Breaking News!

La notizia è appena arrivata, e non compare ancora sui media britannici. Di solito aspetterei qualche minuto per la conferma, ma direi che la fotografia è inequivocabile. Meghan e Harry daranno presto una sorellina o un fratellino a Archie!

Speriamo a breve di potere sapere qualcosa di più, intanto Charles diventa nonno per la quinta volta, e la Regina e il Principe Philip accoglieranno l’undicesimo pronipotino (o pronipotina).

Republican chic shock e boh – Governo Draghi special edition

Alle 11:57 di sabato 13 febbraio 2021 il Professor Mario Draghi ha giurato fedeltà alla Repubblica, divenendo così il Primo Ministro del sessantasettesimo Governo repubblicano. Lady Violet, pronta da tempo ad esaminare le mise scelte, è rimasta profondamente delusa dall’omologazione mostrata; ma siccome bisogna cucinare con gli ingredienti che si hanno noi ci proviamo lo stesso. Anche le fotografie sono poche, perciò vi invito a guardare il video in calce al post.

Mario Draghi Presidente del Consiglio ovvero l’uomo senza loden. Accomunato a volte al suo omonimo a capo di un altro Governo tecnico, noto portatore sano del classico cappotto tirolese, Draghi si distingue per l’abitudine a girare sempre col solo completo, a ogni latitudine e temperatura, incurante delle intemperie, il che potrebbe essergli utile nella nuova esperienza. Tale cambio di stile si è già apprezzato in vari ministri che sono stati visti entrare al Quirinale a passo di carica e senza cappotto nonostante le temperature rigide. Per il giuramento il Professore è andato sul sicuro, abito blu scuro e cravatta a mcrofantasia argento e bordeaux. Istituzionalmente chic.

(Ph: Antonio Masiello via Getty Images)

Les cinq Draguettes indecise tra citare il numero caro a mademoiselle Coco o una squadra di calcetto, ben cinque delle otto ministre erano vestite uguali: completo pantaloni nero e sottogiacca bianco. Per carità, si apprezza lo sfoggio di sobrietà in tempi delicati, ma una noia mortale, e il rischio di confondersi ed essere confuse.

Poche le differenze: banale as usual Mariastella Gelmini, Ministra Affari Regionali, che ha cercato di recitare la formula di rito ma si è bloccata a metà; austera Elena Bonetti, Ministra Famiglia e Pari Opportunità, che però all’arrivo aveva rallegrato la sua mise con un foulard colorato; lei il giuramento l’ha detto a memoria, brava! Ancor più austera Marta Cartabia, Ministra della Giustizia, ma la blusa bianca che spara fuori dalla giacca a un bottone anche no. Bella la giacca della neomamma Mara Carfagna, Ministra per il Sud, ma per l’occasione avrei evitato quei pantaloni stile acqua in casa. Insomma, boh.

Mi è piaciuta Maria Cristina Messa, Ministra per Università e Ricerca; (a sinistra): bella la giacca, e anche i pantaloni, e il dettaglio che ha messo in mostra firmando: il classico Square Tiffany. Piuttosto chic.

Sarà stata la fretta, o il timore dell’effetto Bellanova – lì però era proprio sbagliato il vestito, più adatto alla gioiosa leggerezza di un matrimonio che alla solennità di un giuramento al Quirinale – ma di fatto le già sparute quote rosa si sono vestite da uomo. Un giorno faremo un discorso sulla necessità delle donne di vestire in foggia maschile per farsi prendere sul serio, ma oggi vederle spiccare così poco mi ha un po’ intristita, confesso.

Luciana Lamorgese, Ministra dell’Interno è davvero una delle poche donne della sua generazione ad aver conquistato un ruolo solitamente considerato maschile; anche lei ha scelto blusa bianca e pantaloni neri, cui ha abbinato un soprabito ugualmente nero ma di velluto, tessuto pericolosissimo. E infatti, purtroppo, il risultato è uno shock.

Fabiana Dadone, Ministra Politiche Giovanili una delle due signore che hanno scelto la gonna; la palette è simile a quella delle altre ma ha osato di più: tailleur nero, blusa beige a ramages stilizzati neri, borsa superchic e scarpe con tacco assassino come lo spacco, un po’ troppo alto, anche perché lei non è altissima. Poi ho visto la ministra con la mise completa di pardessous. Shock.

