grace, il celebre inno scritto da quel John Newton che dopo aver lavorato per i trafficanti di schiavi ricevette da Dio la straordinaria grazia della conversione. Se ve lo siete perso trovate un link in fondo; sulle tv italiche Brooks, liquidato come “cantante country col tipico cappello” è stato bypassato a favore dell’inserto pubblicitario.

Tutti invece hanno visto Lady Gaga e Jennifer Lopez, che con le loro mise hanno riproposto il feroce antagonismo tra due grandi signore della moda che accese vari decenni del secolo scorso: Elsa Schiaparelli e Coco Chanel. Schiaparelli Haute Couture la scelta di Lady Gaga, che ha cantato l’inno nazionale. Il texano Daniel Roseberry, direttore artistico della maison dal 2019, ha creato per lei – in una settimana, sembra – un abito really impressive che ha deliziato alcuni, scioccato altri. Per il momento più altamente simbolico i colori scelti il rosso e il blu che col bianco compongono la bandiera Stars&Stripes: (e rappresentano i due schieramenti politici); un giacchino in cachemire blu scuro che si allungava sui fianchi fino a far esplodere un’enorme gonna in faille di seta scarlatta.

Avrei evitato quella pettinatura da babushka, passata comunque quasi inosservata davanti all’enorme spilla in foggia di picassiana colomba della pace (finalmente la pace nel mondo!). Sicuramente molto grande, probabilmente troppo per la cantante, così minuta, ma sicuramente bilanciata dal volume della gonna. Certamente la mise più chiacchierata e divisiva, adorata e detestata. Lady Violet pensa intanto che se dovessimo usare come metro il gusto personale la discussione finirebbe subito; è ovvio che ciascuno consideri il proprio il migliore che c’è, e ammiri chi ne ha uno affine, anche tra chi gli abiti li crea. Ed è altrettanto ovvio che se il gusto è insindacabile ogni signora prediliga il suo e lo segua. Se vogliamo fare un passo in più, bisogna ricordare che anche gli abiti sono un codice, e i codici appartengono alla cultura che li genera; ma le culture, anche se simili, non sono uguali. Personalmente penso che quello di Lady Gaga più che un abito sia un costume, un abito di scena eccentrico quanto lei, e per questo spettacolo secondo me funzionava bene. Noi non lo metteremmo mai? Amen signore, direi che ci faremo il problema quando saremo chiamate a cantare l’inno nazionale al giuramento di un presidente. Fatemi però spendere due parole anche sulla spilla; io riconosco la massima autorevolezza nel campo a due gran dame: la prima è HM Queen Elizabeth, aiutata sia dalla signorilità regale del tratto sia dalla ricchezza inarrivabile del proprio scrigno. L’altra è Madeline Albright. Nata a Praga nel 1937 e naturalizzata statunitense, negli otto anni della presidenza Clinton è stata prima ambasciatore all’ONU, poi Segretario di Stato.

Appassionata collezionista di spille, sia preziose sia di bigiotteria, non solo ne ha indossate di ogni forma e grandezza – senza farsi mai limitare dall’altezza non proprio svettante – ma le ha usate sempre per lanciare metamessaggi, come raccontato con grande accuratezza dalla mostra Read my pins, che Lady Violet vide al Museum of Arts and Design di New York nel 2010. Indovinate? Anche in quella collezione c’è una spilla, parte di un set, molto simile a quella sfoggiata da Miss Germanotta. Qual è dunque il giudizio di Lady Violet sulla sua pari grado? Né chic, né shock, né boh, sublime.

Jennifer Lopez, in total white Chanel, è la dimostrazione che una mise uscita da una celebre maison non è condizione sufficiente per essere chic, e forse nemmeno necessaria. Un cappotto troppo grande lasciato aperto mostra una classica blusa col fiocco, pantaloni lunghissimi a coprire le scarpe con superplateau che le donano la grazia di Popeye, maniche anch’esse troppo lunghe che finiscono con l’assembrarsi coi polsini della camicia e i bracciali fitti di perle. Un insieme confuso e “sporco” nonostante il candore, senza un grammo dello chic codificato da Mademoiselle Coco. Inquietante il fondotinta color terracotta, a meno che non fosse una voluta citazione dei gloriosi capi indiani. Augh. Shock.

