Ora è ufficiale, c’è la data in cui King Charles III sarà incoronato! Smentendo le voci che parlavano del 3 giugno, il grande giorno sarà il prossimo 6 maggio.
La cerimonia a Westminster Abbey durerà solo un’ora invece delle quattro dell’incoronazione di Elizabeth II, e Camilla sarà incoronata Queen Consort accanto al marito.
Dunque sarà un giorno dedicato solo a loro, senza il rischio che l’anniversario – il settantesimo – dell’incoronazione materna possa soverchiare quella di Charles. Un riferimento familiare però è presente: il 6 maggio 1910 il bisnonno George V divenne Re alla morte del padre Edward VII.
Il 6 maggio è anche il giorno in cui Archie, il nipotino angloamericano, compirà quattro anni; vorrà qualcosa? Non ci resta che aspettare.
Adoro le coincidenze. Cos’altro può essere se non una coincidenza il fatto che la sera di sabato 1 ottobre viene diffusa la fotografia che ritrae insieme i nuovi Sovrani e i nuovi Principi di Galles, e un paio di giorni dopo dall’entourage dei Sussex di foto ne arrivano ben due? È una coincidenza incredibile. Oppure è incredibile che sia una coincidenza, a voi l’ardua sentenza.
Entrambe le immagini sono state scattate il 5 settembre, dunque avant le déluge, prima della morte di Her Majesty. I duchi erano a Manchester per prendere parte all’One Young World summit for youth leaders; l’autore di entrambe è il fotografo e amico Misan Harriman.
(Ph: Misan Harriman)
Nella prima foto Meghan è ripresa di fronte e Harry di tre quarti, in pratica la soluzione contraria a quella scelta da Charles Camilla William e Catherine come esaminato nel post precedente: Ritratti (parte prima). Qui è lei in primo piano, lei il punto focale, lei a rappresentare forza e determinazione (e potere); guarda in camera decisa, le gambe leggermente divaricate a trovare stabilità ed equilibrio come i soggetti di certi quadri antichi. Anche la mise scelta contribuisce ad affermare la sua potenza: un completo rosso, il colore più potente che c’è, con pantaloni e sciarpa al collo – non annodata a fiocco, ma lasciata cadere, quasi a evocare una cravatta – firmato Another Tomorrow, brand americano con la mission di creare una moda etica e sostenibile. Anche i gioielli vanno nella stessa direzione: gli orecchini e l’anello sono di Tabayer, maison di gioie che si ispirano a forme antiche, con una valenza quasi talismanica, e soprattutto realizzate (in Italia) con materiali provenienti da fonti certificate per rifiutare lo sfruttamento dei minatori. Un piccolo dettaglio: Meghan porta l’anello all’indice, che è il dito che mostra la direzione; dunque tradizionalmente indica determinazione, decisione, perfino temerarietà. Sarà un caso che molta stampa anglosassone ha sottolineato la similitudine di un’altra donna – anch’essa americana, in grado di esercitare grande potere, almeno sul proprio uomo?
Harry, come spesso accade nei loro ritratti, è in secondo piano, anche se questa volta sfoggia un sorrisetto sornione. O imbarazzato. O entrambi. C’è poi un dettaglio veramente interessante, oserei direi quasi caravaggesco. Il suo braccio sinistro è illuminato da un raggio di luce che lo trasforma in una sorta di freccia, e porta l’occhio a notare il dettaglio della mano – con fede nuziale in bella vista – che si intreccia a quella della moglie in un gesto che ormai li contraddistingue, una sorta di marchio di fabbrica del brand Sussex.
La seconda foto è completamente diversa per l’uso del bianco e nero e per la posa dei due, di profilo, mentre guardano verso il sol dell’avvenire, o più semplicemente verso il palco su cui stano per salire. Stessa occasione, stessa mise, impatto totalmente diverso.
(Ph: Misan Harriman)
Meghan è sempre in primo piano (anche per una banale questione di altezza); le mani sempre intrecciate, lo sguardo tenero e fiducioso, quasi ingenuo, un po’ stile ho visto la Madonna. Un’immagine sicuramente meno audace della precedente, ma non per questo più modesta, anzi. Mi ha fatto pensare immediatamente ai ritratti di profilo delle coppie reali, così comuni e così ricchi di storia. Probabilmente anche voi state pensando al celeberrimo doppio ritratto del Duca di Urbino e di sua moglie Battista Sforza; il dittico, realizzato da Piero della Francesca intorno al 1470 – Battista morì giovanissima nel 1472 – è esposto alla Galleria degli Uffizi (dove una visita, parafrasando un famoso film, è sempre una buona idea).
