Republican chic shock e boh – Governo Draghi special edition

Alle 11:57 di sabato 13 febbraio 2021 il Professor Mario Draghi ha giurato fedeltà alla Repubblica, divenendo così il Primo Ministro del sessantasettesimo Governo repubblicano. Lady Violet, pronta da tempo ad esaminare le mise scelte, è rimasta profondamente delusa dall’omologazione mostrata; ma siccome bisogna cucinare con gli ingredienti che si hanno noi ci proviamo lo stesso. Anche le fotografie sono poche, perciò vi invito a guardare il video in calce al post.

Mario Draghi Presidente del Consiglio ovvero l’uomo senza loden. Accomunato a volte al suo omonimo a capo di un altro Governo tecnico, noto portatore sano del classico cappotto tirolese, Draghi si distingue per l’abitudine a girare sempre col solo completo, a ogni latitudine e temperatura, incurante delle intemperie, il che potrebbe essergli utile nella nuova esperienza. Tale cambio di stile si è già apprezzato in vari ministri che sono stati visti entrare al Quirinale a passo di carica e senza cappotto nonostante le temperature rigide. Per il giuramento il Professore è andato sul sicuro, abito blu scuro e cravatta a mcrofantasia argento e bordeaux. Istituzionalmente chic.

(Ph: Antonio Masiello via Getty Images)

Les cinq Draguettes indecise tra citare il numero caro a mademoiselle Coco o una squadra di calcetto, ben cinque delle otto ministre erano vestite uguali: completo pantaloni nero e sottogiacca bianco. Per carità, si apprezza lo sfoggio di sobrietà in tempi delicati, ma una noia mortale, e il rischio di confondersi ed essere confuse.

Poche le differenze: banale as usual Mariastella Gelmini, Ministra Affari Regionali, che ha cercato di recitare la formula di rito ma si è bloccata a metà; austera Elena Bonetti, Ministra Famiglia e Pari Opportunità, che però all’arrivo aveva rallegrato la sua mise con un foulard colorato; lei il giuramento l’ha detto a memoria, brava! Ancor più austera Marta Cartabia, Ministra della Giustizia, ma la blusa bianca che spara fuori dalla giacca a un bottone anche no. Bella la giacca della neomamma Mara Carfagna, Ministra per il Sud, ma per l’occasione avrei evitato quei pantaloni stile acqua in casa. Insomma, boh.

Mi è piaciuta Maria Cristina Messa, Ministra per Università e Ricerca; (a sinistra): bella la giacca, e anche i pantaloni, e il dettaglio che ha messo in mostra firmando: il classico Square Tiffany. Piuttosto chic.

Sarà stata la fretta, o il timore dell’effetto Bellanova – lì però era proprio sbagliato il vestito, più adatto alla gioiosa leggerezza di un matrimonio che alla solennità di un giuramento al Quirinale – ma di fatto le già sparute quote rosa si sono vestite da uomo. Un giorno faremo un discorso sulla necessità delle donne di vestire in foggia maschile per farsi prendere sul serio, ma oggi vederle spiccare così poco mi ha un po’ intristita, confesso.

Luciana Lamorgese, Ministra dell’Interno è davvero una delle poche donne della sua generazione ad aver conquistato un ruolo solitamente considerato maschile; anche lei ha scelto blusa bianca e pantaloni neri, cui ha abbinato un soprabito ugualmente nero ma di velluto, tessuto pericolosissimo. E infatti, purtroppo, il risultato è uno shock.

Fabiana Dadone, Ministra Politiche Giovanili una delle due signore che hanno scelto la gonna; la palette è simile a quella delle altre ma ha osato di più: tailleur nero, blusa beige a ramages stilizzati neri, borsa superchic e scarpe con tacco assassino come lo spacco, un po’ troppo alto, anche perché lei non è altissima. Poi ho visto la ministra con la mise completa di pardessous. Shock.

Erika Stefani, Ministra per le Disabilità ha altezza e capigliatura degne di una valchiria; anche lei sceglie il bianco/nero: giacchino in tweed similChanel su total black: collo alto, gonna al ginocchio e calze opache (finalmente). Più segretaria spettinata ma efficiente che impeccabile ministra. Boh.

Veniamo ai signori, che hanno dato un grande dispiacere a Lady Violet: nessuno, nessuno col doppio polsino fermato da gemelli. Si va dalla giacca sbottonata su panza in bella vista dei ministri leghisti Giancarlo Giorgetti, Sviluppo Economico e Massimo Garavaglia, Turismo, al brutto completo grigio medio di Roberto Cingolani, Ambiente e Transizione Ecologica, maniche troppo lunghe e camminata alla romoletto. Leggendario Patrizio Bianchi, Istruzione: abito sformato grigio su pullover di lana blu; mi ha ricordato un suo famoso conterraneo, così distratto da mettersi in tasca la pipa accesa. Il Ministro Brunetta, Pubblica Amministrazione, probabilmente si serve da un sarto, ma temo debba cambiarlo. Shock.

Quanto agli altri, si è capito che ormai l’abito si compra già fatto, e si vede: giacche troppo corte, troppo strette, o entrambe (D’Incà, Rapporti col Parlamento, Guerini, Difesa, Franco, Economia) o con qualche difetto di troppo (Giovannini, Infrastrutture, e Patuanelli, Agricoltura, anche per lui il giuramento a memoria). Un po’ insaccato Dario Franceschini, Ministro della Cultura di lungo corso. Avrà giurato sempre con lo stesso vestito? Boh.

Ordinati Di Maio, Esteri; Orlando, Lavoro; Speranza, Salute; gli ultimi due con beneaugurante cravatta rossa. Speranza è il terzo – e ultimo – ministro a pronunciare il giuramento a memoria; lode a lui, elegantini tutti e tre.

Chic l’altissimo Vittorio Colao, Transazione Digitale, che è uomo di mondo e si vede; per lui un bel blu, peccato per il primo bottone sbottonato. Ma si sa, il diavolo si annida sempre nei dettagli.