La First Lady uscente

Impossibile non parlare dell’uscita di scena di Melania, che ha attirato commenti adoranti e critiche severe (oltre a offese odiose, che alle donne non si risparmiano mai). I Trump se ne sono andati la mattina del 20, senza partecipare al passaggio delle consegne; scelta grave e ingiustificabile, uno sgarbo inemendabile nei confronti non solo del nuovo Presidente, ma del Paese intero. Per il suo farewell outfit, prima di raggiungere la tenuta di famiglia in Florida, Melania ha usato l’artiglieria pesante: giacchino Chanel con maniche 3/4, tubino Dolce&Gabbana, scarpe Louboutin, Birkin Hermès in coccodrillo, occhialoni da diva. Una mise très chic – secondo me più adatta al giorno inoltrato che alle otto di mattina – che oggettivamente le stava da dea. Ho sempre trovato la signora Trump statuaria, sia per la perfezione dell’aspetto sia per il marmoreo calore che emana; nel ruolo che ha appena abbandonato non credo passerà alla storia, probabilmente penalizzata anche dall’essere straniera, e dall’avere degli Stati Uniti un’immagine parziale colta da un osservatorio privilegiato. Se vogliamo anche in questo caso ricorrere ai codici di comunicazione, vedo in quest’ultima la riaffermazione di ciò che le si è sempre riconosciuto: bellezza, gusto nel vestire, un bel portamento (e diciamolo, pure la capacità di camminare con grazia su un prato col tacco 12). Inutile fare la lista della spesa, il marito è notoriamente milionario; milionario in debiti si dice da più parti, il che potrebbe in parte spiegare la necessità di un’ostentazione che francamente evitabile dato il momento e il ruolo: secondo Lady Violet anche in questo caso less is more. Due righe a parte le merita la borsa: so che è considerata di gran lusso, che è l’oggetto del desiderio di moltissime signore che purtroppo difficilmente riusciranno a possederla, ma la borsa di coccodrillo per me proprio no. Ha vissuto il suo momento d’oro negli anni ’50 e ’60, quando era uno status symbol quanto e più del visone, simbolo di prestigio e lusso a causa della difficoltà di reperirne la pelle. Ma da quando i coccodrilli sono usciti dal mito per essere allevati come fossero trote nelle paludi della Florida, si è perso il valore del lusso, rimanendo tutt’al più quello del costo. A meno che Melania, giustappunto ricollocata in Florida, voglia a sua volta impiantare qualche allevamento nella tenuta di Mar-a-Lago, nel qual caso sarebbe un’abile mossa di marketing. Personalmente non posso separare l’idea dalla borsa di coccodrillo da un ricordo d’infanzia: uno zio ingegnere trasferito da decenni in Venezuela tornò una volta in Italia portando con sé pelli di coccodrillo per le sorelle, e non so perché volle omaggiare mio padre di un piccolo coccodrillo vero, impagliato, che prima di essere spedito in cantina fu riposto sul ripiano più altro della libreria. Da dove ogni tanto mio fratello e io lo tiravamo giù per spaventare gli ospiti. Sarei disposta a un’unica eccezione: le scarpine in coccodrillo bordeaux con la punta in seta nera che una delle donne più eleganti del mondo, Consuelo Crespi, si dice indossasse sotto gli abiti da sera. Ma qui siamo davvero nel mito.

Sbarcando dall’Air Force One in Florida, Melania ha sorpreso tutti con un radicale cambio di look: via il nero e avanti la fantasia tra l’etnico e il geometrico dell’abito Gucci, con le G del logo in bella vista, sia mai non si capisse il brand; via anche le Loboutin, al suo posto un paio di Roger Vivier quasi flat, che certo rendono diversa la camminata. Se le sarà messe per scappare da Donald, visto che non s’è fermata neanche davanti davanti ai microfoni della stampa? Vedremo. Chic ma non elegante.

Dulcis in fundo

La pandemia ha impedito lo svolgimento dei tradizionali balli che chiudono l’Inauguration Day, al loro posto uno spettacolo ricco di artisti capitanati da Tom Hanks. La nuova First Lady ha scelto un insieme di Gabriela Hearst ricchissimo di simboli (pure troppo): l’abito replica il modello di quello indossato la mattina, un tubino con sprone e maniche di chiffon ricamato di fiori, gli stessi che compaiono sull’orlo del cappottino en pendant. Non fiori a caso, ma quelli che rappresentano i 50 Stati dell’Unione. All’interno del pardessous era ricamata una famosa frase sul valore dell’insegnamento di Benjamin Franklin. Perché anche all’interno della White House Jill si sia tenuta i guanti bianchi, infilandoli sotto il delicato polsino, resta francamente un mistero.

Tutta la mise è un grande boh.

Chiudiamo con quella che per Lady Violet è l’immagine più tenera dell’Inauguration Day: il nuovo Presidente assiste allo spettacolo con in braccio il nipotino Beau, ultimo nato del figlio Hunter. Il bimbo ha lo stesso nome dello zio, il primogenito di Biden, scomparso nel 2015 per un tumore cerebrale. Era lui che nei desideri del padre avrebbe dovuto correre per la White House, e sembra che anche durante il giorno del giuramento il padre abbia detto che avrebbe voluto vedere il figlio al posto suo. Ma a volte ai genitori capita anche questo, prestare le gambe e camminare al posto di chi non c’è più.

