Breaking News! Aggiornamento su Baby Sussex

Mantenete il sangue freddo, non è ancora la notizia che stiamo aspettando, ma potrebbe essere un indizio. È stato appena annunciato che il Duca di Sussex sarà in Olanda la prossima settimana, mercoledì 8 e giovedì 9, prima ad Amsterdam per alcuni impegni e poi a L’Aja, dove darà il via al conto alla rovescia per gli Invictus Games 2020.harry A questo punto le possibilità sono quattro: a) la duchessa ha iniziato il travaglio; b) si è deciso che in assenza di parto spontaneo entro qualche giorno si interverrà per indurlo; c) ci sono le condizioni per ricorrere al cesareo; d) Baby Sussex è già tra noi ma la nascita non è stata ancora annunciata. Qualunque sia la ragione, e fermo restando che ogni mamma ha diritto di partorire come crede, ho l’impressione che tutta la vicenda non sia stata gestita al meglio. Anyway, noi restiamo in attesa, fateci sapere qualcosa appena possibile, thanks.

Le foto del giorno – 1 maggio

Sì, lo so che la notizia che aspettate è quella che dovrebbe arrivare da Frogmore Cottage, ma per ora nulla si sa, vi dovete accontentare. E l’intronizzazione di un imperatore dovrebbe bastare! Dunque oggi è tutto per loro, per lui, considerando che grazie al fuso orario Naruhito ha già espletato tutte le formalità, e si è ormai accomodato sul Trono del Crisantemo. emperor-nahurito-ceremony-only-males-aLa cerimonia di intronizzazione vera e propria – non incoronazione, dato che l’imperatore in Giappone la corona non ce l’ha – è durata pochi minuti, e si è svolta nella sala detta Matsu no Ma, la stanza del pino, considerata la più elegante del palazzo imperiale essendo anche l’unica dotata di pavimento in legno. Al nuovo imperatore sono stati offerti i simboli del potere, la spada e il gioiello; il terzo, lo specchio simulacro della dea Amaterasu resta custodito in un edificio sacro nel recinto del Palazzo. Niente costume tradizionale in questo caso, Naruhito ha indossato un occidentalissimo frac come gli altri presenti: i maschi della famiglia imperiale, dignitari, e i membri del governo. La cerimonia è preclusa alla futura imperatrice e alle signore in generale, ma dato che nel governo siede una (unica) donna oggi c’era anche lei, Satsuki Katayama – non ci sono immagini, ma dal video che trovate in fondo direi che indossasse un kimono chiaro – una piccola rivoluzione che speriamo ne preannunci una più grande. Perché la cosa che veramente noi non riusciamo a digerire di questo paese così complicato e affascinante è che dopo Naruhito il trono non tocchi all’erede naturale, e solo perché è una femmina, per cui dopo aver seguito un binario dritto, di padre in figlio per tante generazioni, ora si preveda un deragliamento verso il fratello e poi suo figlio, quello maschio naturalmente. after-ascending-the-throne-during-the-enthronement-ceremony-aLe signore sono arrivate subito dopo, e con Masako al suo fianco il neoimperatore ha indirizzato il primo messaggio alla nazione. E ora sì, che abbiamo visto le teste coronate! masako empressLa nuova imperatrice consorte ha sfoggiato la Meiji Scroll Tiara, che oltre ad essere riservata alla moglie del sovrano è probabilmente la più antica nella collezione nipponica; le tiare sono infatti comparse in seguito all’occidentalizzazione del paese, iniziata durante il regno dell’imperatore Meiji (1867-1912). La tiara dovrebbe essere una creazione Chaumet realizzata alla fine dell’Ottocento: una ringhiera composta da una serie di volute ricoperte di diamanti che può essere indossata da sola, o con l’aggiunta di grandi pietre, come ha fatto Masako, che per non farle sentire sole ha aggiunto un collier a doppio filo semplice semplice, solo diamanti e nient’altro.

kiko crownprincessAnche la cognata Kiko, moglie del fratello dell’imperatore,  ha indossato i gioielli che segnano il suo nuovo ruolo, quello di principessa ereditaria. È di uso esclusivo della moglie dell’erede al trono questa importante tiara dall’intricato disegno; l’abbiamo vista su Masako il giorno delle sue nozze, e prima del suo aveva ornato il capo della suocera Michiko, negli anni prima di salire al trono. Poi come sapete per lungo tempo la depressione ha tenuto Masako lontana da molti eventi pubblici, per cui la tiara s’è vista poco, ma sono certa che Kiko la porterà spesso insieme al collier in parure. Ora diciamoci la verità, non ho dubbio che sia una deliziosa amabile signora, ma sarà per il taglio così affusolato degli occhi, sarà per quello ancor più affusolato delle labbra, l’aspetto da cognata perfida un po’ ce l’ha.

Indiademate anche le due figlie di Kiko, Mako e Kako (chiedo venia, ma quando vedo i tre nomi in fila non posso fare a meno di evocare le nipotine di Paperina, Ely, Emy, Evy).

Nella casa imperiale giapponese c’è l’uso, al compimento dei 20 anni, di dotare le principesse di una tiara personale, parte di un’intera parure che comprende anche un collier, orecchini, una spilla e uno o due bracciali. Come avrete notato, nessuno dei diademi in uso in Giappone ha pietre colorate, solo diamanti e in qualche caso perle. aiko

Last but not least, a celebrare l’ascesa al trono dei genitori c’era anche l’unica figlia della coppia, la diciassettenne Aiko. Mi sia consentita una osservazione: il trono no, perché è femmina, la tiara no perché non ha ancora vent’anni, ma almeno il vestito da marinaretta glielo vogliamo risparmiare a questa povera creatura?

