Parliamo finalmente del nostro argomento preferito: la mise della sposa.

La tiara è la Queen Mary’s Fringe, che la nonna della Regina si fece realizzare nel 1919 dal gioielliere Garrard by E. Wolff&Co. usando dei diamanti provenienti da un altra diadema/collier, dono ricevuto da Queen Victoria per le nozze e indossato quel giorno, il 6 luglio 1893.

Il modello a raggiera, detto fringe cioè “a frange” divenne molto popolare nella seconda metà dell’Ottocento, quando la Russia, la sua cultura e il suo stile esotico divennero di gran moda. Il fringe deriva infatti dal kokoshnik, tipico copricapo femminile russo, e divenne popolarissimo presso le corti di tutta Europa, talmente apprezzato che spesso in famiglia se trova più di un esemplare. Questa tiara infatti è spesso confusa con quella appartenuta alla Regina Consorte Adelaide e indossata anche da Queen Victoria, che ora viene utilizzata esclusivamente come collana. Ma Sua Maestà ne ha ancora un’altra, di linea più compatta e priva delle punte che separano gli elementi, appartenuta alla bisnonna regina Alexandra, sorella della zarina Maria Feodorovna.

Una delle ragioni della grande popolarità del modello sta anche della facilità con cui può passare dalla versione tiara a quella collier; poi certo bisogna maneggiare con cura, perché accadde proprio all’allora Princess Elizabeth di andare all’altare con la struttura della tiara spaccata a metà e risaldata in tutta fretta. Anche la royal bride dell’anno scorso, Lady Gabriella Windsor, ha fermato il suo velo con una fringe, la Kent City of London, dono di nozze alla nonna Marina (anche lei all’altare con una fringe, prestito della madre russa), così come Tatiana Santo Domingo per il matrimonio religioso con Andrea Casiraghi a Gstaad, nel 2014. Anche in quel caso matrimonio in forma privata, sposa in fringe.
Prima di Beatrice e dopo Her Majesty solo un’altra royal bride è andata all’altare con la Queen Mary’s Fringe tiara: la Princess Royal, Anne, il 14 novembre 1973, quando sposò Mark Phillips.

L’abito era forse l’elemento più atteso, ed è stato sicuramente il vero coup de théâtre. Smontando ogni speculazione, smentendo ogni previsione, Beatrice ha sposato Edoardo con un vestito appartenuto alla nonna.

Opera di Norman Hartnell, che oltre ad aver creato il White Wardrobe per la Queen Mother quando era Queen Consort, oltre all’abito dell’incoronazione per Her Majesty, realizzò anche gli abiti da sposa per entrambe le figlie di George VI, Elizabeth nel 1947 e Margaret nel 1960. Proprio agli anni ’60 risale quello indossato da Beatrice, in Peau De Soie avorio con scollatura quadrata sottolineata da una fascia di cristalli. Il busto e i fianchi sono delineati da altri cristalli disposti in lunghe file che terminano con un elemento a forma di diamante, da cui si aprono le pieghe della gonna.
La Regina ha indossato l’abito per la State Opening of the Parliament nel 1966 (o 1967) dopo averlo sfoggiato alla prima di Lawrence d’Arabia, il 10 dicembre 1962.

Sembra però che questa mise abbia debuttato in Italia, il 4 maggio 1961 durante la visita di stato; un omaggio all’origine dello sposo? Mi piace pensare di sì.

Mi è tornato in mente di aver visto l’abito dal vivo esposto a Buckingham Palace. Non nella celebre mostra Fashioning a Reign del 2016 che celebrava i 90 anni della sovrana, ma nella Dress for the occasion, allestita nel 2006 per i reali 80. Vestito bello, non bellissimo, nello stile dell’ultimo Hartnell, alla ricerca di un equilibrio tra la pomposità regale e le linee pulite degli anni ’60.
L’abito originale è stato rimodellato per Beatrice: aggiunte delle piccole maniche d’organza, tolte le sottogonne e aggiunta all’orlo una fascia orizzontale.

