Nel 1968 Catherine Deneuve ha 25 anni, e recita in Mayerling, drammone storico che racconta la scioccante fine dell’Arciduca Rodolfo d’Asburgo – erede al tono d’Austria e unico figlio maschio dell’imperatore Franz Joseph e di sua moglie Elizabeth, universalmente nota come Sissi – che nel 1889 morì, forse suicida, nel casino di caccia di Mayerling appunto, insieme alla giovanissima amante Maria von Vetsera. Nel film Catherine è Maria, Omar Sharif è Rodolfo, e gli imperatori sono interpretati da James Mason e Ava Gardner.
Catherine nasce da due attori nella Parigi occupata dai tedeschi; non ha la regalità del sangue, ma a voler considerare quella dello charme, è senza dubbio una regina. Comincia a lavorare prestissimo seguendo le orme la sorella Françoise Dorléac, maggiore di un anno e mezzo, attrice e modella per Dior. Per scongiurare possibili confusioni Catherine sceglie di assumere il cognome della madre, e diventa Deneuve. Le due sorelle bruciano le tappe: mentre Françoise a 22 anni gira il capolavoro di Truffaut La calda amante, e due anni più tardi Cul-de-sac di Roman Polanski, Catherine incontra il regista Roger Vadim, marito divorziato di Brigitte Bardot.
Lui la dirige nel dimenticabile Il vizio e la virtù, ma prima di lasciarla per Jane Fonda, che diverrà la sua terza moglie, ha il tempo di fare per lei due cose fondamentali: le dà il primo figlio, Christian, e la spedisce da Carita, mitico regno della bellezza nel Fauburg St. Honoré dove le due sorelle spagnole Rosy e Maria trasformano una ragazza brunetta e graziosa come tante nell’icona assoluta della bionditudine che conosciamo da quasi sessant’anni.
È il 1967, Catherine grazie a Buñuel diventa Belle de jour, considerata una delle migliori interpretazioni nella storia del cinema, e le due sorelle girano insieme il delizioso Les Demoiselle de Rochefort; ma il 26 giugno Françoise ha un incidente sulla strada per l’aeroporto di Nizza, l’auto su cui si trova si ribalta e prende fuoco, lei muore. Ha solo 25 anni.
Intanto Catherine ha sposato un fotografo inglese, David Bailey, e deve incontrare la Regina. Contatta un giovane couturier considerato l’erede di Dior: Yves Saint Laurent; è l’inizio di un’amicizia che durerà tutta la vita.
Gli abiti di Saint Laurent contribuiscono, con le ballerine Roger Vivier, a definire l’immagine di Séverine, la belle de jour, e lui vestirà la sua musa anche in altri film: La chamade, La mia droga si chiama Julie, Notte sulla città e Miriam si sveglia a mezzanotte.
L’attrice recita col gotha dei registi: Truffaut, Lelouch, Chabrol, Risi, Bolognini, Ferreri, Tony Scott, de Oliveira, von Trier, ed è tuttora attiva. Vince due César, per L’ultimo metro (premiata anche col David di Donatello) e Indocina, per cui ottiene la nomination all’Oscar. Archiviato il matrimonio con Bailey ha una lunga relazione con Marcello Mastroianni, da cui nasce la figlia Chiara.
Dalla rottura riserbo assoluto, nulla più si sa della sua vita privata, nonostante i nomi di uomini più o meno famosi che spesso vengono accostati al suo. Non si tira indietro però quando si tratta di impegnarsi in prima persona – è stata ambasciatore dell’UNESCO e volto per campagne di Amnesty e per la lotta all’AIDS – e non teme di prendere posizioni anche scomode, dalla rivelazione di un aborto illegale nel ’71, all’aperto sostegno alla causa LGBT, alle recenti critiche al movimento #metoo. Anticonformista senza sbandieramenti, fedele ai suoi vizi senza pentimenti – difficile vederla senza sigaretta tra le dita – gli anni hanno appena scalfito la sua bellezza ma le hanno donato un’ironia capace di stemperare la timidezza
E alla fine si è anche seduta sul trono, improbabile regina britannica abbondantemente drappeggiata in un tartan sgargiante. A chi si sarà ispirata?
Lei appartiene a un’aristocratica famiglia belga le cui origini risalgono al Trecento; nel Cinquecento alcuni membri della casata portarono anche il titolo di Principi di Sulmona, cosa che non mancherà di interessare i numerosi abruzzesi amici del blog. Il fidanzamento viene purtroppo funestato dalla scomparsa della madre della sposa, a due soli mesi dalle nozze, che non subiscono però alcuno stravolgimento.