Questo tipo di ritratto si afferma nel Quattrocento e ha alcun caratteri di grande interesse. La visione di profilo intanto ha il vantaggio di mettere in ombra eventuali difetti (Federico aveva perso l’occhio destro in un torneo) ma soprattutto semplifica la espressioni e annulla le emozioni, consegnando alla persona ritratta tutta la ieraticità del potere. Prende ispirazione dalla medaglistica antica, che raffigurando il monarca di profilo, più che rappresentarne i tratti somatici lo trasformava nell’essenza del potere regale. Tutti i sovrani a capo di Paesi monarchici che compaiono ancora oggi sulle monete sono ovviamente ritratti di profilo, e spesso la stessa scelta si fa per i francobolli. Chissà, magari i Sussex si sono ispirati ai nonni.
A proposito di monete, hanno iniziato a girare gli esempi delle monete di nuovo conio con King Charles III; (alcuni anche ironici, con le orecchie che sporgono). Secondo la tradizione – che vuole che ogni sovrano mostri il profilo opposto a quello del suo predecessore – mentre Elizabeth compariva mostrando il lato destro del volto, il nuovo re mostra il lato sinistro. Proprio come Harry e Meghan.
Come si dice in danese “la toppa peggio del buco”?
Comunque si dica, eccone a voi un pregevole esempio. Dopo l’annuncio a sorpresa dell’imminente rimozione del titolo di principe e principessa ai figli del secondogenito Joachim, cui ha fatto seguito la reazione sdegnata della di lui prima moglie Alexandra, madre di due dei suddetti principi a scadenza; dopo l’addolorata risposta di Joachim e dell’attuale moglie Marie, madre degli altri due principi agli sgoccioli; e dopo che pure Mary, futura regina consorte, ci ha messo del suo – dimostrando ove mai ce ne fosse bisogno che correre in aiuto del più forte è uno degli sport più diffusi a ogni latitudine – Margrethe II corre ai ripari e confeziona un messaggio in cui offre la sua versione (versione italiana ottenuta con l’aiuto del traduttore).
(Ph: Lars Svankjær)
Negli ultimi giorni ci sono state forti reazioni alla mia decisione sul futuro utilizzo dei titoli per i quattro figli del principe Joachim. Certo, mi colpisce.
La mia decisione è stata presa da tempo. Con i miei 50 anni sul trono, è naturale guardare sia indietro sia avanti. È mio dovere e mio desiderio come regina garantire che la monarchia si adegui costantemente ai tempi. A volte ciò richiede di prendere decisioni difficili, e sempre difficile sarà trovare il momento giusto.
Portare un titolo reale comporta una serie di obblighi e doveri, che in futuro riguarderanno un numero minore di membri della famiglia reale. Questo adeguamento, che considero una garanzia necessaria per il futuro della monarchia, voglio farlo decidendo io il momento opportuno.
Ho preso la mia decisione come regina, madre e nonna, ma come madre e nonna ho sottovalutato i sentimenti del mio figlio minore e della sua famiglia. L’impressione è stata grande, e mi dispiace molto.
Nessuno dovrebbe dubitare che i miei figli, nuore e nipoti sono la mia grande gioia e orgoglio. Spero che ora noi come famiglia possiamo trovare il modo per superare questa situazione e ritrovare l’armonia.
Pur comprendendo la necessità di rinnovare l’istituzione monarchica semplificandola e snellendola, nei modi e nei tempi che ciascuno ritenga più opportuni, resta il sapore sgradevole di un provvedimento il cui valore retroattivo, pur non essendo espressamente proibito dalla giurisprudenza, lascia sempre l’amaro in bocca. Sullo stupore della regina per la reazione del figlio e dei nipoti preferisco non esprimermi, mentre si può affermare senza difficoltà che lo scivolone comunicativo si piazza al vertice delle royal figuracce dell’anno. Chissà come – e se – si dice in danese “i figli so piezz’e core”.
Tra tre settimane i Granduchi Ereditari di Lussemburgo festeggeranno i dieci anni di matrimonio, e lo faranno nel più allegro dei modi: la Corte ha appena annunciato la seconda gravidanza di Stéphanie. Il piccolo Charles diventerà fratello maggiore ad aprile, e a maggio compirà tre anni.