Qui trovate il video della cerimonia https://www.youtube.com/watch?v=PflPfseaqas

Le foto del giorno – È Carnevale

Siamo probabilmente tutti concentrati in altro, e probabilmente chi non ha bambini se lo ricorda solo davanti a un vassoio di chiacchiere (non quelle di Lady Violet, ma le frappe, bugie, o crostoli) ma questi sono i giorni clou del Carnevale, che mai come quest’anno rischia di passare inosservato. Quale occasione migliore per una piccolissima rassegna di mise reali che replicano, o solamente citano il costume del personaggio della Commedia dell’Arte che Lady Violet ha sempre amato sopra ogni altro: Arlecchino.

Si inizia con un grande classico, che in effetti vi ho già mostrato (Happy Halloween!): Her Majesty Queen Elizabeth II, che il 1 dicembre 1999 partecipa alla Royal Variety Performance in scena al Birmingham Hippodrome con un incredibile abito da sera composto da gonna in squillante seta gialla (il colore varia un po’ a seconda della luce) e blusa in stampa ad arlecchineschi rombi; non è in maschera, ma lei è fuor di dubbio The Arlequeen. Questa mise fece un tale effetto da essere scelto, insieme con quello dell’incoronazione e altri cinque, per vestire una bambola simil-Barbie, ovviamente battezzata Lizzie.

L’origine di Arlecchino è antichissima, incarna lo spirito demoniaco che guida la processione dei dannati, diffuso in buona parte d’Europa; se ne può ritrovare traccia fino al diavolo Alichino, uno dei Malebranche protagonisti di un episodio dai toni comici nei canti XXI, XXII e XIII dell’Inferno. Non c’è però dubbio che quello più noto è il personaggio della Commedia dell’Arte, vestito del classico abito a losanghe colorate: è il servo ignorante ma furbo, il vero antagonista del potere costituito rappresentato in primis dal sovrano, dunque scelta perfetta nel giorno in cui si ribaltano i ruoli, come è il Carnevale che precede la sobrietà quaresimale, la notte di Halloween quando il mondo dei vivi e quello dei morti si rovesciano, o la Festa dei Folli, derivata dai Saturnalia romani, che si svolgeva a fine anno. Feste invernali, in attesa del ritorno della luce.

Questa fascinazione dei sovrani per il costume arlecchinesco, non necessariamente in veste di maschera, è davvero interessante; può dunque stupire che l’abbia indossato una delle sovrane più colte e legate al mondo teatrale?

Margrethe II deliziosa Arlecchina festeggia il nuovo anno, come da tradizione, insieme agli amici più cari: qui è al party di capodanno 2018 a tema The Nutcracker, lo Schiaccianoci, a casa della celebre star del balletto Susanne Heering. Accanto a lei il suo Arlecchino, il Principe Consorte Henrik, che morirà sei settimane dopo. Sicuramente meno impeccabile della moglie, ma in fondo altrettanto sicuramente fedele al suo stile.

Vederli – o piuttosto sbirciarli attraverso la porta – così sorridenti e complici, alla luce di ciò che sarebbe successo di lì a poco, stempera la tristezza in allegra tenerezza.

Ben prima delle due grandi regine, un’altra sovrana subì il fascino di Arlecchino: un abito ispirato al suo costume fu indossato da Ulrika Eleonora, Regina regnante di Svezia dal 1718 a1720, che abdicò poi in favore del marito Frederik von Hessen; questi salì al trono come Frederik I, con la moglie sua Regina Consorte. Non sappiamo quando quest’abito fu indossato, ma certo che è di eleganza e raffinatezza uniche.

Ne ha fatta di strada il goffo servitore, così povero da vestire di ritagli di stoffa!

Se volete vedere altri royals in costume, seguite il link Carnevale, ogni royal fancy dress vale

Queen Rania, fifty&fabulous (parte seconda)

Il 7 febbraio 1999 è l’Ascension Day di Re Abdullah II di Giordania; nel giorno in cui il padre muore il nuovo sovrano giura davanti al Parlamento. La cerimonia di intronazione (in Giordania manca una corona vera e propria) avviene il 9 giugno dello stesso anno, e in quel giorno per la prima volta il mondo può ammirare la bellezza e l’eleganza della nuova regina; quanti si sentivano orfani di Diana e del suo glamour hanno trovato una degna sostituta.

Nonostante il trucco pesante che la invecchia un po’ e le toglie freschezza, Rania risplende in un favoloso abito di Eliee Saab ispirato al costume tradizionale mediorentale, composto da un fourreau di seta beige e un pardessous ricamato. Le cronache dell’epoca attribuivano a questa mise un valore di 2.4 milioni di dollari, ma va detto che la sovrana ha indossato l’abito anche alla cerimonia per i 10 anni di regno, il che lo qualifica ufficialmente come investimento.

Se il Re di Giordania non ha corone da indossare neanche in quel giorno, la Regina sfoggia un pezzo di grande importanza; è la tiara firmata Cartier che il suocero Re Hussein donò alla terza moglie, l’amatissima Alia, morta a soli 28 anni precipitando con un elicottero. La tiara appartiene alla Principessa Haya – moglie in fuga da Mohammed bin Rashid Al Maktoum, emiro di Dubai e Premier degli Emirati, accusato di essere un violento padre-padrone – che l’ha spesso prestata alla cognata. Un gioiello di grande effetto, di gusto forse un po’ più orientale e anche un po’ eccessivo – soprattutto in abbinamento con gli orecchini en pendant – ma insomma, in fondo sempre di un’incoronazione si parla.

Tanto questo diadema è importante, quanto è minimal un altro gioiello che abbiamo spesso visto sui capelli di Rania negli eventi formali; creato da Boucheron nel 2008, è una tiara trasformabile non in collier ma in bracciale. è questo che la regina ha abbinato al famoso abito dell’incoronazione celebrando i 10 anni di regno; una versione più misurata di grande eleganza.

Firmata Boucheron anche una terza tiara indossata dalla sovrana: un tralcio di foglie d’edera in oro nero e smeraldi: un pezzo molto particolare e non facilissimo da portare; dato che però è comparsa sul real capo solo un paio di volte, probabilmente si trattava di un prestito della maison francese.

