Come sapete già se seguite Lady Violet (altrimenti lo saprete leggendo la prossima riga) la mostra clou dell’anno per quanto riguarda moda e storia del costume è quella del Victoria&Albert Museum Dior: designer of dreams. Ne parleremo diffusamente il mese prossimo; è aperta fino al 14 luglio e varrebbe veramente un viaggio a Londra. Se però non potete spostarvi, la Brexit vi preoccupa o non volate volentieri c’è anche in Italia qualcosa di estremamente interessante.
È stata inaugurata ieri a Ferrara al Palazzo dei Diamanti Boldini e la Moda; accanto alle opere dell’artista, uno dei più amati della Belle Époque, abiti e accessori d’epoca provenienti dalla Sartoria Tirelli e da altre preziose collezioni. Giovanni Boldini è noto innanzi tutto come raffinatissimo pittore di ritratti; suoi soggetti preferiti le signore dell’alta società internazionale come quella che compare nell’immagine di oggi: Gladys Deacon. 
Quando l’artista la ritrae è il 1916, questa incantevole francoamericana che tra i suoi amici ha signori che si chiamano Proust, Rodin, Monet e ha affascinato D’Annunzio (uno che s’affascinava facilmente, ma sempre di bellissime) è l’amante del IX Duca di Marlborough, cugino di Winston Churchill. Il duca è separato dalla prima moglie, l’ereditiera americana Consuelo Vanderbilt, sposata per interesse. Anni prima Gladys era stata invitata a Blenheim Palace – la favolosa residenza di famiglia riportata all’antico splendore grazie alla dote di Consuelo – per fare compagnia alla duchessa imbrigliata in un matrimonio infelice. Come da tradizione, finisce tra le braccia del duca; inizia una lunga relazione che probabilmente accelera la separazione tra i Marlborough, nel 1906, ma per il divorzio bisognerà attendere 15 anni. Subito dopo gli amanti si sposano a Parigi, ma neanche questo matrimonio sarà felice. Nel 1933 Gladys abbandona Blenheim, ma una parte di lei resterà per sempre: il soffitto del portico d’accesso al palazzo è affrescato con sei occhi, tre blu e tre marroni. I primi sono quelli di Gladys, bellissimi e dalla tonalità particolare.
Blenheim Palace fa parte dei siti UNESCO e merita senz’altro una visita, prima o poi; tenete presente però che anche Ferrara è un sito UNESCO, ma non un palazzo solo, la città intera. Dunque date retta a Lady Violet, cogliete l’occasione e programmate una visita. La mostra è aperta tutti giorni, compresi tutti i festivi, fino al 2 giugno. Qui trovate tutte le informazioni http://www.palazzodiamanti.it
Il piccolo Oscar, anni tre, figlio minore della principessa ereditaria di Svezia Victoria, è andato con papà Daniel a visitare una caserma dei pompieri nella zona sud di Stoccolma. Salire sul camion rosso, suonare la campanella, capire cosa succede quando scatta l’emergenza: un’esperienza che avrebbe fatto impazzire qualunque bambino.
E infatti l’espressione felice e soddisfatta di Oscar è inequivocabile. Insomma, quasi. Ma lui è così, sempre serio, magari un po’ timido. Però che vi devo dire, io per questo bambino che ti guarda e un po’ ti sfida con quell’espressione ci vuole ben altro per convincermi ho proprio un debole.
Ieri, 15 febbraio, era la giornata dedicata ai tumori infantili e alle malattie rare. La sofferenza di un bambino è ingiusta, insopportabile, indimenticabile. Tanti anni fa la mia amichetta del cuore si ammalò di osteosarcoma, io avevo sette anni e anche se non sapevo tutto, non capivo tutto, vedevo la luce spegnersi nei suoi occhi, mentre una grande tristezza soffocava ogni cosa. Oggi per fortuna tanti bambini guariscono perfettamente, ma tanto c’è ancora da fare, tanta ricerca, tante terapie, tanta assistenza ai piccoli malati e alle loro famiglie.
A Monaco il Palazzo del Principe si è tinto di arancione per la quarta marcia simbolica della Fondation Flavien, che lotta contro i tumori pediatrici in memoria di un bimbo che non è riuscito a guarire. Il colore amato da Flavien era proprio l’arancione, e ora è diventato il simbolo della battaglia di suo padre e di tutti coloro che lo sostengono.