(Ph: Maison du Grand-Duc/Sophie Margue)
Guillaume e Stéphanie si sono sposati il 20 ottobre 2012 nella Cathédrale Notre-Dame de Luxembourg-Ville appena due mesi dopo la morte della madre di lei, la Contessa Alix de Lannoy, e devo dire che per un periodo discretamente lungo la coppia sembrava piuttosto triste e quasi dimessa, ben lontana dall’impeccabile eleganza del Granduca padre e dalla rutilante personalità della Granduchessa madre. Poi, il 10 maggio 2020, è arrivato Charles e l’atmosfera è cambiata; da allora, complice anche la simpatia del bambino, sono apparsi sempre allegri e sorridenti, e anche il loro aspetto modesto, le mise prive di charme, sono diventi simbolo di un modo di essere semplice e alla mano. Ora la prole raddoppia, e probabilmente anche la felicità.
La seconda notizia viene dal Regno Unito: sono stati resi noti ora e causa della morte di Sua Maestà, deceduta giovedì 8 settembre alle ore 15.10 a Balmoral. La causa però è una non notizia in quanto, come già avvenne per Philip, l’unica spiegazione è “old age” età avanzata. Il documento mette la parola fine a ipotesi e speculazioni; così è, mettiamo il punto e andiamo avanti.
Non sarà il marcio di shakespeariana memoria, ma ciò che sta accadendo alla Corte danese sembra davvero un pasticcio, quanto meno per come viene comunicato.
(Ph: Hanne Juul/Aller/MEGA)
I fatti. Ieri, 28 settembre, viene diffuso un comunicato con un annuncio piuttosto scioccante: a partire dal prossimo 1 gennaio i figli del principe Joachim, secondogenito della regina, pur restando nella linea di successione al trono verranno privati del titolo di principe e principessa e del predicato Sua Altezza, e manterranno solo quello di conte/contessa di Monpezat, ereditato dal defunto principe consorte. Nel 2008 Margrethe II aveva stabilito che i discendenti del marito ne portassero il titolo; nel 2016 la decisione che tra tutti gli otto nipoti solo il principe Christian, secondo nella successione dopo il padre Frederik, ricevesse un appannaggio pagato dai contribuenti. Con un’ardita operazione aritmetica, la sovrana ha dunque realizzato che uno più uno fa meno quattro, e stabilito che tra tre mesi Nikolai, Felix, Henrik e Athena saranno conosciuti solo come Sua Eccellenza il Conte/la Contessa di Monpezat. Una mossa che ha lasciato i più senza parole, perché se la ragione – rendere più snella la casa reale e contenere le spese, decisione che stanno prendendo anche altri sovrani – è comprensibile e persino apprezzabile, la modalità lascia quanto meno perplessi a causa del valore retroattivo insito nella norma che declassa seccamente i quattro ragazzi, nati principi di Danimarca.
Non ha tardato a far arrivare la sua protesta la Contessa di Frederiksborg, nata Alexandra Manley, prima moglie di Joachim e madre dei suoi figli maggiori, il ventitreenne Nikolai e Felix, 20 anni. Da madre di due principi reali diventerebbe madre di semplici conti; non si fa! Oggi alla sua si è unita la voce sdegnata dello stesso Joachim; al giornale B.T. ha smentito quanto dichiarato dalla portavoce della Casa reale, secondo cui egli era al corrente della decisione materna. Raggiunto a Parigi dove vive con la famiglia, il principe ha affermato che lo scorso gli era stato presentato un piano secondo cui i figli avrebbero perso il titolo regale al compimento dei 25 anni, per consentire loro di scegliere in libertà stile di vita e professione. Insomma, un bel pasticcio. Non v’è dubbio che la gestione dei figli cadetti sia un problema per molte famiglie reali – negli anni c’erano state voci sull’insoddisfazione di Joachim, che non è probabilmente estranea alla decisione di trasferirsi in Francia, assumendo un incarico presso l’ambasciata danese – ma Lady Violet ha qualche dubbio sull’efficacia di operazioni del genere. Harry, non sei solo!
È solo una coincidenza se le signore ritratte nella foto del giorno sono vestite di nero, dopo tutto il nero visto nei giorni scorsi, ma il lutto per la scomparsa di Her Majesty questa volta non c’entra.