Questo lo stile della regina hashemita: un mix di tradizione e modernità, ispirazioni etniche e grandi griffe. A me piace moltissimo con gli abiti ispirati ai costumi del suo paese, eleganti e scenografici insieme.

Abiti che noi definiamo genericamente caftani, a che hanno nomi, modelli, origini e funzioni anche molto diverse. Rania – che peraltro veramente di rado appare velata – li indossa con un tocco glam che è veramente la sua marcia in più.

Spostando lo sguardo a occidente, la regina ama affidare la sua silhouette così sottile e aggraziata a quegli stilisti dalle linee più semplici e pulite, con una predilezione per Prada e Armani, che l’ha vestita con due degli abiti da sera più belli mai visti.

E poi Valentino, Dior, Givenchy, Fendi, Balenciaga, Vuitton; scelte sicure per uno uno stile urbano e chic, e ogni tanto qualche errore qua e là, tanto per non sembrare troppo perfetta. Mise sempre interessanti, che sia il blu Vuitton indossato per un incontro sulla pace ad Assisi, l’insieme rosa chiarissimo che abbina la blusa al pantapalazzo per la visita alla White House, la gonna a raggi bianchi e neri indossati a Madrid o addirittura il completo Zara.

Con qualche coup de théâtre, tipo la kefiah indossata sul completo a righe, o il nero rigoroso ed elegante in visita a Papa Francesco, col capo coperto da una stola di chiffon bianco, un look che più Audrey non si può.

Invitata di riguardo ai tanti royal wedding degli ultimi anni, non sempre secondo me ha indovinato la mise. A Stoccolma, in lungo per le nozze tra la Principessa Ereditaria Victoria e il suo David era in viola Armani. Nonostante lo stilista (e il colore) all’epoca non mi piacque, e oggi francamente nemmeno. Dalle maniche diverse alla cofana di capelli cotonati tutto troppo pasticciato (e mi asterrò sul frac del Re). E poi perché quel plateau, se già sovrasta il marito?

Per la Boda Real che il 22 maggio unì Felipe a Letizia era veramente splendida in Givenchy Haute Coture; purtroppo aveva ignorato il dress code che prevedeva abito corto e cappello, e certo quella magnifica gonna abbinata a una semplice camicia bianca non può essere contrabbandata come abito tradizionale.

La perfezione non è di questa terra, per fortuna.

La prima parte del post dedicato a Rania lo trovate qui Queen Rania, fifty&fabulous (parte prima)

Le foto del giorno – La Fête de Sainte Dévote

Il 27 gennaio si ricorda Sainte Dévote, martire di origine corsa e patrona della Corsica e del Principato, nonché protettrice della Famille Princière.

Il martirologio narra che la fanciulla si era votata a Dio, ma erano i primi anni del IV secolo, quelli della tremenda persecuzione di Diocleziano: Dévote fu arrestata in seguito a una delazione e torturata a morte. Il governatore romano della provincia diede ordine che il suo corpo fosse bruciato, ma fu trafugato dal prete Benenato, che con l’aiuto di Graziano a bordo di una barca fece rotta verso l’Africa con l’intento di dare alla martire una cristiana sepoltura. Una colomba, uscita dalla bocca della salma, indicò un’altra meta, la piccola valle di Les Gaumates, che ora è parte del Principato. La barca cambiò rotta, e finì per incagliarsi sulla riva contro un cespuglio di rose fiorito fuori stagione. Ricoverato in una piccola cappella costruita sul luogo dell’approdo, il corpo della martire iniziò presto a elargire miracoli. Passarono i secoli e una notte del 1070 un pirata rubò la cassa coi resti di Dévote con l’intento di chiedere un riscatto, ma si alzò un forte vento che impedì alla sua barca di prendere il largo; dopo il recupero della salma e la punizione del colpevole, la barca fu bruciata sulla spiaggia quale sacrificio di espiazione.

È per questo che il momento clou della festa di Sainte Dévote ogni anno la sera del 26 gennaio è l’incendio di una barca sulla spiaggia. Rito assai suggestivo che si collega idealmente a tutti i falò accesi nelle notti d’inverno per celebrare vari Santi (come le Farchie di Fara Filiorum Petri, in Abruzzo, per Sant’Antonio Abate), che ricalcano riti arcaici di evocazione della luce.

Una festa molto amata dai bambini, e i gemellini Grimaldi non fanno eccezione; come sempre la protagonista è Gabriella, estasiata davanti al fuoco, dopo aver contribuito ad accenderlo (il fratello Jacques invece se ne è restato a distanza di sicurezza). La piccola principessa era in total Dior: giaccone 3/4 più gonnellina più cappellino a quadretti di Vichy bianchi e rosa; completino delizioso, se non fosse per lo scivolone sugli accessori, sempre Dior: converse griffate e versione mini dell’iconica Lady Dior bag. Sorry, ma sono contrarissima ai bambini col logo in bella vista, e mi fanno pure una certa tristezza.

Converse griffate Dior pure per Jacques, che sembra aver imboccato la strada paterna per quanto riguarda l’orlo dei pantaloni, ma magari i suoi sono, come si diceva una volta, in crescenza. Su quelli Albert non diciamo più nulla, giusto? Dunque passiamo alla sua consorte. Charlène per l’occasione ha indossato uno di quei cappotti che sembrano fatti con i plaid per cavalli (non è una battuta ma una semplice osservazione). A me piacciono poco, ma trovo che questo firmato Akris, color amaranto con dettagli in pelle, a lei stia davvero bene. Mi piace molto anche il basco ben calcato in testa; una mise, compresi gli stivali, adatta anche all’occasione, mi compiaccio.

La mattina seguente cerimonia in Cattedrale – che custodisce altre reliquie della Santa – riservata ai sovrani, senza bambini, con la Princesse in total black Prada e basco magenta piazzato troppo indietro. La mise sarebbe anche bella – magari un po’ cupa per la mattina, complici anche gli occhialoni neri – ma il cappotto è veramente troppo over.

Inoltre l’abbinamento nero-magenta sembra eccessivamente vescovile, impressione aggravata dalla grossa croce indossata da Charlène. Che sta diventando piuttosto solita a questi look curiali; mi sa che quando si è convertita alla Chiesa di Roma ha fatto un po’ di confusione sui dettagli.