Il giorno precedente il matrimonio civile davanti al sindaco della capitale; Stéphanie ci aveva illusi presentandosi in Chanel, purtroppo l’illusione sarà presto fugata dalla noiosa banale realtà. La sera, al pre wedding party, fa la sua comparsa Elie Saab;
la sposa indossa un abito in pizzo grigio, nel più classico stile della maison libanese, ma pericolosamente simile a quello beige della suocera; l’una illumina la sua mise con la Diamond Vine Leaves Tiara, l’altra con l’importante Chaumet Diamond and Pearl.
Ospiti tutte le teste coronate in circolazione: Mathilde del Belgio arriva al braccio del marito, in Armani Privé blu elettrico con la Laurel Wreath Tiara, Maxima d’Olanda in un Jan Taminiau veramente flamboyant e la Mellerio Ruby Tiara (la rivedremo a Londra la prossima settimana?),
Stéphanie arriva al braccio del fratello maggiore Jehan (il padre, molto anziano, è sulla sedia a rotelle) nell’ennesimo Saab, molto bello ma non memorabile, la piccola tiara di famiglia sui capelli biondi. In azzurro con tocchi arancione i bambini del corteo nuziale, mentre le due damigelle d’onore – la sorella di lui e una nipote di lei – sono in lungo color melone, un po’ troppo estivo.
Madre dello sposo in corallo: da Natan, la maison che firma questa mise, evidentemente temevano che una linea semplice l’avrebbe slanciata troppo, e hanno pensato bene di aggiungere una stola rigida che regala alla povera granduchessa l’effetto di un bonbon incartato e chiuso da un’enorme broche, di cui, se non ricordo male, all’epoca si disse pure che fosse bigiotteria. La modista belga Fabienne Delvigne completa il tutto con un piccolo copricapo in tinta che francamente non aggiunge nulla né alla granduchessa né all’armonia dell’insieme. Tra le auguste ospiti très chic Caroline de Monaco in total look Chanel (la perfezione è nei dettagli: notare il guanto a gomito e calze e scarpe nella stessa identica nuance).
Una delle mie preferite tra tutte le royal ladies è sicuramente la contessa di Wessex, con questa versione British del New Look che innalzò alla gloria eterna Monsieur Dior. Abito di Emilia Wickstead in perfetto stile fifties ma sdrammatizzato da stampa grafica ispirata alla più inglese delle country lives, cavalli compresi. Cappello Jane Taylor dalla stupefacente forma aerodinamica che contrasta splendidamente coi suoi colori chiari e ha anche il merito di slanciarla.

A causa del royal wedding (in arrivo un altro paio di post) non ho avuto tempo, ma avrei voluto scrivere sulla Shahbanou e sulla sua vita incredibile in cui la favola si alterna alla tragedia.
Oggi festeggiano i trentaquattro anni di matrimonio la principessa Astrid del Belgio e Lorenz d’Austria-Este. Lei figlia dell’allora principe Albert di Liegi – poi re Albert II – e di Paola Ruffo di Calabria, lui nipote di nonni decisamente fuori dal comune. I paterni erano gli ultimi imperatori d’Austria, Karl I e la formidabile Zita, nata Borbone-Parma; i materni invece Amedeo di Savoia-Aosta, l’eroe dell’Amba Alagi, e Anna d’Orléans.
Le nozze furono celebrate in Provenza – regione in cui sia la famiglia granducale sia i tedeschi Landermarcher hanno delle belle proprietà – il rito nella basilica di Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, e il ricevimento nel vicino convento reale. Ancora oggi la coppia vive coi due figli in Provenza, dove gestisce un’azienda vinicola. Presenti qua e là dei tocchi provenzali anche durante la cerimonia; il più grazioso? Le fedi presentate su un letto di lavanda, al posto del solito vassoietto/cuscinetto.
La sposa era in Elie Saab, Maison che spesso serve le signore del Granducato. Bello l’abito di pizzo, anche se certo non innovativo, bellissimo il diadema floreale con piccoli fiori intrecciati a pampini e tralci di vite, già indossato per le nozze dalle quattro figlie della granduchessa Charlotte.
Look opposti per le madri degli sposi: sobria la mamma di lei, shocking quella di lui. Scelta senza rischi per la signora Ladermarcher: un classico abito chiaro e neutro (Dior), peccato che le maniche – o meglio, la loro assenza – evidenziasse le braccia un po’ provate dall’età, e la combinazione cappello spiaccicato+frangetta sottolineasse una certa somiglianza con la signora Pina Fantozzi. All’opposto, la granduchessa Maria Teresa in soprabitino+cappellino+scarpettine in uno shocking pink che avrebbe fatto impazzire Madame Schiaparelli. E dire che secondo le cronache trattavasi di creazione firmata da Giorgio Armani, il re del greige e dell’understatement.
