A Royal Weekend – Trooping the Colour

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Come ogni anno Her Majesty, nata il 21 aprile, ha festeggiato il compleanno ufficiale il secondo sabato di giugno nella cerimonia del Trooping the Colour. Presente la famiglia reale al completo, con l’eccezione del principe consorte Filippo ormai in pensione, non c’è dubbio che tutti gli occhi fossero puntati oltre che sulla festeggiata  – che in azzurro cielo stava d’incanto – sulla neoroyal  Duchessa di Sussex.

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E Meghan non ha deluso. Seduta accanto all’innamorato marito era deliziosa in un abito rosa polvere, firmato Carolina Herrera. Chiariamo subito, era troppo scollata? Sì. Però questo stile un po’ Francia un po’ America un po’ Audrey, già suggerito dall’abito da sposa, potrebbe essere la scelta vincente. Bellissimo il cappello-disco volante Philip Treacy ma deludente la scelta, causa eccessiva somiglianza per forma e colore a quello indossato solo due settimane fa per un garden party a Buckingham Palace. Rimandati i capelli sciolti in onde. Bocciatissimo il rossetto, di una tonalità di rosa che la sbatteva più di una traversata in traghetto col mare mosso.

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Stessa tonalità di azzurro chiaro per suocerastra& nuora, che si sono divise anche la carrozza dato che entrambi i mariti accompagnavano a cavallo la regina. Camilla in Bruce Oldfield, con un cappello Philip Tracy riciclato ma sempre notevole. La Duchessa di Cornovaglia con l’intelligenza e l’understatement che la contraddistinguono ha saputo crearsi un suo stile che me la fa piacere sempre di più. Di Catherine che vi devo dire, il colore le dona molto, lei è sempre bella e sempre più royal, ma due maniche arricciate così non le vedevo dalla mia laurea, e c’era ancora il muro di Berlino.  Nello stesso colore dell’abito firmato Alexander McQueen il cappellino della finora ignota Juliette Botterill. Bene il colore, le dona, bene pure la forma, ma la decorazione no dai. Passi il doppio fiocco, passi il doppio fiore, ma quella inutile retina mi ha fatto venire in mente quando  vai dal fioraio, scegli ogni singola rosa tra le più belle e quello ci mette la nebbiolina.

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È arrivata una carrozza carica carica di… principesse! In un colpo solo ben quattro royal ladies: la Contessa di Wessex, sua figlia Louise e le sorelline York, Beatrice e Eugenia.  La solitamente elegante Sophie stavolta ricicla un abito di Emilia Wickstead  rosa azalea con collo rialzato e piccola scollatura sulla schiena già visto l’anno scorso ad Ascot e lo completa con un fascinator bianco che non aggiunge nulla all’insieme ma parecchi anni a lei. La futura sposa Eugenie di York (non prendete impegni per il 12 ottobre, altro royal wedding in arrivo!) col suo bel viso porta bene il delizioso il cappello stile abat-jour anni ’60. Unfortunately non si può dire lo stesso dell’abito, con uno scollo che penalizza il suo florido décolleté. Sua sorella Beatrice interpreta uno dei  trend di stagione abbinando il rosa dell’abito al rosso del cappello. L’abito non si vede bene ma il cappello sì, ahimé Troppo grande come pillbox, troppo rigido, piazzato troppo indietro. Mia madre questo modello lo chiamava “tamburello”, e oggi capisco perché. Completa il poker la quattordicenne Louise, Windsor dalla testa ai piedi, che a quattordici anni compiuti lascia il tavolo dei bambini e finalmente arriva tra i grandi. In questo tripudio di colori delicati, colori pastello, colori sorbetto, la più giovane si presenta tutta in un blu scuro che ne mortifica un po’ la freschezza da English rose. Se i bottoni margherita dovevano servire a svecchiare il tutto io ve lo dico, non sono serviti.

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A Royal Weekend – Battesimo di Adrienne

Fine settimana ad altissimo tasso royal quello appena trascorso.