Republican chic shock e boh – Inauguration Day edition (parte seconda)

Gli artisti

Confesso di essere rimasta piuttosto colpita dalla giovanissima poetessa Amanda Gorman, che non conoscevo. Scelta dalla First Lady, donna di vasta e profonda cultura, Amanda ha portato sul palco passione e forza e speranza e unità e luce. Luce incarnata dal quel delizioso cappotto giallo limone di Prada, coraggiosamente abbinato a un bandeau rosso indossato come una corona. Amanda, la ragazzina nera che dimostra meno dei suoi 22 anni, cresciuta da una madre single, che sogna un giorno di diventare presidente e intanto partecipa a un altro giuramento: l’essenza del sogno americano.

Se guardate con attenzione la fotografia, al medio della mano destra di Amanda brilla un anello particolare: un uccellino in gabbia. È un dono di una delle sue più celebri fan, Oprah Winfrey, e in un bel gioco simbolico rimanda a Caged bird poesia di Maya Angelou, che a sua volta presenziò a una inaugurazione, quella di Bill Clinton nel 1992. Chic.

Gli ospiti musicali

Mi scuso per il titolo di tono sanremese, ma non vorrei fosse dimenticata la performance di Garth Brooks, che ha cantato a cappella Amazing Grace, il celebre inno scritto da quel John Newton che dopo aver lavorato per i trafficanti di schiavi ricevette da Dio la straordinaria grazia della conversione. Se ve lo siete perso trovate un link in fondo; sulle tv italiche Brooks, liquidato come “cantante country col tipico cappello” è stato bypassato a favore dell’inserto pubblicitario.

Tutti invece hanno visto Lady Gaga e Jennifer Lopez, che con le loro mise hanno riproposto il feroce antagonismo tra due grandi signore della moda che accese vari decenni del secolo scorso: Elsa Schiaparelli e Coco Chanel. Schiaparelli Haute Couture la scelta di Lady Gaga, che ha cantato l’inno nazionale. Il texano Daniel Roseberry, direttore artistico della maison dal 2019, ha creato per lei – in una settimana, sembra – un abito really impressive che ha deliziato alcuni, scioccato altri. Per il momento più altamente simbolico i colori scelti il rosso e il blu che col bianco compongono la bandiera Stars&Stripes: (e rappresentano i due schieramenti politici); un giacchino in cachemire blu scuro che si allungava sui fianchi fino a far esplodere un’enorme gonna in faille di seta scarlatta.

Avrei evitato quella pettinatura da babushka, passata comunque quasi inosservata davanti all’enorme spilla in foggia di picassiana colomba della pace (finalmente la pace nel mondo!). Sicuramente molto grande, probabilmente troppo per la cantante, così minuta, ma sicuramente bilanciata dal volume della gonna. Certamente la mise più chiacchierata e divisiva, adorata e detestata. Lady Violet pensa intanto che se dovessimo usare come metro il gusto personale la discussione finirebbe subito; è ovvio che ciascuno consideri il proprio il migliore che c’è, e ammiri chi ne ha uno affine, anche tra chi gli abiti li crea. Ed è altrettanto ovvio che se il gusto è insindacabile ogni signora prediliga il suo e lo segua. Se vogliamo fare un passo in più, bisogna ricordare che anche gli abiti sono un codice, e i codici appartengono alla cultura che li genera; ma le culture, anche se simili, non sono uguali. Personalmente penso che quello di Lady Gaga più che un abito sia un costume, un abito di scena eccentrico quanto lei, e per questo spettacolo secondo me funzionava bene. Noi non lo metteremmo mai? Amen signore, direi che ci faremo il problema quando saremo chiamate a cantare l’inno nazionale al giuramento di un presidente. Fatemi però spendere due parole anche sulla spilla; io riconosco la massima autorevolezza nel campo a due gran dame: la prima è HM Queen Elizabeth, aiutata sia dalla signorilità regale del tratto sia dalla ricchezza inarrivabile del proprio scrigno. L’altra è Madeline Albright. Nata a Praga nel 1937 e naturalizzata statunitense, negli otto anni della presidenza Clinton è stata prima ambasciatore all’ONU, poi Segretario di Stato.

Appassionata collezionista di spille, sia preziose sia di bigiotteria, non solo ne ha indossate di ogni forma e grandezza – senza farsi mai limitare dall’altezza non proprio svettante – ma le ha usate sempre per lanciare metamessaggi, come raccontato con grande accuratezza dalla mostra Read my pins, che Lady Violet vide al Museum of Arts and Design di New York nel 2010. Indovinate? Anche in quella collezione c’è una spilla, parte di un set, molto simile a quella sfoggiata da Miss Germanotta. Qual è dunque il giudizio di Lady Violet sulla sua pari grado? Né chic, né shock, né boh, sublime.

Jennifer Lopez, in total white Chanel, è la dimostrazione che una mise uscita da una celebre maison non è condizione sufficiente per essere chic, e forse nemmeno necessaria. Un cappotto troppo grande lasciato aperto mostra una classica blusa col fiocco, pantaloni lunghissimi a coprire le scarpe con superplateau che le donano la grazia di Popeye, maniche anch’esse troppo lunghe che finiscono con l’assembrarsi coi polsini della camicia e i bracciali fitti di perle. Un insieme confuso e “sporco” nonostante il candore, senza un grammo dello chic codificato da Mademoiselle Coco. Inquietante il fondotinta color terracotta, a meno che non fosse una voluta citazione dei gloriosi capi indiani. Augh. Shock.