(Ph: Swedish Press Agency)
Oggi i sovrani di Svezia Carl Gustav e Silvia, accompagnati dalla principessa ereditaria Victoria e dal secondogenito Carl Philip (cioè i figli che vivono in patria dato che Madeleine, la minore, ridiede in Florida con la famiglia) e i rispettivi consorti, hanno inaugurato la nuova sessione del Parlamento svedese. L’occasione è più solenne del solito, dato che gli Svedesi hanno come noi appena rinnovato l’Assemblea – le elezioni due settimane fa – e anche lì come da noi ha vinto la destra. Se però pensate che le mise siano state scelte nel colore-feticcio della parte politica uscita vincente dalla consultazione, o al contrario in segno di lutto per il risultato, Lady Violet può tranquillizzarvi, la vera ragione la trovate qui: La foto del giorno – 25 settembre.
Nel suo discorso il Re ha sottolineato come nei prossimi anni i parlamentari saranno chiamati a prendere decisioni importanti e difficili, da affrontare dopo seria e profonda riflessione, pensando sempre e solo alla Svezia e ai suoi cittadini. Vasto programma, direbbe qualcuno; a noi basterebbe che nel tempo che verrà Sofia decidesse di abbandonare i fiocchetti in testa e le giacche con maniche arricciate e volant, così anni ’80.
Ok, il gioco di parole è un po’ banale, ma la notizia lo è meno di quanto sembri; è stato appena reso noto il monogramma di King Charles III.
A noi può sembrare solo un dettaglio della complessa e un po’ ridondante coreografia che caratterizza alcuni aspetti della monarchia, ma non lo è. A breve questo simbolo inizierà a comparire sugli edifici governativi e sui documenti di stato, sui passaporti e sulle uniformi, perfino sulle cassette postali. Dite addio al monogramma della Regina, Ladies&Gents inizia il regno di King Charles.
A Lady Violet piace molto il numero cardinale all’interno della R, e anche la forma arrotondata, che rende il monogramma adeguatamente diverso da quello di Elizabeth II. Approvato!
Mi avete segnalato il sito di un famoso magazine che racconta come i due corgi di Sua Maestà sarebbero rimasti con lei, sul suo letto, vegliandola fino all’ultimo istante. La notizia è attribuita a “fonti ufficiali di palazzo” senza ovviamente dire quali; io però non ho trovato nulla. Va detto che lo stesso articolo è così credibile da situare il trapasso della sovrana “la notte dell’8 settembre”; non è tuttavia la scarsa accuratezza di certa stampa l’argomento di questo post.
(Ph: REUTERS/Peter Nicholls/Pool)
Non saprei dire se le due bestiole fossero davvero piazzate sul letto regale nel momento del passaggio; è possibile e dipende anche da come sia giunta la fine (se fosse stata necessaria un’assistenza medica costante dubito che avrebbe potuto consentirne la presenza anche perché i corgi, soprattutto al cambio di stagione, perdono i peli a ciocche). L’argomento del post sono loro, i corgi, e il legame con la loro augusta padrona, tanto forte e particolare che ormai la razza è universalmente nota come “i cani della regina”. Per la storia dei corgi reali vi rimando a questo link: Dog save the Queen!; mentre vi rassicuro sulla sorte dei due cagnolini che hanno assistito al passaggio del feretro a Windsor: sono stati adottati dal Duca di York, che li aveva donati alla madre (se poi non vi sentiste particolarmente rassicurati, considerate che anche dagli York abbonda la servitù dunque, se non proprio Andrew con le sue manine o Sarah che con lui abita da divorziati in casa, qualcuno che porta fuori le creature, le sfama e le disseta, ci sarà).
Nella sua lunga vita la regina ha avuto una trentina di corgi, tutti discendenti dalla capostipite Susan, arrivata in dono per i suoi diciotto anni. Col passare degli anni la linea di sangue dei Windsor Corgi si è estinta; alla sovrana era rimasta solo Candy, una dorgi (un incrocio, generato dall’amore clandestino tra un corgi e Pumpkin, bassotto della principessa Margaret), che è morta questa estate alla bella età di 18 anni; un altro dolore per Sua Maestà. Invecchiando Queen Elizabeth aveva deciso di non continuare con l’allevamento né sostituire i cani alla loro morte, ma poi il figlio Andrew ha cercato di addolcirle la vedovanza donandole Fergus e Muick (chiamato così dal Loch Muick, lago scozzese all’interno dell’area di Balmoral); il primo è moto dopo pochi mesi, ed è stato sostituito da Sandy.