E qui cascò l’asino, perché il restyling è opera dei fidati stilisti di Sua Maestà, Angela Kelly e Stuart Parvin, e quest’ultimo è il creatore dell’abito da sposa di Zara Phillips, che presentava lo stesso incomprensibile orlo. Ma è una fissazione!
Cosa pensa Lady Violet del vestito? Punto primo: le maniche. Erano necessarie, perché nessuna sposa reale, soprattutto se principessa di sangue, si presenterebbe in chiesa sbracciata; non si fa e basta, Enzo Miccio se ne faccia una ragione. Solo che il modello nasce con due bretelle cui è difficile agganciare alcunché. La scelta dell’organza mi sembra assolutamente corretta vista la pesantezza del tessuto del vestito, ma francamente avrei preferito una manica più aderente e magari lunga fino a sfiorare il gomito, che tutto sommato avrebbe evocato la verticalità della decorazione.

Della fascia (non è una balza, che è pieghettata o arricciata) abbiamo già detto, escludo che sia servita ad allungare l’abito dato che Beatrice è poco più alta della nonna – se ci fate caso, la decorazione arriva grosso modo alla stessa altezza del fianco per entrambe – oltre al fatto che togliendo le sottogonne l’abito diventa ovviamente più lungo (e dato che neanche lo sposo è altissimo tendo a escludere che Beatrice abbia usato tacchi vertiginosi). In sintesi: se l’abito fosse stato creato proprio per questo matrimonio non l’avrei apprezzato, anche perché una decorazione di cristalli così importante per un matrimonio in campagna, per di più di mattina (e in piena estate) non è la scelta più adatta. Ma ciò che rende le nozze di Beatrice uniche e speciali è questo mix straordinario e inedito di regalità contrapposta a una familiare intimità, per cui alla fine mi piace tutto: sia l’abito riciclato (che è pure una scelta assai ecologica!), sia la tiara portata sui capelli selvaggiamente sciolti, sia il delicato bouquet di fiori – composto da rose color porcellana e rosa antico, come i fiori di pisello odoroso, gelsomino e il rametto di mirto tradizione di tutte le royal brides inglesi – tenuto insieme dal più rustico dei materiali, la juta.

Questo matrimonio è davvero one of a kind: nulla ha in comune con gli altri royal wedding – né di serie A né di serie B – e neanche con i classici country wedding tipicamente inglesi, che tanto amiamo quando li leggiamo nei libri di Jane Austen o li vediamo al cinema (in film spesso tratti dai libri di Jane Austen).
È il primo royal wedding eclettico a memoria d’uomo. Anzi, di Lady.
Se volete saperne di più su Norman Hartnell leggete questo post A Royal Calendar – 12 giugno 1901
(Ph. Benjamin Wheeler)





