La First Lady uscente

Impossibile non parlare dell’uscita di scena di Melania, che ha attirato commenti adoranti e critiche severe (oltre a offese odiose, che alle donne non si risparmiano mai). I Trump se ne sono andati la mattina del 20, senza partecipare al passaggio delle consegne; scelta grave e ingiustificabile, uno sgarbo inemendabile nei confronti non solo del nuovo Presidente, ma del Paese intero. Per il suo farewell outfit, prima di raggiungere la tenuta di famiglia in Florida, Melania ha usato l’artiglieria pesante: giacchino Chanel con maniche 3/4, tubino Dolce&Gabbana, scarpe Louboutin, Birkin Hermès in coccodrillo, occhialoni da diva. Una mise très chic – secondo me più adatta al giorno inoltrato che alle otto di mattina – che oggettivamente le stava da dea. Ho sempre trovato la signora Trump statuaria, sia per la perfezione dell’aspetto sia per il marmoreo calore che emana; nel ruolo che ha appena abbandonato non credo passerà alla storia, probabilmente penalizzata anche dall’essere straniera, e dall’avere degli Stati Uniti un’immagine parziale colta da un osservatorio privilegiato. Se vogliamo anche in questo caso ricorrere ai codici di comunicazione, vedo in quest’ultima la riaffermazione di ciò che le si è sempre riconosciuto: bellezza, gusto nel vestire, un bel portamento (e diciamolo, pure la capacità di camminare con grazia su un prato col tacco 12). Inutile fare la lista della spesa, il marito è notoriamente milionario; milionario in debiti si dice da più parti, il che potrebbe in parte spiegare la necessità di un’ostentazione che francamente evitabile dato il momento e il ruolo: secondo Lady Violet anche in questo caso less is more. Due righe a parte le merita la borsa: so che è considerata di gran lusso, che è l’oggetto del desiderio di moltissime signore che purtroppo difficilmente riusciranno a possederla, ma la borsa di coccodrillo per me proprio no. Ha vissuto il suo momento d’oro negli anni ’50 e ’60, quando era uno status symbol quanto e più del visone, simbolo di prestigio e lusso a causa della difficoltà di reperirne la pelle. Ma da quando i coccodrilli sono usciti dal mito per essere allevati come fossero trote nelle paludi della Florida, si è perso il valore del lusso, rimanendo tutt’al più quello del costo. A meno che Melania, giustappunto ricollocata in Florida, voglia a sua volta impiantare qualche allevamento nella tenuta di Mar-a-Lago, nel qual caso sarebbe un’abile mossa di marketing. Personalmente non posso separare l’idea dalla borsa di coccodrillo da un ricordo d’infanzia: uno zio ingegnere trasferito da decenni in Venezuela tornò una volta in Italia portando con sé pelli di coccodrillo per le sorelle, e non so perché volle omaggiare mio padre di un piccolo coccodrillo vero, impagliato, che prima di essere spedito in cantina fu riposto sul ripiano più altro della libreria. Da dove ogni tanto mio fratello e io lo tiravamo giù per spaventare gli ospiti. Sarei disposta a un’unica eccezione: le scarpine in coccodrillo bordeaux con la punta in seta nera che una delle donne più eleganti del mondo, Consuelo Crespi, si dice indossasse sotto gli abiti da sera. Ma qui siamo davvero nel mito.

Sbarcando dall’Air Force One in Florida, Melania ha sorpreso tutti con un radicale cambio di look: via il nero e avanti la fantasia tra l’etnico e il geometrico dell’abito Gucci, con le G del logo in bella vista, sia mai non si capisse il brand; via anche le Loboutin, al suo posto un paio di Roger Vivier quasi flat, che certo rendono diversa la camminata. Se le sarà messe per scappare da Donald, visto che non s’è fermata neanche davanti davanti ai microfoni della stampa? Vedremo. Chic ma non elegante.

Dulcis in fundo

La pandemia ha impedito lo svolgimento dei tradizionali balli che chiudono l’Inauguration Day, al loro posto uno spettacolo ricco di artisti capitanati da Tom Hanks. La nuova First Lady ha scelto un insieme di Gabriela Hearst ricchissimo di simboli (pure troppo): l’abito replica il modello di quello indossato la mattina, un tubino con sprone e maniche di chiffon ricamato di fiori, gli stessi che compaiono sull’orlo del cappottino en pendant. Non fiori a caso, ma quelli che rappresentano i 50 Stati dell’Unione. All’interno del pardessous era ricamata una famosa frase sul valore dell’insegnamento di Benjamin Franklin. Perché anche all’interno della White House Jill si sia tenuta i guanti bianchi, infilandoli sotto il delicato polsino, resta francamente un mistero.

Tutta la mise è un grande boh.

Chiudiamo con quella che per Lady Violet è l’immagine più tenera dell’Inauguration Day: il nuovo Presidente assiste allo spettacolo con in braccio il nipotino Beau, ultimo nato del figlio Hunter. Il bimbo ha lo stesso nome dello zio, il primogenito di Biden, scomparso nel 2015 per un tumore cerebrale. Era lui che nei desideri del padre avrebbe dovuto correre per la White House, e sembra che anche durante il giorno del giuramento il padre abbia detto che avrebbe voluto vedere il figlio al posto suo. Ma a volte ai genitori capita anche questo, prestare le gambe e camminare al posto di chi non c’è più.

Qui trovate il video di Garth Brooks https://www.youtube.com/watch?v=kr8H2bFzOY8

Republican chic shock e boh – Inauguration Day edition (parte prima)

Sessant’anni fa, il 20 gennaio 1961, John F. Kennedy giurava come 35° Presidente degli Stati Uniti, e una donna – sua moglie Jackie – faceva in qualche modo la storia inaugurando una stagione di stile, classe, eleganza, che dura tuttora. Ieri è entrato in carica il 46° Presidente, Joseph R. Biden Jr – il secondo cattolico alla White House dopo JFK – e un’altra donna ha fatto davvero la storia. Questa volta però non reggeva con grazia commossa la Bibbia su cui avrebbe giurato il marito; questa volta a giurare è stata lei, Kamala Deva Harris.

La Vice Presidente

Per le ventiquattr’ore che hanno cambiato la sua vita (e un po’ anche la nostra) Madam Vice President ha scelto brand americani non ancora celebri; la sera del 19, vigilia del giuramento, ha partecipato insieme con i Biden e suo marito Doug Emhoff – da oggi Second Gentleman degli USA – a una cerimonia al Lincoln Memorial, in onore delle vittime del covid in abito di maglia, stivali e un camel coat firmato Pyer Moss, brand fondato nel 2013 dallo stilista di origini haitiane Kerby Jean-Raymond. Che si è già fatto notare alla New York Fashion Week per poi distinguersi per l’impegno in prima persona durante la pandemia, ragione che immaginiamo avrà convinto Kamala. Stile classico e sensibilità sociale, unione perfetta, coronata dalla piccola bandiera appuntata su rever. Chic.

