Style file: Diana Principessa di Galles (terza parte)

All’inizio degli anni ’90 molte crepe iniziano a incrinare la facciata perfetta del matrimonio del secolo. Diana è spesso ritratta sola, e quando è col marito la sua espressione è eloquente.

Un viaggio in India a febbraio del 1992 rende la crisi visibile a tutti e resta celebre per due fotografie: Diana senza Charles seduta davanti al Taj Mahal, monumento all’amore eterno; Charles che al termine di un match di polo cerca di baciare Diana che si gira infastidita.

L’atteggiamento di entrambi in ogni immagine presa nel successivo viaggio in Corea conferma che il matrimonio è finito.

Il 9 dicembre il premier John Major annuncia alla Camera dei Comuni la separazione dei principi.

Lo stile di Diana è quello che si è andato definendo, col decisivo apporto di Catherine Walker, negli ultimi anni: linee più pulite con la costante aggiunta di dettagli non sempre necessari, un interessante uso di colori brillanti che però non raggiunge mai la purezza monocromatica. Si afferma il riuso di capi già indossati; il tailleur rosso e viola si era già visto ad Ascot con cappello coordinato, l’abito da sera di Seul era un vecchio modello rinnovato cambiando la gonna.

Vendetta, tremenda vendetta.

Il 1994 è l’anno in cui molte cose vengono – letteralmente – allo scoperto.

diana revenge

Il 29 giugno Charles, nel corso di un’intervista alla BBC, ammette la sua relazione con Camilla. Quella sera Diana deve partecipare al Serpentine Summer Party (il pezzo sul party di quest’anno è Nipotine royal o giù di lì ) ed è previsto che indossi un abito Valentino. Dalla Maison romana nel pomeriggio parte un comunicato stampa che rende nota la scelta della principessa, e allora Diana cambia idea e tira fuori dall’armadio un capo che aveva da un po’, ma non aveva mai indossato, trovandolo forse troppo osé. Ed eccola comparire inguainata in un little black dress (very little indeed) firmato Christina Stambolian, le belle spalle scoperte, e un nastro di chiffon ad accompagnare il passo. Quella sera Diana mette un punto fermo nel fashion anni ’90, una mise ancora attualissima, calze a parte.

Icona di stile

Nei pochi anni che passano tra la separazione e la tragica morte, Diana diventa quell’icona di stile che è rimasta nella memoria collettiva. Liberatasi del dress code reale abolisce i cappelli, accorcia le gonne e non teme di sperimentare.  In più, riceve il dono più ambito da ogni aspirante dea della moda: una borsa con il suo nome. E nel suo caso sono addirittura tre.

La più famosa è senza dubbio la Lady Dior. Nata dal desiderio di creare un oggetto iconico e immediatamente riconoscibile è un sac à main dalla semplice forma quadrata, di dimensioni contenute. Il disegno è creato da impunture cannage: un susseguirsi di rombi quadrati e triangoli che rendono la tramatura simile a un diamante. In origine chiamata Chouchou, fu ribattezzata col nome che l’ha resa famosa in occasione di una visita della principessa all’atelier, su invito della première dame Bernadette Chirac. Ancora oggi è la borsa simbolo della Maison Dior, realizzata in materiali, colori e dimensioni che variano di collezione in collezione.

Segue di un’incollatura un gioiello italiano: la D Bag di Tod’.

Pelle pregiata, cuciture a vista, doppio manico cucito direttamente sul corpo, tracolla removibile, dimensioni perfette per una borsa che si prestava a molteplici indossi ed altrettanti utilizzi, una shopper di carattere, adatta anche a momenti un po’ più formali. Lady Violet confessa di averne avuta una, nera, e di averla amata e sfruttata moltissimo. Nel corso degli anni sono state presentate nuove versioni della D Bag, ma nessuna con l’appeal dell’originale, che purtroppo non è più in produzione.

Probabilmente non tutti sanno che anche Ferragamo creò in onore della principessa una Lady D: una semplice clutch con catena e il fermaglio simbolo della Maison, il gancio,  

una borsa che Diana acquistò in numerose versioni, creando abbinamenti impeccabili.

Finalmente Versace

diana e versace viaggio in italiaLa persona che più di tutti contribuì a definire lo stile della nuova Diana fu, naturalmente, Gianni Versace. Figlio di una sarta calabrese, a Gianni Reggio Calabria va stretta, e a venticinque anni scappa Milano, la capitale della moda in Italia. Dopo varie collaborazioni, nel 1976 apre un atelier tutto suo, con l’aiuto del fratello maggiore Santo; la prima collezione sfila nel marzo del ’78 al palazzo della Permanente. La particolarità del suo stile si impone rapidamente: Versace mischia la Grecia al Barocco, il Rinascimento alla Pop Art, influenze dell’arte classica che servono per citare e per sperimentare:  nuove linee, nuovi abbinamenti, nuovi materiali: la maglia metallica innanzi tutto, e poi la pelle trattata come un tessuto, il jeans accostato alla seta stampata. Quando si trova davanti Diana fa il percorso inverso:

la libera da ruches, fiocchi, fiori e arricciature, sfrutta il fisico alto e slanciato della sua musa e la inguaina in abiti semplicissimi e geometrici, spesso monospalla, sempre monocromi: bianco, viola, rosso, turchese. Il moderno bob corto della principessa e la sua classe fanno il resto.

La fine della storia è nota, e arriva per entrambi nel 1997. Il 15 luglio lui viene ucciso a pistolettate da Andrew Cunanan davanti alla sua reggia di Miami, Casa Casuarina.

Diana funerale Gianni

Il 22 luglio Diana partecipa ai solenni funerali dello stilista, nel Duomo di Milano. Le immagini dell’epoca ce la rimandano vestita in nero Versace, in mano una borsa di coccodrillo su cui troneggia la Medusa, simbolo della Maison.

La maledizione di Medusa colpisce ancora 40 giorni dopo, nel tunnel dell’Alma.

Diana è ancora in nero per il suo ultimo viaggio: viene sepolta con un abito da sera a maniche lunghe di Catherine Walker, scelto qualche settimana prima in vista della nuova stagione. Tra le mani un rosario dono di Madre Teresa di Calcutta, un altro dei grandi personaggi della fine del novecento che morì in quella triste estate.

Le  qui Style file: Diana Principessa di Galles (prima parte) e qui Style file: Diana Principessa di Galles (seconda parte)

 

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