Non potevamo che cominciare col gruppo che annovera una delle protagoniste della giornata oltre alla sposa (e alla sorella della sposa che conquista sul campo, retrospettivamente, l’attenzione del mondo). Her Majesty sceglie il giallo primula, a quanto pare il suo fiore preferito: un soprabito semplice ma di gran linea grazie alle nervature che partono dal collo privo di colletto. Scarpe e borsa in un beige chiarissimo al posto dei tradizionali nero o bianco; se proprio devo trovare un difetto, la corona del cappello è leggermente troppo alta, ma sono certa che di corone lei se ne intenda più di me. E poi ci pensa la favolosa True Lover’s Knot Brooch (perfetto pure il nome!) a riequilibrare i volumi. Royal chic.
The Princess Royal, zia dello sposo, opta per una redingote tapisserie (in francese sembra meno brutto) in fredde tonalità erbario – viola, grigio lavanda, verde lime – con gonna e polsini viola. Fino a un certo punto indovina gli accessori, scarpe e borsa, poi si piazza in testa quel cappellino che, come insegnerà a breve colei che sta per diventare sua nipote, va inclinato sulle ventitré, non piazzato in capo come un coperchio. Mi duole informarvi che tutte le volte che ha riciclato la mise, il cappello l’ha messo così, è proprio convinta. Convintamente shock.
Non ho visto una fotografia dei reali spagnoli presenti al matrimonio in cui non appaiano tutti e tre insieme come una moderna Triade Capitolina. Da un lato Sofía-Giunone in uno dei suoi classici tailleur di Margherita Nuez in lucida seta pesante color lavanda con grandi bottoni-pompon. Avrei evitato le scarpe spuntate e sostituito il piccolo fascinator con un cappello, ma lei è una vera regina, ed è quello che conta. Dall’altro lato Letizia-Minerva in un bellissimo abito cipriato dell’inevitabile Felipe Varela, lo stile anni ruggenti è sottolineato dalla cloche con veletta che però più che a Zelda (Fitgerald) la fa assomigliare a Holly (Hobbie); saranno i boccoli? Diciamo la verità, alla corte spagnola i cappelli si portano poco e si amano ancor meno, per cui troppo bene è andata. Anche in questo caso non amo la scarpa spuntata, comunque assai più sobria di molte altre. In mezzo a loro Felipe-Giove fa sempre la sua figura. Chic cumulativo.
Victoria di Svezia è sposata da dieci mesi e ha quella gloriosa, luminosa bellezza di molte fanciulle da poco maritate. Sceglie il total color buttandosi sul melone, e si inguaina in un abito di una taglia in meno. Inadatti e francamente brutti i sandali, fantastica la pamela in paglia ton sur ton (della svedese Britta von Koenigsegg), ma come le è saltato in mente di vestirsi per un party in terrazza? Boh.
Premessa: è un colore che mi piace solo nelle tonalità scure, non amo molte delle sfumature più chiare (soprattutto i turchesi), in più lo trovo un po’ scontato in questo contesto, troppo rassicurante. Ma se Carole Middleton – madre della sposa, in procinto di entrare nella royal family – ha bisogno di essere rassicurata (anche se non sembra una che si spaventa facilmente) noi l’approviamo senz’altro. I rumors raccontano che avrebbe dovuto indossare una mise di Lindka Cierach, ma a poche settimane dal matrimonio Carole cambia idea preferendo puntare su Catherine Walker, tra l’altro una delle Maison preferite dalla defunta Diana. Il risultato è un completo in azzurro ghiaccio: abito più pardessous con alamari; Jane Corbett crea a corredo un cappello saucer (parola che indica sia il piattino sotto tazza sia il disco volante) nella stessa tonalità e con gli stessi dettagli; perfetti gli accessori chiari. Mrs Middleton è senz’altro una bella donna in splendida forma, ma non ha movenze particolarmente eleganti (tende a tenere le gambe troppo discoste, caratteristica sottolineata dagli abiti spesso troppo corti); in questo caso poi non mi piace il cappello piazzato così sulla testa, coi capelli in uno stile troppo casual. Carole stavolta ti trovo relativamente chic, ma pensa a uno chignon.
Di Eugenie di York in blu si possono dire molte cose, ma certo non che sia scontata. La principessa, all’epoca appena ventunenne, per le nozze del cugino si rivolge a Vivienne Weswood che per i due party serali le fornisce due splendidi abiti che ne sottolineano meravigliosamente la silhouette a clessidra. Poi impazzisce, e per l’occasione più importante barda la povera Eugenie con una gonna turchese dalla forma incerta più un bustier infiocchettato in fantasia assortita. Pure Philip Treacy ci mette del suo, e piazza sul capino dell’incolpevole fanciulla un cappellino à la Robin Hood, con fiori viola (grazie, ma non era il caso), piume grigie e una punta tra gli occhi che se non è diventata strabica quel giorno è al sicuro per sempre. Un look che evoca le sorellastre di Cenerentola del film Disney e la perseguiterà per anni. Shock.