Erika Stefani, Ministra per le Disabilità ha altezza e capigliatura degne di una valchiria; anche lei sceglie il bianco/nero: giacchino in tweed similChanel su total black: collo alto, gonna al ginocchio e calze opache (finalmente). Più segretaria spettinata ma efficiente che impeccabile ministra. Boh.

Veniamo ai signori, che hanno dato un grande dispiacere a Lady Violet: nessuno, nessuno col doppio polsino fermato da gemelli. Si va dalla giacca sbottonata su panza in bella vista dei ministri leghisti Giancarlo Giorgetti, Sviluppo Economico e Massimo Garavaglia, Turismo, al brutto completo grigio medio di Roberto Cingolani, Ambiente e Transizione Ecologica, maniche troppo lunghe e camminata alla romoletto. Leggendario Patrizio Bianchi, Istruzione: abito sformato grigio su pullover di lana blu; mi ha ricordato un suo famoso conterraneo, così distratto da mettersi in tasca la pipa accesa. Il Ministro Brunetta, Pubblica Amministrazione, probabilmente si serve da un sarto, ma temo debba cambiarlo. Shock.

Quanto agli altri, si è capito che ormai l’abito si compra già fatto, e si vede: giacche troppo corte, troppo strette, o entrambe (D’Incà, Rapporti col Parlamento, Guerini, Difesa, Franco, Economia) o con qualche difetto di troppo (Giovannini, Infrastrutture, e Patuanelli, Agricoltura, anche per lui il giuramento a memoria). Un po’ insaccato Dario Franceschini, Ministro della Cultura di lungo corso. Avrà giurato sempre con lo stesso vestito? Boh.

Ordinati Di Maio, Esteri; Orlando, Lavoro; Speranza, Salute; gli ultimi due con beneaugurante cravatta rossa. Speranza è il terzo – e ultimo – ministro a pronunciare il giuramento a memoria; lode a lui, elegantini tutti e tre.

Chic l’altissimo Vittorio Colao, Transazione Digitale, che è uomo di mondo e si vede; per lui un bel blu, peccato per il primo bottone sbottonato. Ma si sa, il diavolo si annida sempre nei dettagli.

Qui trovate il video della cerimonia https://www.youtube.com/watch?v=PflPfseaqas

Le foto del giorno – Baby B va a casa

Il nome ancora non c’è, e mentre noi tutti aspettiamo con una certa impazienza di scoprire come si chiamerà il nono pronipotino della Regina e del Principe Philip – che è anche undicesimo in linea di successione – a tre giorni di vita il piccolo Baby Brooksbank ha lasciato il Portland Hospital nel centro di Londra ed è andato a casa con mamma e papà.

Jack Brooksbank alla guida dell’auto mostra quell’espressione di stordita felicità comune a molti neo padri, sottolineata nel suo caso dagli occhiali stile Harry Potter. Eugenie, in abito tartan e cappotto di cammello, siede dietro accanto al piccolo, al sicuro nel suo port-enfant (lo so che non si chiama più così, ma Lady Violet è vintage, e ignora i modelli dei più moderni trasportini per neonati: ovetto? trio?).

La neomamma mostra ancora i segni della gravidanza e del parto, anche perché un bimbo di quasi quattro chili dev’essere stato piuttosto impegnativo, stanca ma beata. Ora potrà riposare, farsi coccolare dalla sua famiglia e iniziare la sua nuova vita.

Pensavo che il piccolo è nato nello stesso giorno in cui nel 2002 morì la principessa Margaret; un bel regalo alla bisnonna per stemperare ricordi dolorosi. Ora però tirate fuori il nome!

La prima foto!

L’amore in un’immagine.

La mano del piccolino tra quelle di mamma e papà, e non c’è veramente bisogno di aggiungere altro.

Eugenie di York e il marito Jack Brooksbank hanno dato oggi il benvenuto al loro primo figlio, un maschietto di quasi quattro chili. Sarah Ferguson e quello sciagurato del Duca di York sono diventati nonni, mentre per la Regina e il Principe Philip si tratta del nono pronipotino. Ora aspettiamo il nome!