(Ph: Getty Images)

La mise del Vice President era probabilmente la più attesa, e lei non ci ha deluso ma ci ha confuso. Perché il cappotto scelto per il giuramento, firmato da Christopher John Rogers, era di un colore che virava a seconda della luce e delle riprese, piuttosto diverso da una foto all’altra. Appena l’ho visto mi sembrava viola, poi più indaco, mentre un’amica assai esperta di tessuti diceva royal blue. Alla fine i presenti e i giornali si sono espressi: purple, viola. Ed è partita la gara all’interpretazione. In molti hanno (abbiamo) pensato alle suffragette, che avevano scelto a rappresentarle tre colori: verde, bianco, viola, dato che in inglese le iniziali (G-green, W-white, V-violet) formano l’acronimo GWV cioè Give Women the Vote.

Tre colori, tre significati: lealtà per il viola, purezza per il bianco, speranza per il verde; negli USA poi al verde viene sostituito l’oro (Gold) con lo stesso significato di speranza (sarebbe interessante ragionare sul fatto che gli Americani ripongono la loro speranza nell’oro, ma questa è decisamente un’altra storia), ciò che a noi interessa è il viola come simbolo della forza e del potere delle donne, a suo tempo simbolo anche di Shirley Chisholm, prima donna nera ad essere eletta alla House of Representatives (nel 1968), prima, quattro anni dopo, a tentare – senza successo – la scalata alla White House.

Cromaticamente il viola è un colore secondario, che nasce dall’unione di blu e rosso, simbolo dell’unione del cielo e della terra; blu e rosso (col bianco) sono anche i colori della bandiera americana, nonché quelli dei due partiti: blu per i Democratici e rosso per i Repubblicani. Insomma, scelta perfetta; meno perfetto il modello: cappotto a un petto – tra l’altro inspiegabilmente abbottonato a destra – che tra la lunghezza e il taglio non la valorizzava affatto, tremende le calze e pure le scarpette di vernice, troppo delicate per tale signora, e pure per la giornata freddissima. Boh.

La First Lady

(Ph: Getty Images)

Jill Biden è una bella signora con origini italiane (i nonni erano siciliani), due lauree e una grande reputazione come insegnante. Per l’omaggio al Lincoln Memorial anche lei sceglie il viola, nel suo caso un bel melanzana; e anche lei punta su brand americani emergenti: bello il cappotto di Jonahan Cohen, fermato da un fiocco di velluto. Mi piace molto la scelta degli accessori: dalla mascherina creata dallo stesso designer con tessuti riciclati ai guanti color lavanda. Dimenticabili le scarpe nude, ma possiamo essere soddisfatti. Chic.

Per l’Inauguration Day la scelta è caduta sulla giovane Alexandra O’Neill e sul suo brand Markarian, fondato solo nel 2017. Il colore scelto, definito ocean blue, sicuramente dona molto alla bionda e delicata Jill (personalmente lo detesto, ma non importa); il tessuto un tweed percorso da microscopici svarowsky per riflettere la luce; la mise composta da un abito con sprone e maniche in chiffon e gonna definita da un pannello smerlato, più cappotto con collo sciallato e polsi in velluto; en pendant mascherina, guanti e scarpe.

Anche in questo caso il taglio del cappotto non mi convince, la insacca un po’ – nel bozzetto aveva una linea più interessante – e poi perché tutti quei bottoni? Boh.

La Second Lady uscente

Menzione d’onore a Karen Pence; col marito Mike – che certo non figura nel pantheon di Lady Violet – ci ha messo la faccia, salvando situazione e decoro. Perché l’assenza del Presidente uscente Trump è stata grave e penosa a un tempo; perché le cerimonie hanno una liturgia che va rispettata, e tali liturgie hanno un senso profondo. In politica la forma è sostanza, i due Presidenti insieme rappresentano la forza nella continuità; e se, come spesso accade, appartengono a partiti diversi, anche l’unità della nazione. Concetto che Ms Pence, anche lei una stimata insegnante, sembra avere ben chiaro. E dunque è arrivata col marito, sobriamente (pure troppo) vestita di nero con un bel cappotto semplice ma della sua taglia, indovinando persino le calze, pesanti e opache a modino. Chic, anche per la dignità.

Le ex First Ladies

Ve lo dico subito, c’è del viola anche qui. Andando a ritroso rispetto alla presenza alla White House, la prima è Michelle Obama; bello il cappotto di Sergio Hudson, bordeaux o melanzana a seconda della luce, perfetta la lunghezza, ben abbinato il pullover in una nuance più scura, brutti i pantaloni, in una punta di amaranto che stona col resto; è ilproblema del total color: bisogna abbinare con cura i tessuti o si rischia l’inguacchio. Anche il cinturone, alto in vita ad allungare le gambe, finisce per appesantire la figura, mentre la mascherina nera abbinata ai capelli abbondantemente boccolati rendono Michelle un po’ troppo dark. Pur potendo sfoggiare il migliore degli accessori, il favoloso marito Barack, in questo caso sono un po’ perplessa. Boh.

Laura Bush è una donna graziosa e garbata, non è mai stata una fashion icon, ha sempre tenuto un profilo piuttosto basso, e anche in questo caso conferma la sua natura. Va bene il filo di perle, bene le scarpe flat, bene i capelli freschi di shampoo, passi la borsetta ciondolante, ma il cappottino double grigio perla è veramente troppo stretto e troppo corto, e l’abitino che si intravvede pure. Shock.

Hillary Clinton non è stata solo una First Lady, ma anche la prima donna candidata alla presidenza. Anche lei in viola – nel suo caso il significato simbolico è praticamente certo – in una tonalità quasi fluo per il completo pantaloni e la sciarpa en pendant. Però la giacca è stretta e gli abbinamenti un incubo: cappotto marrone, guanti scarpe e mascherina neri. Pure Bill sembra lun po’ sconsolato osservarsi i piedi, calzati in un rispettabile 47 (giuro! l’ho incontrato). Shock.