Qui trovate il video di Garth Brooks https://www.youtube.com/watch?v=kr8H2bFzOY8

Republican chic shock e boh – Inauguration Day edition (parte prima)

Sessant’anni fa, il 20 gennaio 1961, John F. Kennedy giurava come 35° Presidente degli Stati Uniti, e una donna – sua moglie Jackie – faceva in qualche modo la storia inaugurando una stagione di stile, classe, eleganza, che dura tuttora. Ieri è entrato in carica il 46° Presidente, Joseph R. Biden Jr – il secondo cattolico alla White House dopo JFK – e un’altra donna ha fatto davvero la storia. Questa volta però non reggeva con grazia commossa la Bibbia su cui avrebbe giurato il marito; questa volta a giurare è stata lei, Kamala Deva Harris.

La Vice Presidente

Per le ventiquattr’ore che hanno cambiato la sua vita (e un po’ anche la nostra) Madam Vice President ha scelto brand americani non ancora celebri; la sera del 19, vigilia del giuramento, ha partecipato insieme con i Biden e suo marito Doug Emhoff – da oggi Second Gentleman degli USA – a una cerimonia al Lincoln Memorial, in onore delle vittime del covid in abito di maglia, stivali e un camel coat firmato Pyer Moss, brand fondato nel 2013 dallo stilista di origini haitiane Kerby Jean-Raymond. Che si è già fatto notare alla New York Fashion Week per poi distinguersi per l’impegno in prima persona durante la pandemia, ragione che immaginiamo avrà convinto Kamala. Stile classico e sensibilità sociale, unione perfetta, coronata dalla piccola bandiera appuntata su rever. Chic.

(Ph: Getty Images)

La mise del Vice President era probabilmente la più attesa, e lei non ci ha deluso ma ci ha confuso. Perché il cappotto scelto per il giuramento, firmato da Christopher John Rogers, era di un colore che virava a seconda della luce e delle riprese, piuttosto diverso da una foto all’altra. Appena l’ho visto mi sembrava viola, poi più indaco, mentre un’amica assai esperta di tessuti diceva royal blue. Alla fine i presenti e i giornali si sono espressi: purple, viola. Ed è partita la gara all’interpretazione. In molti hanno (abbiamo) pensato alle suffragette, che avevano scelto a rappresentarle tre colori: verde, bianco, viola, dato che in inglese le iniziali (G-green, W-white, V-violet) formano l’acronimo GWV cioè Give Women the Vote.

Tre colori, tre significati: lealtà per il viola, purezza per il bianco, speranza per il verde; negli USA poi al verde viene sostituito l’oro (Gold) con lo stesso significato di speranza (sarebbe interessante ragionare sul fatto che gli Americani ripongono la loro speranza nell’oro, ma questa è decisamente un’altra storia), ciò che a noi interessa è il viola come simbolo della forza e del potere delle donne, a suo tempo simbolo anche di Shirley Chisholm, prima donna nera ad essere eletta alla House of Representatives (nel 1968), prima, quattro anni dopo, a tentare – senza successo – la scalata alla White House.

Cromaticamente il viola è un colore secondario, che nasce dall’unione di blu e rosso, simbolo dell’unione del cielo e della terra; blu e rosso (col bianco) sono anche i colori della bandiera americana, nonché quelli dei due partiti: blu per i Democratici e rosso per i Repubblicani. Insomma, scelta perfetta; meno perfetto il modello: cappotto a un petto – tra l’altro inspiegabilmente abbottonato a destra – che tra la lunghezza e il taglio non la valorizzava affatto, tremende le calze e pure le scarpette di vernice, troppo delicate per tale signora, e pure per la giornata freddissima. Boh.

La First Lady

(Ph: Getty Images)

Jill Biden è una bella signora con origini italiane (i nonni erano siciliani), due lauree e una grande reputazione come insegnante. Per l’omaggio al Lincoln Memorial anche lei sceglie il viola, nel suo caso un bel melanzana; e anche lei punta su brand americani emergenti: bello il cappotto di Jonahan Cohen, fermato da un fiocco di velluto. Mi piace molto la scelta degli accessori: dalla mascherina creata dallo stesso designer con tessuti riciclati ai guanti color lavanda. Dimenticabili le scarpe nude, ma possiamo essere soddisfatti. Chic.