Breaking News!

La notizia che aspettavamo è arrivata!

Oggi è nato il royal baby di Eugenie di York, un bel maschietto in perfetta salute dal ragguardevole peso di 8lbs 1oz, che sarebbero quasi quattro chili.

Il piccolo è venuto alla luce alle 8:55 di questa mattina al Portland Hospital, dov’è nata anche la sua mamma, la zia Bea, il cuginetto Archie e vari altri baby Windsor. Il padre Jack Brooksbank ha assistito al parto.

Andrew e Sarah sono dunque diventati nonni, e insieme con i consuoceri George e Nicola sono al settimo cielo.

Anche Lady Violet è felicissima, se poi il pupetto si chiamasse Philip arriverebbe direttamente over the moon.

Breaking News!

È morto oggi Sir Tom Moore, l’eroe della II Guerra Mondiale cui la Regina conferì il cavalierato il 17 luglio scorso, giorno in cui la nipote Beatrice sposò Edoardo Mapelli Mozzi (25.000 days, venticinquemila giorni).

Nato nel 1920, Sir Tom è assurto lo scorso anno agli onori delle cronache per aver raccolto una somma enorme – oltre 32 milioni di sterline – per combattere la pandemia. E lo fece camminando col suo carrellino intorno al suo giardino per 100 laps, 40 chilometri, e festeggiare così il secolo di vita. Il 31 gennaio era stato ricoverato in ospedale dopo aver a sua volta contratto il covid; è caduto combattendo la sua ultima battaglia, la buona battaglia.

Royal wedding dresses

Qual è il vostro preferito tra gli aditi indossati dalle spose reali britanniche? Di quale vi interesserebbe sapere qualcosa di più? Avete curiosità non ancora soddisfatte? Lady Violet ha una notizia per voi!

Mercoledì 10, dalle ore 19:00 alle 20:30, cioè dalle 20:00 alle 21:30 ora italiana, Caroline de Guitaut, Vice Soprintendente di The Queen’s Works of Art, e Justine Picardie, esperta di moda ed ex redattrice di Harper’s Bazaar insieme in un evento online analizzeranno la storia dei royal dresses. Dal primo abito bianco mai indossato da una sposa – quello con cui la giovanissima Queen Victoria sposò il 10 febbraio 1840 il cugino Albert di Saxe Coburg und Gotha – a quello della Regina, pagato con le tessere annonarie; dal sofisticato modello Tudor della Princess Royal alla celeberrima meringa di Diana; dall’abito con cui la graziosa Sophie Rhys-Jones è diventata Contessa di Wessex (un compendio esemplare di errori, secondo Lady Violet) a quelli indossati in questi anni dalle principesse più giovani.

Al costo di 5 sterline potete iscrivervi a questo link https://www.rct.uk/whatson/event/1044521/Digital-event:-Royal-Wedding-Dresses e seguire la chiacchierata comodamente seduti sul vostro sofà, magari sorseggiando un late afternoon tea.

Se quel giorno non poteste, o se non vi sentite sicuri del vostro inglese, nessun problema: Lady Violet non se lo perderà per niente al mondo

Meghan o non Meghan?

I tempi sono quelli che sono, la pandemia continua ad attraversare la terra col suo tragico carico; i royals come chiunque altro si muovono lo stretto indispensabile e appaiono soprattutto in videoconferenza. Gli argomenti per le chiacchiere sul sofà di Lady Violet sono drasticamente ridotti, ma nell’attesa di tempi migliori – per tutti, e in ultimo anche per questo blog – fortunatamente ogni tanto qualche notizia interessante arriva. Oggi sono ben due, e riguardano entrambe la riluttante-ma-non-troppo Duchessa di Sussex.