Ho già detto che non mi piace il turchese? L’ho detto. Ma come si fa a non amare Margrethe II di Danimarca? E in quante potremmo indossare quel cappellino senza sembrare un teletubby? Adoro le mani in tasca, avrei evitato le scarpe di quel colore, peggiorate da una borsetta nera (giuro!). Però c’è il tocco di classe la sua spilla preferita, quella a forma di margherita – che la rappresenta e che indossava anche al suo matrimonio – appuntata sul bavero. Né chic né shock né boh, unica.
Premio peggior fitting di tutto il royal wedding a Maria Teresa del Lussemburgo, con un tailleur azzurro polvere che non sarebbe neanche bruttissimo, ma ha le maniche un po’ strette e soprattutto è stropicciato in modo intollerabile. Il gran cappello di paglia è piuttosto banale e la schiaccia ancora di più, sugli accessori stenderei un velo pietoso; francamente l’unica cosa che salvo è il marito. Shock.
Lei non è una royal lady ma merita una menzione speciale. Victoria Beckham abbondantemente incinta arriva caracollando sui 16 centimetri di tacco delle Daffodile di Christian Louboutin, mettendo in serio pericolo la creatura. L’abito è una sua creazione per la stagione seguente, ma allungato e allargato per adattarsi all’occasione assume ahimé le dimensioni di una tenda canadese. In precario equilibrio sulla fronte un altro Philip Treacy, e abbiamo capito che questa non è la più riuscita delle sue collezioni. L’espressione di gioiosa letizia è tipica della signora, mica come il marito che banalmente sorride. Se non vi fate distrarre dallo sguardo malandrino di David, noterete che s’è appuntato la decorazione dalla parte sbagliata. Noi lo perdoniamo ma la moglie, così high-profile, non se n’è accorta? Shock.
La commozione di Victoria nel compiere un gesto certamente inedito e quasi spiazzante mi fece guardare con occhi diversi quel giovanotto sempre controllato al limite della rigidità, coi capelli impomatati e gli occhiali da Clark Kent, che si è rivelato un marito, un padre e un principe consorte solido e affidabile. Non un gesto di sottomissione ma di amore e forse di sollievo a sciogliere la tensione del momento, nel loro caso sicuramente aggravata dalle condizioni di salute di lui, che tre mesi dopo il fidanzamento ufficiale fu sottoposto al trapianto di un rene, donato dal padre Olle.
Daniel è in frac con decorazioni, mentre Victoria in Elie Saab; non un abito qualunque ma quello che la principessa indossò al concerto organizzato la sera prima delle nozze.
Lui non si è cambiato, lei invece sì, e sfoggia un abito in tulle nero di Conscious Exclusive Collection, la linea couture di H&M (che come sapete è un brand svedese).
Daniel lascia il frac e mette lo smoking, mentre Victoria torna alle amate fantasie floreali con l’abito della stilista, svedese anche lei, Frida Jonsvens, dall’insolita base taupe.
L’anniversario del decennio ha messo un po’ in ombra quello dei sovrani, convolati a nozze sempre il 19 giugno ma del 1976. Allora incantarono il mondo, bellissimi – lei veramente splendida, in Dior – e innamorati. Quarantaquattro anni dopo lui è un po’ appannato da qualche rumor di troppo, lei sempre bella nonostante un pessimo lifting, sempre impeccabile e straordinariamente consapevole del suo ruolo.
L’undici giugno 1509 Henry VIII è Re d’Inghilterra da neanche due mesi, e inizia un’altra carriera che gli regalerà un posto particolare nella storia: quella di marito. Nell’oratorio della chiesa del convento nei pressi del palazzo reale di Greenwich il giovanissimo sovrano – compirà diciott’anni alla fine del mese – sposa la ventitreenne Catherine of Aragon. È una cerimonia privata, ma il 24 giugno ce ne sarà una pubblica e fastosissima a Westminster Abbey per la solenne incoronazione dei due nuovi sovrani, che come da tradizione trascorreranno la notte precedente nella Torre, insieme.
Le fonti riportano che per entrambe le cerimonie Catherine è vestita di bianco, con i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle. Il dettaglio non è trascurabile, perché le spose all’epoca di solito vestivano abiti realizzati coi tessuti più lussuosi che potessero permettersi; e dato che le tinture, soprattutto per certi colori, erano molto costose, la scelta di solito cadeva su tessuti dal colore ricco e profondo, soprattutto per una sposa reale. Catherine potrebbe aver deciso di sposarsi in bianco per sottolineare la sua purezza, materia fondamentale e delicatissima, sulla quale vent’anni dopo si innesterà la crisi che porterà lei fuori dal matrimonio e dal trono, e l’Inghilterra fuori dalla Chiesa di Roma.