Qui trovate il video dell’intera cerimonia, dura solo sei minuti ed è assai interessante. Tutto si svolge nel silenzio più assoluto; non servono parole, basta il linguaggio dei simboli  https://www.youtube.com/watch?v=RZsmnUyzc5k&fbclid=IwAR15qCrh6Auc4arnaqroT18vhaGa5BNEmuIEtXKj0e-YFHxl7WOocWbQy9E

A Royal Calendar – 1 maggio 1994

Non aveva sangue blu, ma se le ragazze della mia generazione hanno sognato qualche volta il principe azzurro probabilmente era lui, Ayrton. ayrton-senna-2Il grande pilota, la macchina per vincere, il tre volte campione del mondo, quello che forse l’anno prossimo viene in Ferrari, e invece non c’è venuto mai. Quello che donava generosamente a chi aveva bisogno, e soprattutto ai bambini, ma si turbava a parlarne. Il brasiliano che era un po’ diverso dallo stereotipo del carioca sulla spiaggia di Copacabana, e lui spiegava che era nato a São Paulo, e tra un paulista e un carioca c’è la stessa differenza che c’è tra un milanese e un napoletano. Che poi lui un po’ napoletano ci era davvero, grazie a sua madre Neide, di origine mezza napoletana e mezza toscana. Insomma, roba nostra. A guardarlo oggi, che potrei io essere sua madre, viene spontaneo pensare che la luce un po’ triste di quegli occhi presentisse la tragedia, ma no, probabilmente era solo un filo di timidezza pudica.

Poi venne il 1 maggio del 1994. Era domenica, e si correva il Gran Premio di Imola. Una giornata brutta, con un’aria pesante che non era solo dovuta al tempo. Il giorno prima durante le qualifiche era morto un altro pilota, l’austriaco Roland Ratzenberger, ma l’impressione è che non importasse a nessuno. Non era un campione, non era famoso, guidava un’auto così così e l’incidente, che pure passò in televisione, mancava del pathos della gara, dunque who cares? L’incidente di Ayrton lo vedemmo tutti invece, comodamente seduti in poltrona; arrivava il caffè e lui se ne andava. Mi fece lo stesso effetto che tre anni e mezzo prima mi aveva fatto l’incidente di Stefano Casiraghi: un colpo così forte che lo sapevi già che era morto. Ayrton fu portato a Bologna, come Roland il giorno prima, ma io lo sapevo già che era morto. Se si fosse salvato chissà che danni avrebbe riportato, e siccome da giovani – e forse anche da vecchi – la sofferenza fa più paura della morte, l’annuncio del medico dell’Ospedale Maggiore (una donna, se non erro) fu un grande dolore e un piccolo sollievo, non una sorpresa. Qualche giorno dopo tornò a casa, a São Paulo, su un aereo Varig partito da Parigi e modificato perché la bara potesse viaggiare in cabina e non nella stiva; ma il suolo italico l’aveva lasciato a bordo dell’aereo presidenziale, una cortesia del presidente Scalfaro che fa capire quanto quella morte ci aveva toccati.

Due mesi dopo ci furono i mondiali di calcio, negli Stati Uniti. In finale arrivarono Italia e Brasile. Si andò ai rigori, e quello decisivo toccò a Baggio, il più spirituale dei calciatori. Sbagliò, e più di uno pensò che in qualche modo fosse opera di Ayrton. In fondo era giusto così, gli avevamo portato via Ayrton, ai brasiliani, non potevamo prenderci pure la coppa.

Poi arrivò il momento delle fidanzate segrete, signore e signorine che l’avevano conosciuto bene, non così bene, o anche per niente, planarono sui (per fortuna ancora pochi) talk show raccontando di grandi amori, passioni travolgenti, promesse di eterna fedeltà, progetti di matrimoni e bambini. Erano un po’ patetiche e così fastidiose, pretendevano di prendersi un dolore che era collettivo. Il funerale di Ayrton era stato qualcosa di epico, il funerale di Patroclo, di Ettore, di Achille, e tutti sanno che nell’epos omerico le compagne restano sullo sfondo. Le compagne vere, figuriamoci quelle finte.

Ci fu un processo credo, ma nessuno pagò, credo. La Formula 1 non fu la più stessa, ma almeno non ci furono più tragedie come questa, e alla fine è meglio così.

Alla mia generazione successe una cosa strana. Nel giro di pochi anni morirono Ayrton, Diana, Giovannino Agnelli, John Kennedy Jr. e sua moglie Carolyn. Avevano bellezza giovinezza denaro successo, alcuni perfino amore e felicità, e in un attimo volarono via. Chiamo quel periodo la fine dell’innocenza, il momento in cui mi resi conto che la mia vita poteva anche non andare come previsto, che potevamo tanto ma non tutto, che era il momento di perdere un po’ di illusioni, abbandonare un po’ di sogni e abbracciare la realtà. Che come tutte le generazioni che ci avevano precedute e tutte quelle che ci avrebbero seguite avremmo voluto cambiare il mondo, e forse ci saremmo riusciti, e forse no. Finora direi di no.

Ogni tanto ci penso, ad Ayrton. Non spesso, ma sempre il 21 marzo, che era il giorno del suo compleanno, e da cinque anni è anche quello di Purple, la mia cagnetta. Col passare del tempo naturalmente non c’è più dolore, ma un rimpianto leggero e sempre un sorriso. E anche un po’ di gratitudine, per aver aggiunto un sogno alla mia giovinezza.