Il legame tra il monarca e il cane è lungo e profondo; la storia dell’arte è piena di ritratti reali in cui l’uno accompagnano l’altro. E forse qualcuno ricorderà nel 2005 i funerali di un altro sovrano, Rainier III de Monaco, del cui corteo funebre faceva parte l’amato Odin.
(Ph: AP/Lionel Cironneau,Pool)
E i cani della regina? Ormai bisogna registrare l’avanzamento di carriera dei Jack Russell. Come Beth e Bluebell, i due esemplari che Camilla ha adottato dal Battersea Dog and Cats Home, il canile londinese di cui ha il patronage (La foto del giorno – Special preview)
Charles e Camilla sono a Balmoral per la settimana di lutto in cui la Royal Family si è chiusa dopo i solenni funerali della Regina, ed ecco che viene diffusa questa immagine.
Ritrae per la prima volta il Re con la famosa red box, la valigetta che contiene documenti di stato (e relativi ai Paesi del Commonwealth) da esaminare quotidianamente, compresi weekend e giorni festivi, con la sola eccezione di Natale. La fotografia è stata scattata la scorsa settimana a Buckingham Palace, nella Eighteenth Century Room, e non si può fare a meno di notare i genitori Elizabeth e Philip sorridere da una cornice d’argento, in un ritratto donato al padre di lei King George VI nel 1951, negli ultimi mesi del suo regno. Lady Violet non può inoltre evitare di notare anche una certa somiglianza del nuovo re con il padre; certo non ugualmente bello ma insomma, niente male.
Penso che questa immagine si leghi idealmente a quella della sovrana scomparsa pubblicata lo scorso 6 febbraio, nel giorno che celebrava il suo settantesimo anno di regno (La foto del giorno – Una giornata particolare)
Un ideale passaggio del testimone che assicura la permanenza della monarchia Windsor, e un chiaro messaggio: man at work, stiamo lavorando per voi!
Il 5 aprile 2020, nel pieno della pandemia da covid-19, Her Majesty fece un bellissimo discorso alla nazione, il quinto del suo lungo regno al di fuori dalle occasioni canoniche (La foto del giorno – The Queen’s speech). La Regina concluse dicendo “we’ll meet again”, ci rivedremo, e questa espressione è stata usatissima nei giorni dell’addio, protagonista di titoli di giornali, messaggi e meme.
La particolare efficacia della lingua inglese rende questa espressione perfetta nella sua sinteticità, ma ciò che non tutti fuori dal Regno Unito conoscono è la sua origine, che altro non è se non il titolo di una canzone, una delle più celebri della Seconda Guerra Mondiale. Scritta da Ross Parker e Hughie Charles nel 1939, fu portata al successo dalla cantante britannica Vera Lynn (che morì a 103 anni due mesi dopo il discorso della sovrana); nel 1943 Lynn fu anche la protagonista del musical omonimo. Durante gli anni del conflitto la cantante, definita forces sweetheart (cioè la fidanzata delle truppe, ma in inglese suona senz’altro meglio) fu particolarmente attiva, sia portando al fronte spettacoli con cui cercava di allietare e consolare i soldati (qui trovate un filmato dell’epoca https://www.youtube.com/watch?v=T5C4meGkNyc), sia visitando le tante vittime dei bombardamenti negli ospedali.
We’ll meet again Don’t know where Don’t know when But I know we’ll meet again some sunny day
Ci vedremo ancora, non so dove né quando, ma so che ci rivedremo in un giorno di sole è la speranza di quanti andavano in guerra sperando di tornare dalle persone amate. Che per estensione diventa l’auspicio che comunque andrà – anche nel più tragico dei modi – ci si ritroverà da qualche parte oltre le nuvole, con la certezza che l’amore sia più più forte anche della morte.
Secondo la BBC nessuna canzone rappresenta meglio lo strazio e l’ottimismo con cui i Britannici affrontarono il conflitto, tanto da inserirla in una playlist di 20 brani da diffondere per 100 giorni dopo un eventuale attacco nucleare durante la guerra fredda.
Per i cinefili, la canzone è usata da Stanley Kubrick per i titoli di coda del suo Dottor Stranamore, fantastica satira sulla Cold War e sul paradosso della bomba atomica (https://youtu.be/bV-P7TBU4ZM).