La cognata Stéphanie, moglie dell’erede al trono Guillaume, era invece in acquamarina: vestaglietta in pizzo su fourreau di seta (spero), con un cappello di forma indefinibile che le dava un aspetto vagamente – ma molto vagamente – settecentesco. La pochettina rigida e il sandaletto spuntato con calza 70 denari sono francamente l’ultimo dei problemi. Peccato, perché ha una figura gradevole e belle gambe, e potrebbe permettersi assai di più.
Beatrice Borromeo, non ancora Casiraghi, stravolgeva la semplicità del tailleur pantaloni Armani – scelta che personalmente non amo per un matrimonio del genere, né per un matrimonio in generale – con questo set di antenne, partorite dal genio di Philip Treacy. Favoloso.
Agatha Mary Clarissa Miller nasce a Torquay, nel Devon, il 15 settembre 1890, ultima dei tre figli di un agente di borsa americano e di una britannica appassionata di esoterismo e convinta di avere doti divinatorie. Agatha ha un’infanzia felice in una famiglia benestante che vivrà però un periodo di ristrettezze dopo la morte del padre, quando lei ha solo 11 anni. Contrariamente alla sorella maggiore non frequenta la scuola ma studia a casa, incoraggiata dalla madre ad esercitare le sue passioni e i suoi talenti: la lettura, la scrittura, la musica: studia pianoforte e canto lirico ma la timidezza le rende difficile esibirsi in pubblico chiudendole le porte di una carriera artistica.
Inizia a scrivere brevi racconti; nel 1912 incontra Archibald Christie e se ne innamora. Lui è uno dei primi piloti della Royal Flying Corps, e nella sua autobiografia lei definirà la loro attrazione “excitement of the stranger”. Si sposano la vigilia di Natale del 1914; la Grande Guerra è iniziata, il 27 dicembre lui torna in servizio in Francia, lei riprende il volontariato al dispensario della Croce Rosse di Torquay. Solo a gennaio del 1918 la vita matrimoniale comincia davvero, e il 5 agosto dell’anno seguente Agatha dà alla luce l’unica figlia, Rosalind. Nel frattempo, accogliendo una sfida lanciatale dalla sorella, ha scritto il primo romanzo, The Mysterious Affair at Styles, (Poirot a Styles Court), ed è nato anche il suo primo detective: Hercule Poirot. Il personaggio le è stato ispirato dai molti rifugiati belgi che popolano la campagna inglese, e per scrivere dell’omicidio – un avvelenamento – si basa sulle conoscenze del lavoro al dispensario. Il romanzo viene pubblicato, e le viene proposto un contratto che ne prevede altri cinque: è nata una scrittrice. 
Gli anni della Seconda Guerra Mondiale sono pesanti: Max è in Egitto Agatha a Londra, dove torna a prestare servizio volontario in un dispensario, questa volta all’ospedale dell’University College. Nasce il suo unico nipote, Mathew Prichard, e nascono alcuni dei suoi libri migliori, uno per tutti And Then There Were None (Dieci Piccoli Indiani).
L’ultima apparizione pubblica della scrittrice è del 1974, quando presenzia alla prima del film tratto da Assassinio sull’Orient Express; commenta che si tratta di un buon adattamento, con l’eccezione dei baffi di Poirot, che non sono abbastanza folti.
Fortunatamente il duca torna a casa sano e salvo e dal 1945 al 1947 è a Canberra con la famiglia, come Governor-General d’Australia. Al ritorno in patria il piccolo William è uno dei due paggetti, insieme col cugino Michael di Kent, alle nozze di Elizabeth con Philip Mountbatten. William studia a Eton, e poi a Cambridge, e va a perfezionarsi in America, alla Stanford University. Inizia una brillante carriera in diplomazia che è costretto a lasciare a causa delle precarie condizioni di salute del padre; anche la sua salute impensierisce un poco la madre: gli viene diagnosticata la porfiria, malattia ereditaria di cui soffrono molti Hannover.
William si impegna sempre di più nelle attività della Royal Family e rappresenta la Regina in numerose occasioni. Bello, affascinante, brillante, sportivo, descritto dai suoi amici come affettuoso, generoso e leale, William è un vero prince charming con la passione del volo. Il 28 agosto 1972 partecipa col suo Piper Cherokee al Goodyear International Air Trophy a Halfpenny Green, nei pressi di Wolverhampton; è con lui Vyrell Mitchell, un pilota con cui il principe ha partecipato a numerose competizioni.
Poco dopo il decollo William perde il controllo dell’aereo che urta un albero e precipita prendendo fuoco; ci vorranno due ore per spegnere l’incendio e il riconoscimento delle salme avverrà solo grazie alle impronte dentali. La sensazione che desta la sciagura è enorme, William è il primo dei cugini a morire e si decide di non informare il padre, gravemente malato. Dieci anni dopo la disgrazia il Principe di Galles, Charles, diventa padre di un bambino che un giorno siederà sul trono, e lo chiama William in ricordo dell’amatissimo cugino scomparso.