Nei prossimi mesi i Windsor celebreranno due importanti compleanni: il 21 aprile Sua Maestà compirà 95 anni, ma per una volta l’attenzione più che su di lei è puntata sul marito Philip, che il 10 giugno raggiungerà il traguardo del secolo. Se al momento nulla si sa di eventuali festeggiamenti per la regina, che immaginiamo più o meno privati come accade quasi sempre per il suo vero compleanno (e a maggior ragione in tempi di pandemia), è noto che il secondo fine settimana di giugno dovrebbe essere un lungo weekend di festa: giovedì 10 i cento anni di Philip e sabato 12 il tradizionale Trooping the Colour, appuntamento clou dell’anno reale, che celebra il compleanno ufficiale della sovrana. Quest’anno poi in quei giorni potrebbero esserci altri motivi per festeggiare, come la nascita del terzogenito di Zara Tindall, figlia della Princess Royal, prevista per la primavera inoltrata, o magari il battesimo del piccolino di Eugenie di York, il cui arrivo è atteso nel giro di qualche settimana. Comunque vadano le cose, si tratta di appuntamenti importanti per l’intera Royal Family, cui va aggiunta la cerimonia in memoria di Diana il 1 luglio, giorno in cui la principessa avrebbe compiuto sessant’anni: nei giardini di Kensington Palace verrà sistemata una sua statua commissionata dai figli. A quanto si sa Harry dovrebbe essere della partita e intervenire a tutti gli eventi di inizio estate, se il covid permetterà di svolgerli; Meghan invece sembra proprio di no. Qualche giorno fa è giunta notizia da Montecito che la duchessa (e con lei probabilmente anche il piccolo Archie, che non vede la famiglia britannica da un anno e mezzo) rimarrà in California senza accompagnare il marito. Ci si è affrettati a sottolineare che si tratta di decisione “personal and practical” da non leggere come una mancanza di rispetto (e ci mancherebbe pure, è il pensiero di Lady Violet) ma anzi quasi come una forma di cortesia, per non gravare sull’organizzazione e magari evitare i musi lunghi del Commonwealth Service dell’anno scorso, ultimo impegno ufficiale dei Sussex prima del buen retiro americano.

Sospendiamo ogni giudizio, ormai la situazione è tale che come si fa si sbaglia, però l’idea di quel bambino che cresce negli agi ma senza il legame speciale che si instaura tra cugini mi fa una gran tristezza; e mi piacerebbe vederlo alla cerimonia in ricordo della nonna che non conoscerà. Poi si sa, Diana e la sua memoria tornano sempre utili come dimostrato dal lancio del portale Archewell, dove Harry e Meghan hanno piazzato le foto delle loro madri, muse ispiratrici della loro appassionata attività sociale e umanitaria, o quello che è. Senza alcun riferimento ad altri tipo i padri, che nel caso di Meghan si può anche capire, nel caso di Harry magari meno. Ma si sa, Diana tira molto di più, e dato che i campi minati sono rischiosi, Madre Teresa è morta anche lei, e malati di AIDS da abbracciare scarseggiano – sia perché thanks God ce ne sono molti di meno, sia perché la pandemia impone di evitare gli abbracci – qualcosa tocca inventarsi. Oggi poi è venuta alla luce un’altra forma di omaggio nei confronti della principessa scomparsa, invero piuttosto bizzarra. Come riportato da vari media, un mese dopo la nascita di Archie, Meghan avrebbe fatto cancellare dal certificato di nascita del bambino (che qui vedete nella versione originale) i propri nomi di battesimo, Rachel Meghan, lasciando solo il titolo HRH The Duchess of Sussex, in ossequio a Diana, che sui certificati di nascita dei figli compariva soltanto come HRH The Princess of Wales.

L’impressione di Lady Violet è che il titolo di Duchi di Sussex sia ancora fondamentale per il loro business, almeno finché non si saranno costruiti una solida reputazione personale, e dunque ogni tanto vada ricordato. Un po’ come quelle signore appassionate sostenitrici del progresso femminile e della modernità, che però mantengono il cognome del marito ricco&famoso, ancorché divorziato. Ce ne sono ovunque, anche nel nostro Parlamento

Le foto del giorno – La Fête de Sainte Dévote

Il 27 gennaio si ricorda Sainte Dévote, martire di origine corsa e patrona della Corsica e del Principato, nonché protettrice della Famille Princière.