Nancy Pelosi

La speaker della House of Representatives è donna di carettere e la sua decisione traspare anche dalle sue mise; per l’Inauguration Day sceglie un bel turchese per il giaccone con abbottonatura laterale, en pendant con la sciarpa e le scarpine da Cenerentola (ma dove diavolo le avrà trovate?). Turchese e blu sulla mascherina, guanti blu, e il tocco ulteriore di luce della gonna bianca che si intravede. Una grande bandiera appuntata su un rever completa la mise, e dimostra che Nancy ha appreso appieno la lezione sull’uso simbolico delle spille impartita da quella gran conoscitrice di Madeleine Albright. A patto che si cambi le scarpe, chic.

Bernie Sanders

Non sarà attento al look come le signore di cui sopra, ma rischia davvero di trasformarsi in una fashion con suo malgrado. Il senatore ha assistito al giuramento imbacuccato in giaccone Burton da 132,96 dollari, pantaloni uniqlo da 69,90 e un paio di imperdibili muffole tricottate con gli avanzi di lana da un’insegnante del suo stato, il Vermont. Anche il giaccone è prodotto in Vermont; esiste anche una limited edition che ritrae sul dorso la faccia del senatore. In questo scatto dov’è appartato e un po’ ingrugnito, Bernie Sanders, sempre in corsa e mai candidato, sembra incarnare il detto sempre damigella e mai sposa. Chi non si è mai sentito così? Chic.

As soon as possible la seconda parte, enjoy!

La foto del giorno – La famille princière

Questa è la nuova fotografia ufficiale di Albert II de Monaco e famiglia; nel caso interessasse è disponibile da oggi nei negozi di souvenir del Principato (i proventi andranno ovviamente in beneficienza).

(Ph: Eric Mathon/Palais princier)

La prima cosa che balza all’occhio è che la Princesse probabilmente attraversa una fase Cromwelliana, nel senso di Oliver Cromwell e i suoi Roundheads. Che erano i Puritani inglesi, sprezzantemente definiti così dato che portavano i capelli corti (l’immortale taglio con la scodella) in contrasto con gli aristocratici e le loro voluminose capigliature boccolate. Ora, siccome i suddetti Roundheads fecero la rivoluzione contro il re, sospesero la monarchia e decapitarono il povero Charles I (che spesso gli Inglesi inventano le cose e i Francesi se ne prendono il merito), per la moglie di un sovrano sarebbe forse più prudente evitare certe citazioni.

Accantonate le divagazioni storiche, passiamo alla cronaca. Il Principe appare come sempre sorridente e beatamente soddisfatto della sua famiglia; abito blu, camicia e cravatte azzurre, la posa ci impedisce di vedere l’orlo dei pantaloni, e probabilmente è un bene. Il figlio ed erede Jacques è la versione mini me del padre: vestito identico e deliziosa espressione sorniona. Al contrario della sua gemella Gabriella, con una faccia piuttosto schifata; secondo me è la gorgière che le hanno piazzato in collo, sia mai che il tulle della gonna si sentisse solo. La piccola principessa è vestita Dior: un abitino che tulle a parte nasce con un semplice giro collo senza fronzoli, e una ragione ci sarà. Dior anche per Charlène: la tuta bianca, così abbondante, forse vista in piedi si apprezza meglio, così tutto quel tessuto è francamente terribile, sembra un brutto lenzuolo messo a coprire le gambe (e personalmente detesto le lunghezze esagerate). Molto interessante il collier, anch’esso Dior, che però mi conferma nella mia impressione: al di là del gusto, ovviamente personale, il problema di Charlène sono i volumi.

Chi è appassionato di iconografia principesca, o ha buona memora, o solo qualche anno in più, probabilmente avrà notato la posa, un classico della famiglia Grimaldi; evitando fastidiosi paragoni quello che colpisce è che nella foto più recente mi sembra mancare quell’aura speciale, quel tocco di magia che rende le monarchie così affascinanti. Quel dommage.

Una novità e un ricordo

Qualche giorno prima di Natale la Maison Chanel ha annunciato di aver scelto la nuova testimonial: Charlotte Casiraghi.

Testimonial che ha l’incarico di passare definitivamente il testimone da Karl Lagerfeld, scomparso ormai quasi due anni fa (Adieu Karl) a Virginie Viard, che ha sostituito Kaiser Karl come direttore creativo Chanel. Charlotte non porta in dote solo la bellezza, ma una lunga consuetudine familiare con la maison, sigillata dalla grande amicizia tra sua madre e lo stilista tedesco.

E tutta vestita Chanel, ormai il suo marchio di fabbrica, declinato nel classico black&white, è comparsa la madre principessa sei settimane fa alla festa nazionale del Principato, un’uscita che ha fatto parlare soprattutto per i capelli, insolitamente grigi.

Poi non l’abbiamo vista più, ma oggi non possiamo fare a meno di dedicarle un pensiero, nel giorno che sarebbe stato il trentasettesimo anniversario del matrimonio con Stefano Casiraghi. Me lo ricordo bene quel giorno, quindici mesi dopo lo shock dell’improvvisa morte di Grace sulla Rocca tornava a splendere il sole; una grande felicità che finì in tragedia pochi anni dopo. Sarà per la giornata grigia e un po’ triste, ma ci penso da stamattina. Se anche voi oggi vi sentite un po’ così, questo è il post A Royal Calendar – 29 dicembre 1983.

Un royal wedding di 60 anni fa

Il 15 dicembre di sessant’anni fa Bruxelles è vestita a festa: si sposa il Re.

Baudouin ha 30 anni e siede sul trono dei Belgi dal 16 luglio 1951, quando non ne aveva ancora ventuno. A cinque anni perde la madre, l’amata e giovanissima Regina Astrid, morta in un incidente stradale. Di anni ne ha nove quando scoppia la guerra; pochi mesi dopo i Tedeschi invadono il Belgio violandone la neutralità, e la famiglia reale finisce reclusa nel Castello di Laeken. Quattro anni dura la segregazione, poi finisce internata in campo di concentramento, da dove viene finalmente liberata dalla truppe alleate.