Per l’Inauguration Day la scelta è caduta sulla giovane Alexandra O’Neill e sul suo brand Markarian, fondato solo nel 2017. Il colore scelto, definito ocean blue, sicuramente dona molto alla bionda e delicata Jill (personalmente lo detesto, ma non importa); il tessuto un tweed percorso da microscopici svarowsky per riflettere la luce; la mise composta da un abito con sprone e maniche in chiffon e gonna definita da un pannello smerlato, più cappotto con collo sciallato e polsi in velluto; en pendant mascherina, guanti e scarpe.

Anche in questo caso il taglio del cappotto non mi convince, la insacca un po’ – nel bozzetto aveva una linea più interessante – e poi perché tutti quei bottoni? Boh.

La Second Lady uscente

Menzione d’onore a Karen Pence; col marito Mike – che certo non figura nel pantheon di Lady Violet – ci ha messo la faccia, salvando situazione e decoro. Perché l’assenza del Presidente uscente Trump è stata grave e penosa a un tempo; perché le cerimonie hanno una liturgia che va rispettata, e tali liturgie hanno un senso profondo. In politica la forma è sostanza, i due Presidenti insieme rappresentano la forza nella continuità; e se, come spesso accade, appartengono a partiti diversi, anche l’unità della nazione. Concetto che Ms Pence, anche lei una stimata insegnante, sembra avere ben chiaro. E dunque è arrivata col marito, sobriamente (pure troppo) vestita di nero con un bel cappotto semplice ma della sua taglia, indovinando persino le calze, pesanti e opache a modino. Chic, anche per la dignità.

Le ex First Ladies

Ve lo dico subito, c’è del viola anche qui. Andando a ritroso rispetto alla presenza alla White House, la prima è Michelle Obama; bello il cappotto di Sergio Hudson, bordeaux o melanzana a seconda della luce, perfetta la lunghezza, ben abbinato il pullover in una nuance più scura, brutti i pantaloni, in una punta di amaranto che stona col resto; è ilproblema del total color: bisogna abbinare con cura i tessuti o si rischia l’inguacchio. Anche il cinturone, alto in vita ad allungare le gambe, finisce per appesantire la figura, mentre la mascherina nera abbinata ai capelli abbondantemente boccolati rendono Michelle un po’ troppo dark. Pur potendo sfoggiare il migliore degli accessori, il favoloso marito Barack, in questo caso sono un po’ perplessa. Boh.

Laura Bush è una donna graziosa e garbata, non è mai stata una fashion icon, ha sempre tenuto un profilo piuttosto basso, e anche in questo caso conferma la sua natura. Va bene il filo di perle, bene le scarpe flat, bene i capelli freschi di shampoo, passi la borsetta ciondolante, ma il cappottino double grigio perla è veramente troppo stretto e troppo corto, e l’abitino che si intravvede pure. Shock.

Hillary Clinton non è stata solo una First Lady, ma anche la prima donna candidata alla presidenza. Anche lei in viola – nel suo caso il significato simbolico è praticamente certo – in una tonalità quasi fluo per il completo pantaloni e la sciarpa en pendant. Però la giacca è stretta e gli abbinamenti un incubo: cappotto marrone, guanti scarpe e mascherina neri. Pure Bill sembra lun po’ sconsolato osservarsi i piedi, calzati in un rispettabile 47 (giuro! l’ho incontrato). Shock.

Nancy Pelosi

La speaker della House of Representatives è donna di carettere e la sua decisione traspare anche dalle sue mise; per l’Inauguration Day sceglie un bel turchese per il giaccone con abbottonatura laterale, en pendant con la sciarpa e le scarpine da Cenerentola (ma dove diavolo le avrà trovate?). Turchese e blu sulla mascherina, guanti blu, e il tocco ulteriore di luce della gonna bianca che si intravede. Una grande bandiera appuntata su un rever completa la mise, e dimostra che Nancy ha appreso appieno la lezione sull’uso simbolico delle spille impartita da quella gran conoscitrice di Madeleine Albright. A patto che si cambi le scarpe, chic.

Bernie Sanders

Non sarà attento al look come le signore di cui sopra, ma rischia davvero di trasformarsi in una fashion con suo malgrado. Il senatore ha assistito al giuramento imbacuccato in giaccone Burton da 132,96 dollari, pantaloni uniqlo da 69,90 e un paio di imperdibili muffole tricottate con gli avanzi di lana da un’insegnante del suo stato, il Vermont. Anche il giaccone è prodotto in Vermont; esiste anche una limited edition che ritrae sul dorso la faccia del senatore. In questo scatto dov’è appartato e un po’ ingrugnito, Bernie Sanders, sempre in corsa e mai candidato, sembra incarnare il detto sempre damigella e mai sposa. Chi non si è mai sentito così? Chic.

As soon as possible la seconda parte, enjoy!