Il martirologio narra che la fanciulla si era votata a Dio, ma erano i primi anni del IV secolo, quelli della tremenda persecuzione di Diocleziano: Dévote fu arrestata in seguito a una delazione e torturata a morte. Il governatore romano della provincia diede ordine che il suo corpo fosse bruciato, ma fu trafugato dal prete Benenato, che con l’aiuto di Graziano a bordo di una barca fece rotta verso l’Africa con l’intento di dare alla martire una cristiana sepoltura. Una colomba, uscita dalla bocca della salma, indicò un’altra meta, la piccola valle di Les Gaumates, che ora è parte del Principato. La barca cambiò rotta, e finì per incagliarsi sulla riva contro un cespuglio di rose fiorito fuori stagione. Ricoverato in una piccola cappella costruita sul luogo dell’approdo, il corpo della martire iniziò presto a elargire miracoli. Passarono i secoli e una notte del 1070 un pirata rubò la cassa coi resti di Dévote con l’intento di chiedere un riscatto, ma si alzò un forte vento che impedì alla sua barca di prendere il largo; dopo il recupero della salma e la punizione del colpevole, la barca fu bruciata sulla spiaggia quale sacrificio di espiazione.

È per questo che il momento clou della festa di Sainte Dévote ogni anno la sera del 26 gennaio è l’incendio di una barca sulla spiaggia. Rito assai suggestivo che si collega idealmente a tutti i falò accesi nelle notti d’inverno per celebrare vari Santi (come le Farchie di Fara Filiorum Petri, in Abruzzo, per Sant’Antonio Abate), che ricalcano riti arcaici di evocazione della luce.

Una festa molto amata dai bambini, e i gemellini Grimaldi non fanno eccezione; come sempre la protagonista è Gabriella, estasiata davanti al fuoco, dopo aver contribuito ad accenderlo (il fratello Jacques invece se ne è restato a distanza di sicurezza). La piccola principessa era in total Dior: giaccone 3/4 più gonnellina più cappellino a quadretti di Vichy bianchi e rosa; completino delizioso, se non fosse per lo scivolone sugli accessori, sempre Dior: converse griffate e versione mini dell’iconica Lady Dior bag. Sorry, ma sono contrarissima ai bambini col logo in bella vista, e mi fanno pure una certa tristezza.

Converse griffate Dior pure per Jacques, che sembra aver imboccato la strada paterna per quanto riguarda l’orlo dei pantaloni, ma magari i suoi sono, come si diceva una volta, in crescenza. Su quelli Albert non diciamo più nulla, giusto? Dunque passiamo alla sua consorte. Charlène per l’occasione ha indossato uno di quei cappotti che sembrano fatti con i plaid per cavalli (non è una battuta ma una semplice osservazione). A me piacciono poco, ma trovo che questo firmato Akris, color amaranto con dettagli in pelle, a lei stia davvero bene. Mi piace molto anche il basco ben calcato in testa; una mise, compresi gli stivali, adatta anche all’occasione, mi compiaccio.

La mattina seguente cerimonia in Cattedrale – che custodisce altre reliquie della Santa – riservata ai sovrani, senza bambini, con la Princesse in total black Prada e basco magenta piazzato troppo indietro. La mise sarebbe anche bella – magari un po’ cupa per la mattina, complici anche gli occhialoni neri – ma il cappotto è veramente troppo over.

Inoltre l’abbinamento nero-magenta sembra eccessivamente vescovile, impressione aggravata dalla grossa croce indossata da Charlène. Che sta diventando piuttosto solita a questi look curiali; mi sa che quando si è convertita alla Chiesa di Roma ha fatto un po’ di confusione sui dettagli.

Republican chic shock e boh – Inauguration Day edition (parte prima)

Sessant’anni fa, il 20 gennaio 1961, John F. Kennedy giurava come 35° Presidente degli Stati Uniti, e una donna – sua moglie Jackie – faceva in qualche modo la storia inaugurando una stagione di stile, classe, eleganza, che dura tuttora. Ieri è entrato in carica il 46° Presidente, Joseph R. Biden Jr – il secondo cattolico alla White House dopo JFK – e un’altra donna ha fatto davvero la storia. Questa volta però non reggeva con grazia commossa la Bibbia su cui avrebbe giurato il marito; questa volta a giurare è stata lei, Kamala Deva Harris.