I Belgi però non perdonano a Leopold III il comportamento tenuto durante il conflitto, né il secondo matrimonio con Mary Lilian Baels; scoppia la questione reale, il Re va in esilio in Svizzera e il quindicenne Baudouin lo segue. Finalmente nel 1950 un referendum consente a Leopold III di rientrare, ma il sovrano preferisce lasciare il trono al figlio. Baudouin è un uomo timido, serio, sobrio, riservato. Ed è solo. Il ruolo di sovrano di un paese cattolico, sostenuto tra l’altro da una profonda fede religiosa, richiederebbe al suo fianco una fanciulla di sangue blu appartenente alla Chiesa di Roma, e a un certo punto all’orizzonte ne compare una. L’Infanta Pilar, figlia maggiore di Don Juan, Conte di Barcellona (padre del Rey Emérito Juan Carlos) ha vent’anni, e la sua famiglia cerca con discrezione un marito per lei.

Pilar è una ragazza volitiva, con una solida struttura fisica e il naso aristocratico ma importante dei Borbone. Viaggia spesso accompagnata da Doña Fabiola de Mora y Aragón, nobile fanciulla che ha otto anni più di lei, un aspetto e un comportamento ispirati alla sobrietà e all’understatement. Difficilmente questa potrebbe oscurare quella, ma è proprio ciò che accade: Baudouin le incontra, non resta particolarmente impressionato da Pilar ma con Fabiola è il coup de foudre. Il 22 settembre 1960 l’annuncio del fidanzamento (qui trovate il delizioso servizio della Settimana Incom https://youtu.be/VmBM5nRRYj0).

Fabiola non sembrerà una star hollywoodiana, ma sceglie uno degli abiti più belli ed eleganti di sempre. Lo crea per lei il connazionale Cristóbal Balenciaga, che usa solo tre materiali: seta, tulle per il velo ed ermellino, (sembra che la modesta sposa lo avrebbe evitato, ma la madre la convinse).

Il corpino aderente con maniche 3/4 si apre in una gonna dall’ampiezza contenuta; il punto focale è tutto nel collo, profilato dalla pelliccia che si allunga sulla spalle e borda tutto lo strascico, lungo sette metri ed evoca davvero un manto regale; un tocco di ermellino sottolinea la vita.

L’abbondante velo di tulle è fermato dalla tiara delle Nove Province, che è senz’altro un diadema piuttosto pesante; sicuramente tutto l’insieme abbia una certa pesantezza, ed è proprio questa a renderlo perfetto.

L’abito e il diadema sottolineano la trasformazione di Fabiola, che nel giro di poche ore diventa regina, donano fascino e regalità a una sposa non giovanissima (ha 32 anni, che all’epoca erano tanti) e neanche particolarmente graziosa, esaltando i suoi punti di forza: la dignità, e una signorilità che diventa regale.

Trentadue anni dura il matrimonio, fino alla morte di Baudouin, il 31 luglio 1993. Lontanissima dal fasto caciarone dei rotocalchi, sarà una coppia solidissima, che vivrà in simbiosi col collante di una fede incrollabile; supererà le difficoltà della vita e quelle della corona, il dramma della mancanza di un figlio e la tragedia dei cinque aborti spontanei.

Dimostrando che a volte gli amori da favola si trovano dove meno te li aspetti.

Le foto del giorno – Christmas is coming

I protestanti Britannici non festeggiano l’Immacolata, né certo lo fanno Regina o la Royal Family, ma ieri sera anche a Windsor è andata inscena una cerimonia suggestiva seppur laica.

La Regina, che a causa della pandemia trascorrerà il periodo natalizio nella residenza avita del Berkshire col marito Philip (dove probabilmente la famiglia si alternerà nelle visite) ha accolto una piccola banda del Salvation Army che ha eseguito i canti di natale – questa sì una tradizione anglosassone – e colto l’occasione per ringraziare del prezioso lavoro un gruppo di rappresentanti del volontariato e di tutti quei lavoratori che assicurano le attività primarie, particolarmente importanti nei momenti d’emergenza.

Con lei i tre figli presentabili – Andrew è opportunamente rimasto a casa – le nuore Camilla e Sophie e i Duchi di Cambridge. Autentica regina del Natale di rosso vestita, la Ruby and Gold Flower Brooch appuntata sulla spalla, la sovrana è apparsa in splendida forma e di ottimo umore, e ha eclissato senza fatica le altre royal ladies, che spiccavano decisamente meno di lei.

Alla sua destra William e Catherine, reduci da un tour di tre giorni in giro per il Paese a bordo del treno reale (sarà per questo che hanno avuto l’onore di stare al posto che spetterebbe al Principe di Galles?): con la duchessa in un natalizio cappotto verde di Catherine Walker che ha già indossato, questa volta arricchito arricchito da un collo di pelliccia che spero falso, visto che Her Majesty dallo scorso anno non indossa più pelo animale.

A sinistra i Wales, con Camilla in viola: anche lei un riciclo, anche lei con un tocco di pelliccia ai polsi, anche per lei vale quanto appena osservato. La Duchessa di Cornovaglia – vittima di commenti irripetibili dopo l’uscita della quarta serie di The Crown – dimostra una volta ancora il suo carattere, il suo equilibrio, la sua serenità, tutte doti quanto mai utili in un matrimonio reale (e probabilmente anche in uno borghese).

Nel corso del rinfresco – che sembrerebbe non essere stato pantagruelico – tutti i Reali hanno indossato le loro mascherine per incontrare gli ospiti. Ciò non può che rallegrarci dato che, pur nel probabile rispetto delle norme vigenti nel Regno Unito, non sempre l’hanno fatto, dando un segnale secondo me non corretto, e ricevendo più di una critica. L’hanno scelta chirurgica, ffp2/3 o logata? Nessuna delle tre!

Inglesissimo tessuto Liberty per Sophie e Catherine.

Fantasie superchic per Charles e Camilla, modello più spartano per la Princess Royal, che raramente cede alle frivolezze della moda.

Il conto alla rovescia per Natale è partito!