Festa grande a Copenaghen per gli ottant’anni della Regina Marghethe. O meglio, ce ne sarebbe una grande, grandissima, epocale, secondo gli usi di quella corte e i gusti della festeggiata. Ma è arrivato il Covid-19 a sparigliare le carte e dunque ci si è organizzati come si poteva.
La giornata per Margrethe è iniziata con lo staff di Palazzo riunito, mantenendo le debite distanze, a cantarle gli auguri – non la classica Happy Birthday ma una canzone tradizionale danese – che la sovrana ha accolto con gioia soddisfatta.
Affacciandosi dalla balaustra Sua Maestà ci ha donato la visione della sua robe de chambre: un ampio indumento – camicione da notte? vestaglione? abito da casa della bisnonna? – completato da un’ampia fascia per capelli che ha fatto sentire meno sole tutte le donne del mondo (almeno quello occidentale) che in questi giorni di romitaggio forzato si dividono tra ricrescita e maschere per il viso, anche quelle più improbabili, allo yogurt o all’avocado, alimenti che sembrano nati per finire spiaccicati sulla faccia.
Colleghi sovrani – alcuni dei quali sono anche suoi cugini – non hanno fatto mancare i loro videoauguri. Sarà finita qui? Qualcosa mi dice di no.
Breve succinto e compendioso, per un sovrano che ci ha abituati a una piacevole sobrietà.


Poi vi siete sedute a tavola, e lì vi siete sentite delle vere regine: timballi, casatielli, pastiere, invece delle scandinave polpette e patate, volete mettere?
Per la seconda volta in sei giorni Her Majesty torna a parlare al suo popolo, rivolgendo via social un augurio accorato e sentito. Per il nostro dispiacere la Regina non compare, ma la sua voce danza alla luce di una candela.
Ma l’intraprendente Sarah ha trovato subito un sostituto, nella persona dell’ex marito Andrew. Al quale non può fare che bene trovarsi un’occupazione, meglio ancora se benefica, hai visto mai che aiutare chi ha bisogno aiuti anche lui a migliorare la sua immagine pubblica, appannata dall’affaire Epstein.
Ed eccolo dunque nel giardino del Royal Lodge – la sua residenza a Windsor, dove lui (e probabilmente anche lei) trascorre questo periodo di lockdown – alle prese con la preparazione dei pacchetti da recapitare al vicino Thames Hospice. Le fotografie sono state pubblicate sul proprio account Instagram da Antonia Marshall, collaboratrice della duchessa, e riprese da alcuni tabloid.
E naturalmente i lettori si sono divisi tra chi ha apprezzato e chi l’ha considerata un’operazione cinica per ripulirsi l’immagine, e forse la coscienza.
Per completare la mise firmata Robinson Valentine – composta da abito in chiffon grigioazzurro con pardessous in seta pesante nella stessa tinta, punteggiato di tocchi d’oro – il geniale Philip Treacy pensa a un serto di piume dorate che sembrano spighe, a incoronare con classe la testa bionda, degno sostituto della classica tiara che tocca a ogni royal bride. La prima uscita di Camilla come Her Royal Highness è quasi un manifesto di quello che diventerà il suo stile da Duchessa di Cornovaglia: abiti e soprabiti di linea piuttosto semplice, adatti per fisico ed età, abbinati a cappelli di grande effetto, quasi sempre splendidi, quasi sempre firmati Philip Treacy.
Uno stile che si ritrova anche nei diademi abbinati alle mise di gala: se a volte l’abbiamo vista indossare la piccola tiara di famiglia, la Cubitt Shand, molto più spesso sfoggia una di quelle che le sono state assegnate dal forziere reale:
la Honeycomb, creata da Boucheron e lasciata in eredità alla Queen Mother dalla ricchissima e generosissima Lady Greville, e l’importantissima Delhi Durbar, commissionata al gioielliere Garrard da Queen Mary: una creazione degna di una Imperatrice dell’India.
Per tacere dei moltissimi splendidi choker di perle che ne adornano il collo.
La fotografia è stata scattata oggi nella residenza scozzese di Birkhall, e dimostra due cose: il Principe di Galles si è rimesso perfettamente (da due giorni è finito l’isolamento imposto ai due, che ora si sono riuniti); e anche lui a volte scivola sugli accessori. Da dove escono quei mocassini color crema? Va bene che è la Settimana Santa, ma perché mi volete far soffrire così?
Re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck nei giorni scorsi ha viaggiato per il Paese per verificare che le strutture sanitarie siano pronte ad affrontare l’emergenza e che le varie filiali della Food Corporation of Bhutan siano rifornire di derrate alimentari. Ha anche visitato negozi e laboratori di artigianato, per rendersi conto dei danni all’economia. Nel piccolo e appartato Bhutan il Covid-19 è arrivato lo scorso marzo, portato da un turista statunitense.
Il sovrano ha rapidamente deciso di chiudere le frontiere, preoccupato soprattutto dalla rapida diffusione dell’epidemia nella vicina India; la quarantena è stata fissata in 21 giorni, e coloro non in grado di autoisolarsi (a oggi circa tremila persone) sono ospitati in alberghi a spese dello stato. 
Una di quelle foto che dicono più di mille parole