Venerdì mattina, nella Cappella Reale del Palazzo di Drottningholm a Stoccolma, è stata battezzata Adrienne Josephine Alice, Principessa di Svezia, Duchessa di Blekinge. La bimba è la terzogenita della principessa Madeleine – a sua volta terzogenita dei sovrani – e del marito, il finanziere angloamericano Chris O’Neil.

Dress code che più primaverile non si può: stampe floreali in abbondanza, cappelli in minoranza, purtroppo sostituiti da acconciature varie e non sempre indovinate.

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La bella mamma in Giambattista Valli, come una matura Primavera del Botticelli, ha fermato i lunghi capelli biondi con un cerchietto di fiori di seta (spero), senz’altro più adatto alla primogenita quattrenne Leonore, che tanto se lo sarebbe tolto subito come ha fatto con le scarpe. Scelta sbagliata IMHO, i cammei che Madeleine sfoggiava, parte della favolosa parure di Josephine, si meritavano una compagnia alla loro altezza.

Scatenati i bimbi, soprattutto Leonore, distratto as usual il marito Chris, che ha sempre quell’aria da che ce so venuto a fa’.

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Elegante la nonna regina, Silvia, molto stile Jackie con pillbox d’ordinanza, accompagnata dal sonnacchioso nonno e re Carl Gustaf in alta uniforme. Nonostante il pessimo lifting che ne ha devastato il bellissimo viso Sua Maestà è sempre adeguata, mai fuori luogo, mai sopra le righe, perfetta per ruolo ed età.

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Inutilmente punitiva la principessa ereditaria Victoria, con marito Daniel e imbronciato figlio Oscar, ma senza la deliziosa figlia ed erede Estelle, assente perché  malata.  Abito troppo anni ’70, troppo scuro, troppo accollato, di lunghezza incerta, accessoriato con un’acconciatura per nulla donante, bianca come scarpe (Gianvito Rossi)  e clutch (Miu Miu). Ma perché?

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Banale come sempre la principessa Sofia, moglie dell’aitante Carl Philip e madre dei due adorabili puponi Alexander e Gabriel.  L’abito non è brutto ma la struttura con troppe cuciture non valorizza la fantasia a grandi rose. I capelli, acconciati in uno chignon basso e morbido, sono addobbati da un inutile fiore bianco, che avrei visto meglio per un chiringuito a Formentera.

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Da Stoccolma è tutto, vi aspetto a Londra per il Trooping the Colour!

 

A Royal Calendar – 11 giugno 1934

nozze margrethe

Nasce a Talence, Gironda, Henri Marie Jean André Conte de Laborde de Monpezat, che dopo le nozze con Margrethe, erede al trono danese, diventa Sua Altezza Reale il Principe Henrik di Danimarca.

I due si incontrano a Londra nel 1965, durante una cena organizzata da amici comuni. Lei studia alla London School of Economics, viene da un piccolo paese europeo,  è una ragazza vivace e intelligente, un po’ complessata per la notevole altezza.  Lui, cresciuto in Indocina, è un giovane diplomatico colto e raffinato, parla francese, inglese, cinese e vietnamita. E’ più alto di lei e molto, molto bello.  L’amore nasce in fretta, complice il relativo anonimato della vita londinese, e il 10 giugno 1967 arrivano le fastose nozze nella cattedrale di Copenaghen alla presenza delle teste coronate di tutta Europa. Cinque anni e due figli dopo Margrethe sale al trono, alla morte dell’amatissimo padre Federico IX.