Catalina eredita il nome dalla bisnonna materna Catherine di Lancaster, nipote di John di Gaunt, il che la rende molto attraente per la giovane dinastia Tudor: discendendo da un ramo cadetto da alcuni considerato illegittimo non è riconosciuta da tutti ma l’ascendenza della principessa la rafforzerebbe, mettendo al sicuro la discendenza. Dal canto suo Ferdinando intende con i matrimoni dei suoi figli accerchiare la potente Francia, e dunque alla fine acconsente – a condizioni per lui vantaggiose – a fidanzare la figlia minore con l’erede di Henry VII, il primogenito Arthur. Nel 1459 con gli accordi di Medina del Campo i due sono fidanzati, poco dopo lui riceve il titolo di Prince of Wales. Catalina arriva in Inghilterra due anni dopo e sposa Arthur il 14 novembre 1501 nell’antica Cattedrale di St Paul (che sarà distrutta nell’incendio del 1666). Gli sposi – lui 15 anni lei 16 – vanno a vivere a Ludlow, ai confini col Galles, ma il 2 aprile 1502 Arthur muore. Il padre della giovanissima vedova a quel punto pretende la restituzione della dote versata, il suocero si rifiuta e rilancia chiedendo il saldo della somma pattuita e non ancora del tutto versata. La principessa viene trattenuta in Inghilterra e si inizia a parlare di future nozze col secondogenito del re, il principe Henry, che è diventato Principe di Galles al posto del fratello ma è ancora solo un bambino. Seguono anni di difficoltà e ristrettezze, tra l’ostilità del suocero e l’indifferenza del padre. Catherine, com’è ora chiamata in Inghilterra, è in pratica un ostaggio, vive segregata con pochissimo denaro e per mantenere sé e la sua piccola corte è costretta a vendere l’argenteria che il suocero pretenderebbe come eredità del figlio defunto. La principessa dimostra in questi anni lucidità, abilità e forza di carattere che forse nessuno si sarebbe aspettato da lei e nel 1507 le viene conferito l’incarico di rappresentare la madrepatria in Inghilterra. È il primo ambasciatore donna nella storia d’Europa.
Per fortuna niente è eterno, e quando la situazione sembra essere giunta al limite Henry VII muore, e il figlio gli succede sul trono come Henry VIII. Poche settimane dopo Henry e Catherine si sposano; nonostante tutto è un matrimonio d’amore: lui bello, biondo altissimo e aitante, lei piccolina e rotondetta, i lineamenti delicati e i bellissimi capelli di un biondo ramato. Il matrimonio può avvenire grazie alla dispensa papale ottenuta già sei anni prima: quando si inizia a pensare alle nozze, Catherine ed Henry sono cognati, che il diritto canonico considera alla stregua di fratelli cui il matrimonio è proibito in quanto “collaterali di primo grado”. Ciò che rende reale il legame non è però la sola cerimonia nuziale, ma l’unione sessuale degli sposi; Catherine afferma di essere ancora virgo intacta, e il papa concede la dispensa dichiarando che forsitan (forse) il matrimonio con Arthur non è stato consumato. Molti anni dopo quell’avverbio segnerà la fine di Catherine. Ma in quella mattina di giugno tutto è molto di là da venire: per i due giovani sposi, belli e innamorati, splendenti nei loro abiti bianchi ricamati di gemme e perle, inizia l’età dell’oro.
Io vi ringrazio dal profondo del cuore, è stata una grande gioia ospitarvi sul sofà di Lady Violet. Tornate anche domani, e tutte le volte che volete, mi trovate sempre qui.
La principessa Margaret e Tony Armstrong-Jones, 6 maggio 1960
Sofia di Grecia e Juan Carlos, poi sovrani di Spagna, 14 maggio 1962
Märtha Louise di Norvegia e Ari Behn, 24 maggio 2002
Mary Elizabeth Donaldson e Frederik, Principi Ereditari di Danimarca, 14 maggio 2004
Letizia Ortiz Rocasolano e Felipe Principe de Asturias, poi sovrani di Spagna, 22 maggio 2004
Autumn Kelly e Peter Philips, 17 maggio 2008
Meghan Markle e Harry of Wales, Duchi di Sussex, 19 maggio 2018
Lady Gabriella Windsor e Thomas Kingston, 18 maggio 2019
Tante sono state negli ultimi sessant’anni le spose reali di maggio, cui potremmo aggiungere anche Miss Pippa Middleton – che non è proprio royal, piuttosto, come diremmo oggi, congiunta – che il 20 maggio 2017 ha sposato James Matthews.
Noi restiamo in trepidante attesa, i cappelli riposte nelle cappelliere ma pronti a essere usati!
La tazza di oggi è la Petit Point Royal Albert, prodotta dal 1932 al 2001. Il decoro evoca un ricamo a piccolo punto, che per mostrarsi in tutta la sua bellezza ha bisogno di tempo e pazienza, proprio come il matrimonio di Bea e Edo.