La Vice Presidente

Per le ventiquattr’ore che hanno cambiato la sua vita (e un po’ anche la nostra) Madam Vice President ha scelto brand americani non ancora celebri; la sera del 19, vigilia del giuramento, ha partecipato insieme con i Biden e suo marito Doug Emhoff – da oggi Second Gentleman degli USA – a una cerimonia al Lincoln Memorial, in onore delle vittime del covid in abito di maglia, stivali e un camel coat firmato Pyer Moss, brand fondato nel 2013 dallo stilista di origini haitiane Kerby Jean-Raymond. Che si è già fatto notare alla New York Fashion Week per poi distinguersi per l’impegno in prima persona durante la pandemia, ragione che immaginiamo avrà convinto Kamala. Stile classico e sensibilità sociale, unione perfetta, coronata dalla piccola bandiera appuntata su rever. Chic.

(Ph: Getty Images)

La mise del Vice President era probabilmente la più attesa, e lei non ci ha deluso ma ci ha confuso. Perché il cappotto scelto per il giuramento, firmato da Christopher John Rogers, era di un colore che virava a seconda della luce e delle riprese, piuttosto diverso da una foto all’altra. Appena l’ho visto mi sembrava viola, poi più indaco, mentre un’amica assai esperta di tessuti diceva royal blue. Alla fine i presenti e i giornali si sono espressi: purple, viola. Ed è partita la gara all’interpretazione. In molti hanno (abbiamo) pensato alle suffragette, che avevano scelto a rappresentarle tre colori: verde, bianco, viola, dato che in inglese le iniziali (G-green, W-white, V-violet) formano l’acronimo GWV cioè Give Women the Vote.

Tre colori, tre significati: lealtà per il viola, purezza per il bianco, speranza per il verde; negli USA poi al verde viene sostituito l’oro (Gold) con lo stesso significato di speranza (sarebbe interessante ragionare sul fatto che gli Americani ripongono la loro speranza nell’oro, ma questa è decisamente un’altra storia), ciò che a noi interessa è il viola come simbolo della forza e del potere delle donne, a suo tempo simbolo anche di Shirley Chisholm, prima donna nera ad essere eletta alla House of Representatives (nel 1968), prima, quattro anni dopo, a tentare – senza successo – la scalata alla White House.

Cromaticamente il viola è un colore secondario, che nasce dall’unione di blu e rosso, simbolo dell’unione del cielo e della terra; blu e rosso (col bianco) sono anche i colori della bandiera americana, nonché quelli dei due partiti: blu per i Democratici e rosso per i Repubblicani. Insomma, scelta perfetta; meno perfetto il modello: cappotto a un petto – tra l’altro inspiegabilmente abbottonato a destra – che tra la lunghezza e il taglio non la valorizzava affatto, tremende le calze e pure le scarpette di vernice, troppo delicate per tale signora, e pure per la giornata freddissima. Boh.

La First Lady

(Ph: Getty Images)

Jill Biden è una bella signora con origini italiane (i nonni erano siciliani), due lauree e una grande reputazione come insegnante. Per l’omaggio al Lincoln Memorial anche lei sceglie il viola, nel suo caso un bel melanzana; e anche lei punta su brand americani emergenti: bello il cappotto di Jonahan Cohen, fermato da un fiocco di velluto. Mi piace molto la scelta degli accessori: dalla mascherina creata dallo stesso designer con tessuti riciclati ai guanti color lavanda. Dimenticabili le scarpe nude, ma possiamo essere soddisfatti. Chic.

Per l’Inauguration Day la scelta è caduta sulla giovane Alexandra O’Neill e sul suo brand Markarian, fondato solo nel 2017. Il colore scelto, definito ocean blue, sicuramente dona molto alla bionda e delicata Jill (personalmente lo detesto, ma non importa); il tessuto un tweed percorso da microscopici svarowsky per riflettere la luce; la mise composta da un abito con sprone e maniche in chiffon e gonna definita da un pannello smerlato, più cappotto con collo sciallato e polsi in velluto; en pendant mascherina, guanti e scarpe.

Anche in questo caso il taglio del cappotto non mi convince, la insacca un po’ – nel bozzetto aveva una linea più interessante – e poi perché tutti quei bottoni? Boh.