In Albert II forse manca quell’allure cui la sua famiglia ci aveva abituati, magari è privo del glamour caratteristico di madre e sorella, sicuramente insieme ai capelli ha perso la bellezza apollinea che aveva da ragazzo, però sembra una brava persona, molto down-to-earth, e sa trasmettere empatia e calore umano. Anche in fotografie un po’ così.
Her Majesty lunedì è tornata a Londra dalla lunga pausa invernale trascorsa a Sandringham, e giovedì ha visitato l’edificio che fu la prima sede del GCHQ (Government Communications Headquarters), cioè l’agenzia governativa per sicurezza, spionaggio e controspionaggio, nell’ambito delle comunicazioni. Assai curiosamente, l’edificio si chiama Watergate House, come quello del famoso scandalo americano che costò a Nixon presidenza e reputazione (che potremmo dire fu una storiaccia basata proprio sulle comunicazioni). Altrettanto curiosamente, l’attuale Direttore dell’Agenzia di cognome fa Fleming, come il creatore della spia per eccellenza, James Bond.
Si sono conosciuti durante gli studi all’università di Ginevra dove entrambi si sono laureati in Scienze Politiche, ma le somiglianze finiscono qua. Lui è altro, biondo e nelle sue vene scorre il sangue più blu d’Europa; lei è piccolina, bruna ed è nata a Cuba. La sua famiglia ha lasciato l’isola all’arrivo di Castro trasferendosi negli Stati Uniti e poi in Svizzera, dove il padre si è costruito una solida posizione da banchiere, ma mancano titoli nobiliari e quel cognome fa temere legami (inesistenti) col passato regime di Fulgencio Batista. Ad opporsi alle nozze è soprattutto la madre di Henri, Josephine-Charlotte, sorella del re dei Belgi; sembra che anche in questo caso il giovanotto riesca a strappare il consenso ai genitori con la minaccia di rinunciare al trono, ma i rapporti tra suocera e nuora saranno sempre difficili. Il 7 novembre 1980 viene annunciato il fidanzamento ufficiale; per le nozze si parla della primavera seguente, ma poi si decide per il 14 febbraio.
Anni dopo Maria Teresa dichiarò che all’epoca la festa di San Valentino non era così popolare, né celebrata in Lussemburgo, per cui la data non fu scelta con intenti romantici, ma più prosaicamente in funzione dell’agenda dei Granduchi.
Come sempre la couture è nei dettagli, non tutti facilmente apprezzabili in fotografia, come l’intricata lavorazione della pesante seta dell’abito; la pulizia della linea è uno dei suoi meriti e lo rende ancora moderno, soprattutto se paragonato a quelli inondati di fiocchi e rouches di altre spose anni ’80, anche famosissime.
O meglio, lo renderebbe ancora moderno, se l’abito esistesse ancora. Ma non esiste più, è stato usato per vestire la veneratissima Notre Dame de Luxembourg Consolatrice des Affligés, esposta nella cattedrale dl Granducato.
Forse qualcuno di voi ricorderà questa foto: è il 1993 e la Principessa di Galles, già separata dal marito, porta con sé i figli in una delle sue visite a Passage Charity. L’organizzazione – la principale del Regno Unito – si occupa di fornire aiuto e supporto agli homeless, con l’assistenza a quanti vivono per strada, ma anche con progetti che mirano a intervenire per evitare tale condizione. Nel biennio 2017/18 sono stati in 2651 a ricevere il sostegno dell’organizzazione, grazie soprattutto al lavoro di 450 volontari, che prestano la loro opera 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno.
Prima sosta a Parigi per un po’ di shopping, poi a Roma, dove le ragazze vengono raggiunte da Khalil Esfandiari Baktiari che, avvisato di quanto sta accadendo, scorterà la figlia in patria. Il viaggio è lungo e stancante, arrivata a Teheran Soraya vorrebbe solo riposare, ma la regina madre (per non parlare del re figlio) è ansiosa di conoscerla, e ha organizzato una cena per incontrarla. Il primo quarto d’ora passa tra gli abituali convenevoli quando ecco che lo Shah, con l’uniforme dell’Aeronautica Militare, fa il suo ingresso. Lui e Soraya si guardano, ed è colpo di fulmine. Al termine della serata lei va finalmente a riposare, ma alle due di notte lui sveglia il padre annunciandogli di voler chiedere la mano della figlia.
