A Royal Calendar – 1 maggio 1994

Non aveva sangue blu, ma se le ragazze della mia generazione hanno sognato qualche volta il principe azzurro probabilmente era lui, Ayrton. ayrton-senna-2Il grande pilota, la macchina per vincere, il tre volte campione del mondo, quello che forse l’anno prossimo viene in Ferrari, e invece non c’è venuto mai. Quello che donava generosamente a chi aveva bisogno, e soprattutto ai bambini, ma si turbava a parlarne. Il brasiliano che era un po’ diverso dallo stereotipo del carioca sulla spiaggia di Copacabana, e lui spiegava che era nato a São Paulo, e tra un paulista e un carioca c’è la stessa differenza che c’è tra un milanese e un napoletano. Che poi lui un po’ napoletano ci era davvero, grazie a sua madre Neide, di origine mezza napoletana e mezza toscana. Insomma, roba nostra. A guardarlo oggi, che potrei io essere sua madre, viene spontaneo pensare che la luce un po’ triste di quegli occhi presentisse la tragedia, ma no, probabilmente era solo un filo di timidezza pudica.

Poi venne il 1 maggio del 1994. Era domenica, e si correva il Gran Premio di Imola. Una giornata brutta, con un’aria pesante che non era solo dovuta al tempo. Il giorno prima durante le qualifiche era morto un altro pilota, l’austriaco Roland Ratzenberger, ma l’impressione è che non importasse a nessuno. Non era un campione, non era famoso, guidava un’auto così così e l’incidente, che pure passò in televisione, mancava del pathos della gara, dunque who cares? L’incidente di Ayrton lo vedemmo tutti invece, comodamente seduti in poltrona; arrivava il caffè e lui se ne andava. Mi fece lo stesso effetto che tre anni e mezzo prima mi aveva fatto l’incidente di Stefano Casiraghi: un colpo così forte che lo sapevi già che era morto. Ayrton fu portato a Bologna, come Roland il giorno prima, ma io lo sapevo già che era morto. Se si fosse salvato chissà che danni avrebbe riportato, e siccome da giovani – e forse anche da vecchi – la sofferenza fa più paura della morte, l’annuncio del medico dell’Ospedale Maggiore (una donna, se non erro) fu un grande dolore e un piccolo sollievo, non una sorpresa. Qualche giorno dopo tornò a casa, a São Paulo, su un aereo Varig partito da Parigi e modificato perché la bara potesse viaggiare in cabina e non nella stiva; ma il suolo italico l’aveva lasciato a bordo dell’aereo presidenziale, una cortesia del presidente Scalfaro che fa capire quanto quella morte ci aveva toccati.

Due mesi dopo ci furono i mondiali di calcio, negli Stati Uniti. In finale arrivarono Italia e Brasile. Si andò ai rigori, e quello decisivo toccò a Baggio, il più spirituale dei calciatori. Sbagliò, e più di uno pensò che in qualche modo fosse opera di Ayrton. In fondo era giusto così, gli avevamo portato via Ayrton, ai brasiliani, non potevamo prenderci pure la coppa.

Poi arrivò il momento delle fidanzate segrete, signore e signorine che l’avevano conosciuto bene, non così bene, o anche per niente, planarono sui (per fortuna ancora pochi) talk show raccontando di grandi amori, passioni travolgenti, promesse di eterna fedeltà, progetti di matrimoni e bambini. Erano un po’ patetiche e così fastidiose, pretendevano di prendersi un dolore che era collettivo. Il funerale di Ayrton era stato qualcosa di epico, il funerale di Patroclo, di Ettore, di Achille, e tutti sanno che nell’epos omerico le compagne restano sullo sfondo. Le compagne vere, figuriamoci quelle finte.

Ci fu un processo credo, ma nessuno pagò, credo. La Formula 1 non fu la più stessa, ma almeno non ci furono più tragedie come questa, e alla fine è meglio così.

Alla mia generazione successe una cosa strana. Nel giro di pochi anni morirono Ayrton, Diana, Giovannino Agnelli, John Kennedy Jr. e sua moglie Carolyn. Avevano bellezza giovinezza denaro successo, alcuni perfino amore e felicità, e in un attimo volarono via. Chiamo quel periodo la fine dell’innocenza, il momento in cui mi resi conto che la mia vita poteva anche non andare come previsto, che potevamo tanto ma non tutto, che era il momento di perdere un po’ di illusioni, abbandonare un po’ di sogni e abbracciare la realtà. Che come tutte le generazioni che ci avevano precedute e tutte quelle che ci avrebbero seguite avremmo voluto cambiare il mondo, e forse ci saremmo riusciti, e forse no. Finora direi di no.

Ogni tanto ci penso, ad Ayrton. Non spesso, ma sempre il 21 marzo, che era il giorno del suo compleanno, e da cinque anni è anche quello di Purple, la mia cagnetta. Col passare del tempo naturalmente non c’è più dolore, ma un rimpianto leggero e sempre un sorriso. E anche un po’ di gratitudine, per aver aggiunto un sogno alla mia giovinezza.

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