La Second Lady uscente

Menzione d’onore a Karen Pence; col marito Mike – che certo non figura nel pantheon di Lady Violet – ci ha messo la faccia, salvando situazione e decoro. Perché l’assenza del Presidente uscente Trump è stata grave e penosa a un tempo; perché le cerimonie hanno una liturgia che va rispettata, e tali liturgie hanno un senso profondo. In politica la forma è sostanza, i due Presidenti insieme rappresentano la forza nella continuità; e se, come spesso accade, appartengono a partiti diversi, anche l’unità della nazione. Concetto che Ms Pence, anche lei una stimata insegnante, sembra avere ben chiaro. E dunque è arrivata col marito, sobriamente (pure troppo) vestita di nero con un bel cappotto semplice ma della sua taglia, indovinando persino le calze, pesanti e opache a modino. Chic, anche per la dignità.

Le ex First Ladies

Ve lo dico subito, c’è del viola anche qui. Andando a ritroso rispetto alla presenza alla White House, la prima è Michelle Obama; bello il cappotto di Sergio Hudson, bordeaux o melanzana a seconda della luce, perfetta la lunghezza, ben abbinato il pullover in una nuance più scura, brutti i pantaloni, in una punta di amaranto che stona col resto; è ilproblema del total color: bisogna abbinare con cura i tessuti o si rischia l’inguacchio. Anche il cinturone, alto in vita ad allungare le gambe, finisce per appesantire la figura, mentre la mascherina nera abbinata ai capelli abbondantemente boccolati rendono Michelle un po’ troppo dark. Pur potendo sfoggiare il migliore degli accessori, il favoloso marito Barack, in questo caso sono un po’ perplessa. Boh.

Laura Bush è una donna graziosa e garbata, non è mai stata una fashion icon, ha sempre tenuto un profilo piuttosto basso, e anche in questo caso conferma la sua natura. Va bene il filo di perle, bene le scarpe flat, bene i capelli freschi di shampoo, passi la borsetta ciondolante, ma il cappottino double grigio perla è veramente troppo stretto e troppo corto, e l’abitino che si intravvede pure. Shock.

Hillary Clinton non è stata solo una First Lady, ma anche la prima donna candidata alla presidenza. Anche lei in viola – nel suo caso il significato simbolico è praticamente certo – in una tonalità quasi fluo per il completo pantaloni e la sciarpa en pendant. Però la giacca è stretta e gli abbinamenti un incubo: cappotto marrone, guanti scarpe e mascherina neri. Pure Bill sembra lun po’ sconsolato osservarsi i piedi, calzati in un rispettabile 47 (giuro! l’ho incontrato). Shock.

Nancy Pelosi

La speaker della House of Representatives è donna di carettere e la sua decisione traspare anche dalle sue mise; per l’Inauguration Day sceglie un bel turchese per il giaccone con abbottonatura laterale, en pendant con la sciarpa e le scarpine da Cenerentola (ma dove diavolo le avrà trovate?). Turchese e blu sulla mascherina, guanti blu, e il tocco ulteriore di luce della gonna bianca che si intravede. Una grande bandiera appuntata su un rever completa la mise, e dimostra che Nancy ha appreso appieno la lezione sull’uso simbolico delle spille impartita da quella gran conoscitrice di Madeleine Albright. A patto che si cambi le scarpe, chic.

Bernie Sanders

Non sarà attento al look come le signore di cui sopra, ma rischia davvero di trasformarsi in una fashion con suo malgrado. Il senatore ha assistito al giuramento imbacuccato in giaccone Burton da 132,96 dollari, pantaloni uniqlo da 69,90 e un paio di imperdibili muffole tricottate con gli avanzi di lana da un’insegnante del suo stato, il Vermont. Anche il giaccone è prodotto in Vermont; esiste anche una limited edition che ritrae sul dorso la faccia del senatore. In questo scatto dov’è appartato e un po’ ingrugnito, Bernie Sanders, sempre in corsa e mai candidato, sembra incarnare il detto sempre damigella e mai sposa. Chi non si è mai sentito così? Chic.

As soon as possible la seconda parte, enjoy!