Nelle settimane che seguono gli innamorati passano insieme più tempo possibile, si conoscono meglio e fanno progetti. Lei riceve l’anello di fidanzamento – con un enorme diamante da 22.37 carati – e le nozze sono fissate per il 26 dicembre 1950. Soraya però si ammala di febbre tifoidea e bisogna rimandare il tutto all’anno nuovo: finalmente il 12 febbraio la coppia si unisce in matrimonio davanti a una marea di invitati nel Salone degli Specchi del sontuosissimo Golestan Palace.
Per la sposa ci vuole qualcosa di altrettanto sontuoso, opulento, memorabile, e si interpella il couturier più famoso del momento, quel Christian Dior che qualche anno prima ha inventato una nuova silhouette per le signore degli anni ’50, il New Look. Il risultato è un abito sicuramente memorabile, difficilmente replicabile, francamente ingestibile.
Dal corpino attillato parte una gonna che definire ampia è un eufemismo: oltre 30 metri di lamé argento ricamato tempestato di perle e piccoli diamanti, con l’aggiunta di ventimila piume di marabù, per un peso totale che supera i 20 chili (secondo alcune fonti addirittura 30), tutto realizzato a mano nell’atelier Dior a Parigi.
L’abito è completato da un giacchino nello stesso tessuto e da un lungo velo, trattenuto sul capo da una cuffietta secondo la moda dell’epoca (che in inglese ha un nome delizioso, Juliet cap) che la sposa indossa durante la cerimonia e toglie invece per il ricevimento. Le strade di Teheran sono innevate, e perché non si raffreddi arriva dalla Maison Dior anche una cappa di visone bianco, tanto per gravare di qualche altro chiletto le esili spalle di Soraya. Che essendo ancora convalescente a un certo punto ha un mancamento. Viene salvata da un provvidenziale paio di forbici che tagliano via parte di quella monumentale, inestimabile creazione troppo haute couture per essere indossata se non in passerella. Durante la cena che conclude la giornata Soraya, ormai regina, mostra il candido décolleté adornato da un impressionante collier di diamanti e smeraldi, in parure con la tiara.
Com’è finita lo sapete: lo Shah ha assoluto bisogno di assicurare la discendenza con un figlio maschio, ma Soraya non riesce a darglielo; il divorzio è inevitabile e il 14 marzo 1958 è tutto finito. Lei si trasferisce in Europa dove diventa la principessa dagli occhi tristi, lui meno di due anni dopo ha un’altra moglie, che gli dà quei figli maschi – due, the heir and the spare – di cui lui e il paese hanno tanto bisogno. Non serviranno. La rivoluzione islamica, giusto quarant’anni fa, spazza via il trono del pavone, e i Pahlevi sono costretti all’esilio.
Ve lo dico subito, a me il bianco in inverno piace moltissimo, in particolare se al cappotto si abbina un pullover a colto alto, e dunque la duchessa non poteva rendermi più felice. Confesso che invece non amo la tipologia di abiti che continua a indossare in questa fase della gravidanza: cadono male e segnano tanto, cosa che a me darebbe fastidio; però se lei è comoda e a suo agio va bene così. Questo è Calvin Klein, probabilmente adattato per lei partendo dal modello base presente nella collezione Resort 2019, che è molto aderente e lungo alla caviglia.
Applausi a scena aperta per borsa e scarpe in camoscio oliva, tutto Ralph Lauren. La vera difficoltà nell’accessoriare il bianco è infatti trovare il colore giusto: meglio evitare nero e blu e orientarsi sui metallici (in estate e la sera), i colori brillanti o i neutri; ecco tra i neutri questa tonalità è perfetta.
Camilla, in visita a Liverpool con Charles, posa davanti all’opera For All Liverpool’s Liver Bird creata dallo street artist Paul Curtis (e potremmo dire che ne diventa parte!). Il murale si trova a Jamaica St., nel Baltic Triangle; già zona industriale della città, oggi è il quartiere dei creativi dove si mischiano start up innovative, giovani artisti, e negozi trendy.