La regina e il marito condividono interessi intellettuali, come l’amore per la letteratura francese  (traducono in danese Simone de Beauvoir), e qualche crisi coniugale. All’inizio degli anni ’80 sono praticamente separati in casa, anche se “casa” in questo caso è l’immenso palazzo di Amalienborg.
Il principe consorte comincia lentamente ad estraniarsi dalla moglie e dalla vita di corte, si mormora di qualche liason, passa lunghi mesi in viaggio o nel suo castello a Caix.
Henrik  accetta sempre meno quello che considera  un ruolo di secondo piano – non ritiene consono al suo status il titolo di Principe Consorte invece che quello di Re – e non nasconde l’amarezza per i difficili rapporti coi danesi, che gli rimproverano l’amore tutto francese per la grandeur, le spese, la natura sanguigna che si manifesta anche con salaci ironie sui sudditi della moglie.

Gli ultimi anni sono tormentati da una demenza senile che a volte mette in difficoltà la stessa regina, ma illuminati dalla presenza dei nipoti, per i quali è un nonno affettuoso.

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Il principe muore a Copenaghen il 13 febbraio 2018. Il suo ultimo desiderio viene esaudito: non sarà sepolto accanto alla moglie nella cattedrale di Roskilde, come tutti i sovrani danesi. Viene invece cremato; parte delle sue ceneri sono sparse in mare, parte interrate nel giardino privato del castello di Fredensborg.

 

Jackie, Kenneth e la collana dei sogni

 

 

Immaginate una bambina che sotto l’ombrellone su una spiaggia medioadriatica sfoglia la rivista appena acquistata dalla mamma. Immaginate che quella bambina si imbatta nella fotografia della donna più chic, più glam, e probabilmente pure più ricca dell’epoca (siamo all’inizio degli anni ’70), già vedova dell’uomo più importante della terra. Immaginate che la bambina resti incantata dalla favolosa collana che l’elegante signora ha sfoggiato ad un gran gala a New York, e poi immaginate la stessa bambina con gli occhi sbarrati leggere che quella collana è falsa. Sì falsa, come quelle con cui gioca lei. Insomma, quasi.  E allora la bambina affascinata si legge tutta la storia, e la storia è questa. Cinque anni dopo l’assassinio del presidente a Dallas, la First Widow Jackie sposa Aristotele Onassis, ricchissimo e chiacchieratissimo armatore greco, che la ricopre di gioielli da favola. Tra questi la collana incriminata, enormi zaffiri rubini e smeraldi contornati di diamanti a formare  un disegno  indianeggiante. Il valore è enorme, ma l’aspetto è un po’, come dire, too much, e allora Jackie invita a casa il suo amico Kenneth Jay Lane, geniale e talentuoso creatore di bijoux, e gli chiede di fargliene una falsa, meno impegnativa e più divertente. Kenneth accetta commentando con deliziosa perfidia che non è certo di riuscire a replicare dei cabochon così brutti, e propone a Jackie di risparmiare sull’ingente spesa necessaria per la creazione del modello, consentendogli di inserire la collana in collezione. Jackie accetta, ed è così che nasce una prima serie di Jackie Necklaces, realizzate in varie versioni in cui i cabochon originari vengono sostituiti da pietre naturali come l’occhio di tigre, o resine chimiche che imitano corallo, turchese, lapislazuli, giada, diventando in breve famose e desideratissime.

E a volte, quando s’incontrano, Jackie sussurra all’orecchio di Kenneth: “l’altro giorno ho visto la nostra collana in Dinasty!”.

Ma la storia non è finita, e continua al di qua dell’oceano. Perché mentre gli anni passano la bambina cresce, e ogni tanto ripensa a quella collana, e un giorno la trova per caso in un piccolo negozio romano che oggi non c’è più, e decide di fare un lavoro che non le piace pur di comprarsela, e al termine di un anno un po’ pesante se la porta a casa finalmente, nella versione con l’occhio di tigre. E non è ancora finita, perché grazie alla collana la non più bambina troverà una splendida amica, e tramite lei conoscerà lo stesso Kenneth  Lane, e New York, e il mondo magico dei bijoux americani che hanno incantato donne di tutto il mondo, anche Wallis, Grace, Margaret, Diana cui certo non mancavano gioielli da sogno.

E impara una delle leggi dello stile: se un diamante è per sempre, uno strass è per tutte.